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Susana, l’ultima vittima della «guerra» messicana
13 gennaio 2011
I fatti risalgono al 5 gennaio ma la notizia si è diffusa solo nelle ultime ore. Susana Chávez, 36 anni, attivista per i diritti delle donne, scrittrice e poetessa, è stata uccisa a Ciudad Juárez, capitale dello Stato messicano di Chihuahua, al confine con gli Usa. Si tratta di una delle prime vittime del 2011, iniziato nello stesso modo in cui si è chiuso il 2010, anno che ha fatto registrare record incredibili in fatto di violenza. Perfetta e drammatica fotografia di un Paese, il Messico, di fatto in stato di guerra permanente.

Il corpo senza vita di Susana, mutilato come spesso avviene in casi simili, è stato ritrovato alla periferia di Ciudad Juárez. La polizia sostiene di avere già individuato i responsabili, tre ragazzi minorenni. La donna avrebbe conosciuto i tre giovani in un bar, per poi recarsi nell’abitazione di uno di loro: qui, tra alcol e droga, la situazione sarebbe degenerata fino ad arrivare a un tentativo di stupro e all’omicidio.

Una ricostruzione che - nonostante l’ammissione di colpa dei tre ragazzi - non convince chi conosceva Susana Chávez. Da tempo impegnata nella denuncia del clima di violenza e discriminazione che da anni circonda le donne di Ciudad Juárez, si ritiene assai improbabile che la donna sia stata così ingenua da esporsi a un simile pericolo. Susana era piuttosto nota in tutto il Paese, oltre che per la sua attività di scrittrice, anche per avere coniato lo slogan «Ni una muerta más» («Non una morta di più»), adottato da molte associazioni di difesa dei diritti umani che si battono per contrastare e fare chiarezza sul fenomeno del cosiddetto «femminicidio», la serie ininterrotta di omicidi che da più di 10 anni colpisce giovani donne di Ciudad Juárez e dintorni, nell’indifferenza (o forse complicità) delle istituzioni e delle forze di polizia.

Organizzazioni internazionali come Amnesty International e associazioni messicane impegnate sul campo, come il Centro Prodh, fondato e diretto dai gesuiti, chiedono che sia fatta finalmente giustizia, ricordando anche l’omicidio, avvenuto in dicembre, di un’altra attivista, Marisela Escobedo.

L’associazione Justicia para Nuestras Hijas, composta da madri che hanno visto le proprie figlie inghiottite in questo vortice di violenza (di alcune di loro non è mai stato ritrovato nemmeno il cadavere), ha comunicato le cifre ufficiali degli omicidi di donne compiuti nel 2010 nello Stato di Chihuahua: l’anno si è chiuso con il triste record di 446 uccisioni, una ogni 20 ore. Un numero spaventoso, se si pensa che in 10 anni, dal 1993 al 2002 si erano registrati 413 omicidi, meno di quelli verificatisi nel solo 2010. Il 69% delle uccisioni è avvenuto nella città di Ciudad Juárez, considerata la più pericolosa del mondo occidentale, non solo per le donne. Secondo il quotidiano Reforma, nel 2010 ci sono stati in città 3.111 omicidi (una media di oltre 8 al giorno), circa il 25% di tutti le morti violente registrate nel Paese.

Il fenomeno del «femminicidio», dunque, è ormai solo una parte di una più generale esplosione di violenza che coinvolge tutto il Messico, da quando i cartelli del narcotraffico hanno iniziato a combattersi tra loro e a sfidare apertamente le istituzioni. E la risposta del presidente Calderón, tutta improntata alla militarizzazione e incapace di sanare alcuni problemi di fondo (come la corruzione delle forze di polizia), non fa che acuire il dramma.

Sull’esplosione di violenza in Messico e sulle responsabilità del governo leggi l’articolo pubblicato nel numero di novembre 2010 di Popoli (è necessario effettuare il login gratuito)
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