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Giappone, una scossa lunga un anno
1 marzo 2012

Il terremoto, lo tsunami e il conseguente disastro nucleare che hanno colpito il nord-est del Giappone l’11 marzo di un anno fa hanno lasciato un segno molto profondo nell’opinione pubblica del Paese. Tra morti e dispersi, le vittime del sisma sono state circa diciannovemila, mentre è impossibile valutare le possibili conseguenze di Fukushima. Gli eventi si sono imposti con una urgenza e una drammaticità tali che il loro impatto tragico ha tenuto banco nei discorsi di ognuno per almeno tre mesi dopo i disastri, soprattutto nel Giappone orientale e nella capitale, relativamente vicina alle zone colpite. Oltre a sentire le scosse, Tokyo ha poi vissuto il problema di come reperire energia. Infatti, prima di Fukushima, la quota di produzione di energia elettrica da nucleare era del 30% (con l’obiettivo dichiarato di arrivare al 50% entro il 2030 con nuovi impianti). Al momento del terremoto e dello tsunami, in una quindicina di reattori automaticamente si è messo in moto il processo di spegnimento, tranne che a Fukushima dove ci sono state esplosioni e perdite, ma le spiegazioni su come siano andate le cose sono sempre state parziali.
Oggi solo quattro reattori sono in funzione e cinquanta sono fermi. Da aprile, con l’aggravarsi del disastro, è stato necessario chiudere altre centrali ed è stato fatto un invito ufficiale alle imprese a trovare i modi per non gravare con i consumi sulla rete elettrica nazionale.
Le conseguenze sono state evidenti e hanno interessato la vita di tutti: nei mesi caldi e umidi è stato ridotto l’impiego di aria condizionata, sulle numerosissime linee ferroviarie statali e private i treni sono stati meno frequenti. Le imprese hanno elaborato piani di emergenza, alcune hanno prodotto elettricità in proprio acquistando generatori. Alla Toyota, ad esempio, per qualche tempo gli operai hanno lavorato il sabato e la domenica e sono rimasti a casa a metà settimana, quando i consumi sono più intensi. Tutto ciò ha segnato la quotidianità, ha richiesto spirito di solidarietà e comprensione del momento di crisi, spingendo i giapponesi di ogni generazione e status socio-economico a porsi domande nuove o ad affrontare questioni che prima davano per scontate. 
In Giappone si convive con una natura spesso avversa e i terremoti sono all’ordine del giorno. Anche i bambini sanno che cos’è un terremoto, che si può morire e che, quando arriva, occorre tenere comportamenti precisi. Fin da piccoli ricevono un’istruzione in famiglia e a scuola, abituandosi a convivere con il «senso di precarietà» dato non metaforicamente da una terra che trema. Ma il sisma di magnitudo 9 di un anno fa non è stato previsto nelle sua intensità da nessuno degli enti di ricerca istituzionale preposti a definire le politiche di prevenzione e i piani di emergenza dello Stato. Un evento simile ha messo tutti i giapponesi di fronte al limite della loro scienza e della loro capacità di mettersi in salvo. Eseguendo ordinatamente i piani di emergenza, alcune comunità avevano raggiunto aree di evacuazione che sono state sommerse dallo tsunami. Altre sono state sommerse prima del previsto per la rapidità degli eventi. Di questo non si è potuto incolpare nessuno, anche se i responsabili non si sono nascosti dietro a errori di previsione.
La società giapponese è abituata a organizzarsi come un orologio svizzero e accorgersi che ogni tanto l’orologio non segna l’ora esatta è stato come uno schiaffo brutale. Esiste un forte senso di corresponsabilità, la società si interpreta come un corpo sociale unico, in cui il gruppo conta più dell’individuo e quindi se il governo, l’azienda, o semplicemente i pompieri dicono di comportarsi in un certo modo, ci si fida, dando per scontato che siano persone serie dinanzi a un problema serio. Alle autorità preposte alla sicurezza si deve perciò obbedienza e disciplina. Scoprire che il senso di fiducia e la disciplina sono stati «mal riposti», non solo traditi dalla natura e dalla ferocia degli elementi, ma anche da qualcos’altro, allora si può mettere in discussione tutto.
Se un giapponese può ancora perdonare un errore di valutazione per un sisma ineluttabile, il disastro di Fukushima non è considerato una fatalità, ma rappresenta una colpa che ha avuto un responsabile ben preciso: innanzitutto Tepco, la più grande compagnia elettrica che gestiva le centrali colpite, ma per estensione anche gli altri operatori del settore.
Gradualmente si è diffuso nell’opinione pubblica un forte dubbio sulla validità della scelta energetica di puntare sul nucleare per dipendere il meno possibile dalle importazioni di idrocarburi. Il Paese ha fatto enormi investimenti nel nucleare civile, fin dall’attivazione del primo reattore nel 1966, e a questo scopo ha anche orientato la propria politica estera. Ma oggi il progetto di affidare al nucleare metà della produzione di energia elettrica è bloccato.
La scorsa estate si è svolta una manifestazione antinucleare che ha radunato 10-20mila persone, numeri eccezionali per il Giappone. Chiedevano la chiusura definitiva delle centrali e risarcimenti adeguati, considerato che nell’area più colpita dalle radiazioni non si sa ancora come procedere alla decontaminazione, né quando gli abitanti potranno tornare a casa.
Tali questioni vedono un alto livello di partecipazione e consapevolezza in tutto il Paese perché, se il terremoto ha interessato maggiormente una zona, il tema nucleare, con le centrali dislocate sul territorio ovunque sismico, è diventato un tema di tutto l’arcipelago. A nord di Osaka, dove c’è la massima concentrazione di centrali, al momento tutte ferme, le comunità locali si dividono tra chi vuole chiuderle e chi ci lavora e ha i propri legittimi interessi.
I giapponesi restano orgogliosi della loro tecnologia, come del loro sistema sociale, consapevoli dei propri successi, anche se tale atteggiamento talvolta fa cortocircuito con un senso di inferiorità verso gli stranieri bianchi, che hanno in Europa la «vera» cultura e in America la «vera» potenza. Queste due anime hanno sempre convissuto, ma dopo l’11 marzo 2011 l’anima orgogliosa ha subito contraccolpi. Fukushima ha spinto a elaborare previsioni più precise e a stendere piani di emergenza più flessibili, anche perché il sisma di un anno fa ha messo in movimento un’energia che provoca un aumento di tensione nella faglia sotto Tokyo (30 milioni di abitanti). Oggi la probabilità di un terremoto di magnitudo superiore a 7 sono del 70% nei prossimi quattro anni, mentre prima erano del 70% nei 30 anni successivi. In altre parole, il terremoto di un anno fa avrebbe accelerato l’arrivo del prossimo.
I mass media, tradizionalmente lontani da sensazionalismi e piuttosto deferenti verso gli interessi delle grandi imprese, in queste circostanze sono stati invece lo spazio per avanzare pesanti critiche. Hanno così favorito il maturare di nuove riflessioni, anche tra i più lontani o indifferenti. Oggi l’aria è decisamente cambiata. C’è una riflessione molto forte su una politica energetica diversa. Sono stati avviati studi frenetici sulle tecnologie applicabili alle energie rinnovabili. L’attenzione ecologista alla riduzione dei gas serra nella patria del protocollo di Kyoto resta alta, ma il nucleare non è più la principale alternativa. Una recente immagine scattata da un fotografo della Reuters ritrae un enorme pannello pubblicitario a Fukushima che dice: «Il nucleare è l’energia pulita del futuro». E questo è ciò che si è sempre detto e insegnato ai giapponesi. Oggi nessuno ha più il coraggio di dirlo.

Stefano Bossi

Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, ha vissuto sette anni in Giappone.
Attualmente risiede a Tokyo dove lavora come brand manager del gruppo Richemont.

 

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