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Terremoto in Turchia: tra i superstiti una famiglia italiana
24 ottobre 2011

«Un’esperienza inimmaginabile», così Costanza Ugolini da Van descrive il terremoto di ieri, nella Turchia orientale. La scossa di magnitudo 7,2 che ha sconvolto la zona del lago di Van ha finora ucciso 217 persone e provocato almeno un migliaio di feriti, secondo il ministero dell’Interno turco, ma il bilancio continua ad aggravarsi. Secondo quanto riporta il quotidiano Hürriyet, nella città di Ercis, 75mila abitanti, la più vicina all’epicentro, un’ottantina di edifici a più piani sono crollati. Dopo la scossa più forte è seguito uno sciame sismico per diverse ore.
Raggiunta al telefono da popoli.info, Costanza ci ha raccontato che lei e i suoi genitori, gli unici italiani residenti nella città di quasi 400mila abitanti, stanno miracolosamente bene, ma hanno perso la casa, un appartamento al quinto piano di un palazzo che non è crollato, ma è inagibile. Hanno trascorso la notte in auto, come moltissima gente spaventata. Le temperature sono molto rigide, nella zona in questi giorni ha già nevicato. 
«La scossa è stata violentissima - dice ancora Costanza - ed è durata oltre 30 secondi. In casa crollava tutto: mobili, intonaco, e tutta la roba che avevamo. Durante la scossa ci siamo abbracciati aspettando che si aprisse una voragine sotto di noi o che ci crollasse addosso il sesto piano. Invece siamo riusciti a scappare e a prendere la macchina ma una volta fuori ci sono state altre violenti scosse e quindi non potevamo proseguire. La gente scappava dalle case urlando».
La situazione resta estremamente confusa, anche se da questa mattina è ripresa l’erogazione di corrente elettrica.

 

Nel marzo 2011 Popoli aveva raccolto la loro storia, chiedendo a Roberto Ugolini di raccontare il senso della presenza in questa zona della Turchia. Riproponiamo di seguito l'articolo.

Una famiglia di frontiera

Siamo una famiglia fiorentina: Roberto, Gabriella e Costanza. Siamo partiti nel maggio del 2000 dall’Italia e viviamo da quasi undici anni nell’Est della Turchia, nella regione del lago di Van, vicino al confine con l’Iran e l’Iraq. Questa terra è stata un po’ la nostra «via di Damasco». La nostra scelta di lasciare tutto per andare a vivere in Turchia è maturata lentamente nel tempo e ha origini in una ricerca di senso più profondo da dare alle nostre vite.
Trattandosi di tre persone, per ognuno di noi le ragioni sono differenti e strettamente personali, nel senso che ciascuno ha fatto un proprio cammino interiore indipendente da quello degli altri due, anche se le motivazioni di partenza e le speranze per il futuro avevano e hanno tratti comuni. In questa «ricerca di senso» entrano volti, nomi, incontri, parole, sogni e speranze che sono stati come piccoli gradini che ognuno di noi tre ha salito con gioia per arrivare a dire il suo «sì».

I MOTIVI DI UNA PARTENZA
Partiamo grazie ai tanti viaggi in Turchia, Paese che dal 1984 abbiamo cominciato a visitare e conoscere, durante i periodi estivi, con un camper e alcuni amici, e nel quale tornavamo ogni anno perché qualche cosa di indefinibile e inspiegabile cominciava ad attirare i nostri cuori, i nostri desideri, gli sguardi più profondi, la nostra sensibilità e sete di risposte.
Partiamo grazie a padre Paolo Bizzeti, il gesuita conosciuto in Brasile nel 1996, che con la sua attenzione a noi e con la sua capacità di leggere nel cuore dell’uomo, ci ha accompagnati nel discernimento di tutto quello che dentro di noi aveva bisogno di ordine e chiarezza per arrivare a concretizzarsi in una risposta.
Partiamo grazie all’inquietudine che, in modi e tempi diversi, ognuno di noi aveva dentro: quell’inquietudine che era sete di incontri, conoscenza, desiderio di abbracciare una realtà e un’umanità che ci avevano accarezzato il cuore nelle vite ospitali di quei musulmani che ci mostravano un volto sorridente e accogliente dell’islam e del loro animo. Negli occhi brillanti dei bambini che incontravamo per strada mentre lavoravano per aiutare la famiglia. Bambini lavoratori che ci mostravano una povertà dignitosa, una curiosità gioiosa, una vitalità che ci faceva interrogare sulla provenienza di quella forza e di quel sorriso, nonostante le difficoltà e le responsabilità di cui già a quell’età erano investiti.
Partiamo grazie alla testimonianza semplice e aperta che molti religiosi e religiose ci davano ogni volta che andavamo a trovare quel «piccolo resto» di cristianità, in una terra dove si è sviluppata la Chiesa delle origini, in una terra ricca di preziosa umanità, nella quale sono nate figure importanti per la nostra fede come Paolo di Tarso, Luca, Basilio, Efrem il Siro, Giovanni Crisostomo, Ignazio di Antiochia. Quella terra spingeva a chiederci cosa significasse veramente essere «cristiano», perché sentivamo che non si trattava più solo di un’eredità che ci portavamo dietro dalle nostre origini familiari, ma una scelta quotidiana che richiedeva consapevolezza di essere minoranza in mezzo a un popolo di musulmani e dove le parole di Gesù «siete sale della terra e luce del mondo» assumevano un sapore diverso, nuovo, da scoprire.
Partiamo grazie alla passione che ha risvegliato in noi l’incontro con il mondo mediorientale, che ha una storia dolorosa per le sue minoranze e che qui vede ancora turchi e curdi confrontarsi senza trovare vere soluzioni di pace. Due popoli che, negli anni, sentivamo sempre più vicini e che, col tempo, si erano concretizzati in volti, storie di vita, amicizie di persone con cui sentivamo il desiderio di condividere di più e, magari, poter arrivare a essere una famiglia in mezzo alle loro.
Partiamo grazie a gli amici che hanno condiviso questa nostra scelta e che continuano ancora oggi a viverla con noi. Grazie al loro affetto e sostegno, grazie alle domande e alla bellezza di una novità che non riguarda solo noi, ma che coinvolge tutti per farci diventare «ponti» di una realtà molto più grande.

SULLA STRADA DEGLI AFGHANI
La prima città in cui abbiamo abitato appena giunti in Turchia è stata Sanliurfa, ai confini con la Siria, città popolata da arabi, curdi oltre che turchi. Dopo quasi quattro anni e mezzo ci siamo trasferiti a Van, città del profondo Est, vicina al confine iraniano, sull’omonimo, immenso lago salato. Qui nove persone su dieci sono curde.
Tutta questa parte di Turchia è ad «alta temperatura». Non per motivi climatici - siamo, infatti, a 1.700 metri sul mare - ma per motivi politici. La cosiddetta questione curda, infatti, con la conseguente guerra fra l’esercito turco e i guerriglieri curdi, di cui quasi nessuno parla, lascia una tragica striscia di sangue da quasi trent’anni. Da circa due anni, poi, si sta verificando l’arrivo di migliaia di afghani costretti ad abbandonare il loro Paese per motivi religiosi e politici.
Principalmente siamo impegnati nell’accoglienza e nell’aiuto a queste persone. Costanza, nostra figlia, lavora in un’associazione cui si rivolge la maggior parte delle donne afghane che arrivano nella città di Van, la prima dopo il confine iraniano, e dove ha sede un ufficio dell’Acnur, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati.
Lavorando come interprete dal dari (persiano) - lingua parlata da quasi tutti questi rifugiati - al turco, ha così modo di conoscere le storie delle famiglie che arrivano senza niente dopo aver sopportato viaggi interminabili. Arrivano anche molte donne sole con bambini, in fuga dalle violenze cui erano sottoposte nel loro Paese. È un’umanità ferita fisicamente e psicologicamente.
La nostra presenza in Turchia trova senso nel desiderio di vivere insieme a queste persone la vita di ogni giorno: noi, una famiglia cristiana, in mezzo alle altre famiglie musulmane. Senza troppe parole, senza l’intenzione di essere dei nuovi colonizzatori in forza della nostra cultura, religione o denaro, ma semplicemente condividendo, scoprendo e mostrando che si può vivere con i più poveri e sentirli fratelli, nel momento in cui anche noi facciamo esperienza della nostra «povertà», che ci rende tutti uguali, pur nelle differenze.
Vivendo così abbiamo preso coscienza che la Verità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si scopre insieme, un cammino che è necessario percorrere insieme, ciascuno con la propria identità e nella propria specificità. La differenza dell’altro è una ricchezza che ci aiuta a comprendere meglio ciò che noi siamo, la bellezza e il mistero del progetto di Dio che ci ama tutti in un modo che è molto più grande del nostro cuore. Nazim Hikmet, poeta figlio di questa terra, ha scritto queste parole nella sua Ultima lettera al figlio: «Prima di tutto l’uomo».
Abbiamo cercato di condividere la nostra umanità di figli di Dio, scoprendo che i nostri desideri, speranze, paure, lacrime e sorrisi sono gli stessi dei musulmani accanto a noi. Condividere il mistero dell’incarnazione di Gesù che ha vissuto per servire e non per essere servito.

Roberto Ugolini 

Per leggere e scaricare l'articolo in pdf clicca qui

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