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Hanami, un fiore nella tragedia
23 marzo 2011
L’11 marzo un devastante terremoto ha colpito il Giappone, provocando uno tsunami e l'esplosione di un reattore della centrale nucleare di Fukushima. Di fronte a questa tragedia, i giapponesi hanno reagito in modo composto e con grande senso di solidarietà. Quali radici storiche e culturali ha questo comportamento? E quale lezione può arrivare ai cristiani dal sisma giapponese? Anticipiamo l’editoriale del numero di aprile di Popoli.

Tra le tante parole in lingua giapponese che abbiamo imparato in questi giorni di devastazione e morte ce n’è una bellissima: hanami. Letteralmente significa: «contemplare i fiori», ma il termine indica la festa della fioritura dei ciliegi, festa che avviene all’inizio di aprile. Questa usanza, istituita in Giappone fin dal VII secolo dopo Cristo, è un tempo nel quale le persone si ritrovano con i propri cari per stare tranquillamente sedute ad assaporare la bellezza della natura. Non è un mero appagamento estetico, ma una celebrazione comunitaria di una duplice consapevolezza: ogni cosa è impermanente e si esiste solo in quanto inter-relazionati con tutti e con tutto.
Già, ogni cosa inesorabilmente finisce! Loro, i figli del «Paese del sole che sorge», lo sanno bene: perché da sempre risiedono su una terra vulcanica esposta a una potenza indomabile, capace di spazzare via tutto. La conseguenza di questa convinzione, che fonda la cultura del Giappone, la stiamo capendo dai reportage sulla devastazione che lo ha aggredito l’11 marzo. Con ammirazione e stupore osserviamo comportamenti sociali dei quali sappiamo di non essere assolutamente capaci. Nel totale caos e panico ciascuno fa la propria parte, non preoccupandosi solo di se stesso, ma anche che gli altri attorno possano avere il meglio possibile.
L’ordine disciplinato delle file nelle quali tutti sono allineati non è il frutto delle periodiche e frequenti esercitazioni collettive. Ben altra e più socialmente matura è la motivazione che genera questa sinergia: il sapersi parte di un universo nel quale tutti sono legati agli altri; nessuno è assoluto e tutti dipendono reciprocamente.
Noi cristiani non dovremmo far fatica a comprendere immediatamente questo concetto: si tratta della comunione che raccoglie tutti in un solo corpo. La simbologia eucaristica del vino e del pane racconta il risultato della comunione di individualità distinte che partecipano tutto, ma rinunciano alle corazzature individualistiche. Il pane e il vino sono la conseguenza dell’interscambio della totalità di se stessi: non attraverso un’omologazione del singolo su canoni predefiniti (sarebbe solo una massa omogenea), ma attraverso una condivisione dell’eterogeneità degli individui. Simili in quanto a dignità, ma differenti nella propria personale individualità.
La responsabilità, allora, è il carattere della relazione. Si è responsabili di ciascun altro, poiché non si esisterebbe a prescindere. Il nome di questa responsabilità è: custodia.
Gli Atti degli Apostoli riportano un’affermazione di san Paolo: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (20,35). L’inclinazione al dono è insita nell’uomo: ogni persona avverte il desiderio di entrare in contatto con gli altri, poiché quando si dona liberamente, realizza pienamente se stessa.
Questa è anche l’esperienza di hanami. Come il ciliegio esplode nella sua gioiosa fioritura che poi decadrà, altrettanto gratuitamente, senza reticenze né avarizie, dobbiamo condividere in maniera piena ed entusiasta ogni momento della nostra esistenza.
Davide Magni S.I.


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