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Falkland o Malvinas? La contesa infinita
29 febbraio 2012

A trent’anni dalla Guerra delle Falkland l’arcipelago è tornato nel 2012 al centro della disputa tra Argentina e Gran Bretagna, una contesa che prosegue da secoli. Ne abbiamo parlato con Maurizio Chierici, storico inviato del Corriere della sera, ora collaboratore del Fatto quotidiano, autore di vari libri sull’America latina.

Le Falkland, inglesi dal 1833, furono invase nel marzo del 1982 dall’esercito di Buenos Aires che dichiarava, tramite l’impresa bellica, la sovranità su tutto l’arcipelago. Quali furono le vere cause di quello scontro?
In Argentina nel 1982 governava un regime militare ormai alle corde. Un governo finito, che non avrebbe potuto resistere ancora a lungo alle pressioni internazionali e ai continui scandali – cadde, infatti, un anno più tardi - ma conservava come ultima arma il nazionalismo.
L’America latina è un continente in cui si parla quasi ovunque la stessa lingua e l’idea di nazione è diversa da ciò che s’intende normalmente in Europa, in cui i Paesi confinanti parlano lingue diverse. In Argentina si diede importanza all’identità nazionale e si esercitò pressione sull’importanza dei confini, su un dominio «simbolico» utile a tamponare la crisi interna. Dall’altra parte anche il governo Thatcher ne guadagnò non poco sul piano mediatico-pubblico.
Diciamo che, oltre agli interessi prettamente geopolitici (le isole ebbero notevole importanza per la connessione tra i due oceani anche dopo la costruzione dell’istmo di Panama) ed economici (il sottosuolo è ricco di giacimenti), lo scontro fu uno strumento atto a tenere lo Stato «unito» e nulla poteva essere più efficace che dare al popolo un nemico da combattere.

Nonostante la sconfitta militare, l’Argentina non ha mai smesso di rivendicare la sovranità sulle isole. Dal 7 febbraio di quest’anno sembra che l’intensità e la frequenza di dichiarazioni e notizie riguardanti le Malvinas sia notevolmente aumentata...
Sì, e alcuni motivi sono gli stessi di trent’anni fa. La Fernández, o Kirchner che dir si voglia, attuale presidente della Repubblica argentina, sta vivendo a un periodo di crisi interna che minaccia la sua popolarità. I problemi sono dati dalle questioni agricole e dalle privatizzazioni, ma il problema più grosso è sicuramente relativo alla tassazione delle esportazioni. Questa imposta, da poco reintrodotta, va a colpire proprio il settore che aveva risollevato lo Stato dalla crisi e dal default del 2001.
Ma soprattutto alla Kirchner non viene ancora perdonato il silenzio sulle sue condizioni di salute: si candidò alle presidenziali del 2011 nonostante un tumore alla gola, senza che gli elettori sospettassero nulla, con il rischio di gettare il Paese nel caos.
Sull’altro versante anche Cameron ha i suoi problemi di popolarità, il presidente sarà il primo ad usufruire delle tensioni per coalizzare il Paese. Il popolo britannico soffre ancora della sindrome da «impero perduto». Per gli inglesi perdere le Falkland sarebbe come perdere Londra o Manchester, sarebbe come perdere un pezzo d’Inghilterra.

Le dichiarazioni pubbliche della Fernández, volte a rafforzare il consenso popolare, nascondono quindi motivazioni più «materiali»?
È vero, i giacimenti petroliferi argentini sono agli sgoccioli, e studi sul territorio hanno confermato la presenza di gas naturali e greggio nella zona delle Falkland. Ovviamente l’Argentina vorrebbe la sua parte, e sappiamo bene che le tensioni internazionali contemporanee sono dettate dallo sfruttamento delle risorse petrolifere.
A pesare c’è poi il fatto che l’esercito britannico, da qualche anno e in modo esponenziale, sta  impiegando militarmente le isole e la zona di mare circostante. Il Ministro degli Esteri argentino Hector Timerman ha presentato in proposito un reclamo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al Segretario generale Ban ki-Moon, riguardo la militarizzazione inglese nel Sud Atlantico, dichiarando, e qui la cosa si fa più grave, un possibile uso atomico delle isole. Anche se le fonti non sono certe, sembrerebbe che, la Gran Bretagna stia utilizzando le isole come deposito nucleare, anche se non si è ancora capito se si parli di strumenti ed armi o di un vero e proprio stoccaggio di scorie radioattive. L’Argentina non frenerà facilmente le proteste.

Il problema è che ci sono già effetti importanti.
Buenos Aires ha chiesto alle nazioni del continente latinoamericano di non lasciar attraccare navi battenti bandiera delle Falkland. Undici paesi hanno già aderito, e a breve credo aderirà anche il Brasile. Ma vorrei porre l’accento sull’effetto più importante, che sarà interno al Paese sudamericano: la Fernández non si potrà più ricandidare, e i partiti scalpitano per la scalata alle elezioni. I disordini  economico-sociali si faranno sentire, e la crisi mondiale non aiuterà di certo. Le destre locali stanno volutamente puntando su eventi e temi di questo genere per aumentare il nazionalismo e di conseguenza i consensi. In qualche modo tutti i partiti argentini hanno un fondo comune di peronismo, più come sentimento emotivo che come filosofia e in generale nessuno accoglierebbe positivamente un gesto di moderazione da parte dell’attuale presidente: un trattato con gli inglesi sarebbe tacciato di “tradimento”.

Quale può essere allora la via d’uscita?
Dal ’700 i trattati che riguardano le Malvinas non hanno mai risolto completamente il problema. Bisogna sperare nel dialogo tra i due Stati, mediato dall’Onu, anche se le divergenze non sono facilmente appianabili. Sembrerà semplicistico ma credo che la Gran Bretagna «legittima e razionale» guardi ancora all’Argentina come un Paese da Terzo mondo, un Paese di «passione latina». Lo scontro sembra quasi di natura filosofica tra animale e razionale, tra il modus latino e quello anglosassone.
Per il resto è un problema di sfruttamento del sottosuolo e di ricerca scientifica, quindi bisogna sperare che i negoziati accolgano la possibilità che l’isola sia «aperta» anche agli argentini, e che la Gran Bretagna sia disponibile a trattare in proposito.
Buonos Aires chiede che sia più efficace l’osmosi culturale, che la lingua e le tradizioni siano vive anche sull’isola, cosa che attualmente non è permessa (si parla spagnolo, ma gli abitanti di origini argentine non possono, per esempio, esporre sull’isola bandiere del proprio Paese), ma per quanto riguarda la popolazione, la cosa è più complicata. Quando si parla di autodeterminazione del popolo, per uscire dal sistema colonialistico, bisogna ricordare che dei circa tremila abitanti dell’isola, la maggioranza è di origine inglese, e non esistono veri nativi: gli argentini presenti non sono autoctoni ma importati, e qui vivono con diritti e doveri inglesi. Non credo che gli abitanti rinunceranno ad essere Colonia d’oltremare del Regno unito.

Il perché - aggiungiamo noi - è esposto chiaramente da un abitante delle Falkland di origini argentine, intervistato dal quotidiano La Nación: «Quando morirò, lo farò da uomo argentino. Ma abitando da molto sull’isola, mi sento più uno di qua, che uno di là. Qui ho un ottimo lavoro e con il mio stipendio posso permettermi una buona educazione per i miei figli, in scuole inglesi riconosciute, e per questo mi sento rispettato, sia in famiglia che socialmente. Quando mia madre è venuta a vedere come viviamo qui sull’isola mi ha detto: "Non tornare mai più in Argentina"».

Mattia Valesini

(Nella foto, la prima pagina del quotidiano argentino Clarín dedicata all'inizio del conflitto del 1982)

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