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Carta canta
L'«altro» nei periodici italiani
Anno 2011
Carta canta 2013

Carta canta 2012





































































































































































































































































































































































L'«altro»
nella stampa periodica italiana

M. G. Tanara e E. Schiocchet


Dicembre 2011

Iperproduzione di beni, iperconsumo di risorse, sperequazione nella distribuzione dei consumi alimentari. Questi i temi proposti, pur nelle evidenti differenze di rapporto immaginitesto e di contenuto, dai due servizi che Carta canta rilegge questo mese. In Il futuro non può attendere. Dietro le apparenze, pubblicato su Io Donna del 22 ottobre 2011, si parte da un punto del globo, la Cina, per riflettere sull’esplosione produttiva del pianeta. Le immagini di Alain Delorme, formalmente ineccepibili, sono organizzate in geometrie che compongono un primo piano (al di qua di un muro) - dove il piano orizzontale di una strada è percorso da bici o carretti su cui si sviluppano ardite e surreali costruzioni verticali di pacchi/oggetti/merci/mobili - con uno sfondo (al di là di un muro) dove torri, antenne, grattacieli, costruzioni ipermoderne svettano a testimoniare il successo economico del presente cinese.

Didascalie e testi giustapposti a ogni immagine in modo ironico e sensato prendono le mosse dal caso cinese per allargare il tema (economia globale, evoluzione dei distretti industriali, trasporti, risorsa acqua, impatto delle nuove tecnologie) alla situazione italiana e/o mondiale. Una domanda di fondo sembra emergere dall’osservazione di queste «cataste di oggetti che sovrastano i fattorini e che, inevitabilmente, finiranno per inondare le nostre case e la vita quotidiana di miliardi di persone. nell’evidenziare la sproporzione del carico, queste fotografie ci interrogano sulla sostenibilità, ambientale e umana, di una tale iperproduzione. Per quanto tempo il pianeta potrà reggere questo peso?».
L’altro servizio è un reportage dal titolo Il mondo a tavola. Ecco esattamente che cosa mangiamo, apparso su Oggi del 19 ottobre e dedicato a «What I eat», un libro e una mostra che fotografano le diverse abitudini alimentari della popolazione mondiale. Visitando il sito del progetto (www.whatieat.org), curato dal fotogiornalista americano Peter Menzel insieme a Faith D’Aluisio, scopriamo che sono 80 le persone che compongono questo singolare atlante dell’alimentazione. Ciascuna di esse è ritratta sullo sfondo del suo contesto geografico e culturale insieme a tutti gli alimenti e le bevande che costituiscono la sua dieta giornaliera e viene tipizzata in termini professionali e sociali: dal bagnino australiano alla casalinga araba, dall’asceta indiano al frate servita italiano, per limitarsi soltanto a qualche esempio. In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre, dal 17 al 22 dello stesso mese, alcune di queste foto sono state esposte nel Palazzo della Fao di Roma, prima di arrivare a Milano. Oggi ne offre un’anteprima ai suoi lettori. Le foto scelte nel servizio sono una decina.

Alcune, riprodotte a tutta pagina, vengono proposte con un’impaginazione un po’ penalizzante: in un blocchetto di testo compatto, scavato in bianco sulla fotografia, vengono indicati Paese di provenienza, numero di calorie giornaliere, identità della persona, tipi e porzioni di consumo alimentare, offrendo così una sintesi molto chiara del testimonial rappresentato, ma compromettendo in qualche modo la pulizia e la forza dell’immagine. Altre sono abbinate due a due per pagina con l’intento di sottolineare sperequazioni e contrasti: come nell’accostamento tra «la frugalità della mandriana» del Kenya con le sue 800 calorie e le sue mucche denutrite e «la spaventosa fame della mamma inglese» con le sue 12.300 calorie e la sua espressione un po’ allucinata e paradossale.


Novembre 2011


Frontiere e attraversamenti evocano immediatamente, nel nostro immaginario, l’altro come migrante, che lascia la sua terra e parte alla ricerca di una possibilità di futuro in Paesi lontani: un viaggio solitamente pieno di rischi, che deve fare i conti anche con paure e chiusure altrui, le nostre. Gli articoli su cui ci soffermiamo in questo mese toccano in vario modo questi temi.
Il primo è il servizio di copertina de Il Venerdì del 9 settembre 2011: porta l’occhiello ironico e un po’ amaro Giochi con le frontiere, si intitola E la Grecia ha deciso di fare muro tra Est e Ovest ed è firmato dallo scrittore Matteo Nucci. Il confine è quello tra Grecia e Turchia: come spiega il capo della polizia di Orestiada, il muro che il governo greco ha deciso di costruire «sarà lungo dodici chilometri e mezzo» e «proteggerà l’unico tratto del confine che
non segua il fiume [l’Evros] e che è come un’autostrada per l’immigrazione clandestina». Nel servizio risulta stridente il contrasto tra il «rimedio» scelto dal governo greco e la portata umana della questione migratoria: i cinque giovani che il lettore incontra in apertura del servizio e che camminano lungo la strada asfaltata verso Orestiada li ritroviamo alla fine nella piazza centrale della città, su una panchina. Sono stati rifocillati da qualcuno e ora fumano «per nascondersi, per mimetizzarsi. Perché un uomo che ha percorso chilometri e chilometri per entrare in Europa, senza nulla, solo con il desiderio di cambiare vita a costo di sfidare la morte, difficilmente lo troveresti in piazza a fumare».
Il secondo servizio, apparso su Famiglia Cristiana del 4 settembre 2011, porta la firma di Maurizio Turrioni, è dedicato al nuovo film di Emanuele Crialese, Terraferma, e s’intitola La ragazza venuta dal mare, in omaggio alla giovane africana Timnit, giunta a Lampedusa su un barcone con altri 4 sopravvissuti e 73 cadaveri e coinvolta nel cast. Intervistato da Turrioni, è lo stesso Crialese a spostare l’accento dal discorso cinematografico al modo in cui mass media e politica affrontano la questione migratoria: «Trovo aberrante il modo in cui i media minimizzano la tragedia dell’immigrazione dall’Africa verso le nostre coste. […] Guardo i Tg, sfoglio i giornali e leggo le parole pronunciate da certi politici: rifugiato, immigrato, clandestino.
Ma cosa significano? Dietro le etichette ci sono persone vere, in fuga da fame e guerre per un migliore avvenire. Per sé e per i figli». E la trasformazione di Lampedusa «da scoglio incontaminato a vera e propria terra di frontiera», diventa, agli occhi del regista, il simbolo stesso di questa aberrazione.
Infine, su D-Repubbiica (17 settembre 2011) Giacomo Papi ci parla de I passages, storiche e lussuose gallerie del centro di Milano. In particolare di Galleria De Cristoforis, primo tra i passages italiani e che oggi, «ogni notte si trasforma. I barboni stendono i loro cartoni […] e si accampano per dormire. Un paio di volte alla settimana, intorno alle 21, si sente un rumore diffuso […] Sotto terra, pochi metri oltre la grata su cui poggiamo i piedi, c’è un lungo tavolo circondato da decine e decine di esseri umani impegnati a scartare a velocità forsennata centinaia di camicie, pantaloni, felpe e pullover. Dall’aspetto e dalle voci sembrerebbero arabi, cingalesi o pakistani. […] La visione evoca qualcosa di barbaro e fantascientifico. Una folla improvvisa sorge dal nulla, di notte, nel sottosuolo di una grande città, a pochi passi dai grandi magazzini, per togliere dal cellophane la marea montante di merce che preme per essere esposta e comprata».
Ecco un nuovo confine da superare, tutto interno al nostro Paese, per i tanti che abbiano raggiunto Orestiada e, dopo una lunga e dolorosa traversata, la terraferma.

 

Ottobre 2011

In questa puntata di Carta canta abbiamo scelto cinque servizi in cui la comunicazione è prevalentemente visiva, affidata a un’unica immagine, generalmente di grande impatto, che il testo si propone in vario modo di contestualizzare. Famiglia Cristiana del 24 agosto e Sette del 28 luglio, rispettivamente in copertina e nella rubrica «Foto con commento d’autore », propongono due immagini drammatiche della siccità che sta mettendo in ginocchio il Corno d’Africa.


In entrambi i casi protagonista della foto è un gruppo di donne somale, molte con i figli in braccio, e il testo che le accompagna è, sia pure con accenti diversi, una chiamata alla responsabilità: da una parte Famiglia Cristiana, con il richiamo all’appello del papa,invita a un gesto di concreta solidarietà nei confronti di queste madri («Aiutiamo la Somalia»), dall’altra Sette, attraverso il commento articolato e suggestivo di Antonio Scurati, porta il lettore a scoprire inediti collegamenti tra quel «gruppo maestoso di donne somale» e il nostro sfruttamento irresponsabile delle risorse ambientali. La crisi idrica che esse si trovano a fronteggiare, infatti, non è semplicemente frutto della cronica aridità del loro territorio, ma è un fenomeno nuovo - connesso al quadro di surriscaldamento globale - che sta colpendo già altre zone del pianeta come Messico, California e Australia. Dal punto di vista della comunicazione l’esito del servizio di Sette con la «didascalia d’autore» risulta particolarmente interessante. L’iconografia della fame viene sottratta all’abitudine («noi europei ben pasciuti - scrive Scurati - con l’immagine del bambino malnutrito e disidratato sullo schermo tv all’ora di cena ci siamo cresciuti, quell’immagine terribile ci ha quasi svezzati»), e le viene restituita forza espressiva. Protagoniste femminili anche in due immagini da Donna moderna: «La preghiera che spezza il digiuno» (24 agosto) e «Follia», dalla rubrica «Le emozioni della settimana» (17 agosto).


Nella prima immagine «una giovane musulmana prega al calar del sole durante il Ramadan, nella moschea di Jama Masijd a Nuova Delhi» e ci porta in un contesto lontano, ma di cui percepiamo la valenza spirituale e religiosa. La seconda immagine gioca invece sul contrasto tra la vitalità di alcune donne iraniane (vestito tradizionale e capo coperto) che, ridendo, giocano con una pistola ad acqua e - recita la didascalia - «il folle regime degli ayatollah che ha arrestato 17 ragazzi per una battaglia con pistole ad acqua nel sud del Paese», perché «bagnarsi in pubblico è disdicevole e quindi immorale». Le donne di Paesi e culture lontane ritratte in queste quattro foto si misurano con dimensioni esistenziali decisive: la cura dei figli e la caparbietà nell’affrontare calamità e conflitti, l’intensità spirituale e religiosa del quotidiano, l’appartenenza alla propria cultura vissuta nella libertà di spirito e il coraggio di misurarsi con autoritarismi culturali e politici. Paradossalmente, nella comunicazione sull’«altro» l’immagine femminile assume uno spessore molto maggiore degli stereotipi femminili spesso prevalenti nella comunicazione che riguarda i «nostri» contesti culturali e sociali.

Agosto-Settembre 2011

Carta canta di questo numero è frutto di un laboratorio condotto da Stefano Femminis, direttore di Popoli, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università Statale di Milano, dal titolo «Comunicare la mondialità». In uno degli incontri, guidati da Elvio Schiocchet, del Centro documentazione San Fedele, gli studenti hanno analizzato come i principali settimanali italiani «raccontano» la mondialità. Ecco tre esempi di altrettante modalità comunicative.

Nel numero del 9 aprile di Io Donna troviamo l’articolo «Profeti disarmati», in cui si parla di un’azienda che si occupa di satira politica sul web. La peculiarità di questo articolo sta nel descrivere la mondialità come un perfetto melange di usi e costumi. In questa redazione, infatti, vediamo molte donne musulmane che lavorano utilizzando Mac di ultima generazione, scrivendo articoli che deridono le istituzioni del proprio Paese, le stesse istituzioni che in questi mesi hanno preso a vacillare davanti a richieste di maggiore libertà. Nel pezzo vi è un interessante riferimento al ruolo della preghiera nella vita dell’azienda. Benché l’azienda sia strutturata come quelle occidentali, chi vuole ha la libertà di pregare negli orari previsti dalla fede islamica, senza che questo porti a squilibri interni o improduttività. Quest’ultimo riferimento può rappresentare un’importante lezione per l’Occidente, un’immagine di mondialità come fluido scambio interculturale.
Il secondo esempio è tratto da Donna moderna del 4 maggio. Il titolo è «50 secondi di silenzio». Chiamarlo articolo pare eccessivo, in quanto entrambe le pagine di cui è composto sono occupate da una fotografia con una breve didascalia a piè di pagina che dice: «Il 19 aprile, a Lampedusa, sbarco da record: 760 persone dal Ghana, dalla Nigeria, dal Sudan, dal Congo. Decine le donne incinte. Tanti i bambini, anche neonati. Di fronte a loro è difficile rimanere ostili o indifferenti». L’immagine rappresenta un uomo di mezza età in forza alla Guardia costiera che tiene in braccio un neonato appena giunto in terra lampedusana. Risulta qui espressa in modo inequivocabile la forza comunicativa di un’immagine. Il «parlare alla pancia» è ampiamente utilizzato; anche le poche righe sono molto brevi, quasi sciabolate che fendono le deboli resistenze di chi legge, già annichilite dall’immagine principale. 
D Donna del 23 aprile, nell’articolo «Lezioni del terzo mondo», racconta di una Ong africana, PoveriVoi, che ha rivoluzionato il concetto di aiuto umanitario: da oggi è la popolazione africana che può aiutare gli occidentali a tornare «umani». L’analisi comincia dalle immagini: un gruppo di bambini in un villaggio africano, sorridenti e in posa; la campagna pubblicitaria dell’iniziativa, che si rivolge agli africani («Adotta un giovane Italiano - Con PoveriVoi puoi aiutare il popolo d’Italia a combattere contro una drammatica disumanizzazione»), ma è in realtà diretta proprio agli Italiani. Il testo suggerisce l’idea che abbiamo qualcosa da imparare dagli africani, ribaltando lo stereotipo e legandosi alla logica di fondo: ci stiamo rovinando, dobbiamo ricercare noi
stessi e un modo diverso di gestire vita, tempo e priorità. Infine, lo stile: si tratta di un racconto personale (l’autrice è la blogger Elasti), su cui s’innestano altre storie simili tratte dalla vita quotidiana.
Hanno collaborato Giulia Brasca, Margarethe Nitzsche, Roberto Sbalzer e Caterina Versari


Giugno-Luglio 2011


Quanto pesa nel racconto giornalistico il rapporto diretto del reporter/giornalista con l’accaduto e i suoi protagonisti e quanto contano le scelte redazionali, le politiche editoriali? Che equilibrio si instaura nel resoconto di un evento tra la specificità dell’accaduto e la sua riconduzione a tema, a generalizzazione?
Con questo carta canta vi vogliamo proporre tre esempi di fotogiornalismo che, pur privilegiando diversi punti di vista, utilizzano immagini e testo come testimonianza.
In Nel garage di telerivoluzione (Io donna, 7 maggio 2011, pp. 56-62) testo di Paola Piacenza, foto di Ignacio Maria Coccia per Io donna, il rapporto tra informazione e realtà diventa l’oggetto stesso del servizio. È il racconto di come Walid, Noureddine, Bashir e Aladdin hanno dato vita a Zarzis Tv proprio nel giorno dell’inizio delle proteste in Tunisia contro Ben Ali: «attrezzatura ridotta all’osso, tre computer e due videocamere. Ma la gente si fida di loro, dopo anni di stampa soggetta al regime». Fotografie e interviste dei quattro ragazzi, immagini dei luoghi dove vivono, del garage/redazione della tv: non si utilizzano immagini di archivio, ma luogo e tempo sono proprio quelli in cui giornalista e fotografo documentano questa storia, anche grazie a un rapporto di fiducia instaurato. Il punto di vista che prevale è quello dei ragazzi/protagonisti.
Unità di tempo, luogo e autore anche in Esther e le altre. Baby prostitute a Kinshasa (Sette, 5 maggio 2011, pp. 64-71) dove Per-Anders Petterson (testo e foto) torna dopo quattro anni per cercare Esther, «per capire se il suo destino ha cambiato direzione». Qui siamo però nel campo del reportage, del fotografo che deve passare quasi inosservato, della realtà che deve essere colta “in flagrante”. Foto di grande formato e impatto ritraggono Esther (13 anni) e le sue amiche – ragazzine dai visi segnati, sguardi duri, vuoti - in scene di quotidianità degradata. L’autore le segue a La Force, “il centro del commercio notturno dei giovani corpi. Non è che una rotatoria male illuminata, con un grande cartellone pubblicitario al centro. Su un lato c’è un deposito di macchine abbandonate, alcune attrezzature con materassi o coperte per le prostitute e i loro clienti. Dietro l’angolo c’è anche una piccola stazione di polizia”. Nonostante le ragazzine vengano intervistate, così come la responsabile dell’organizzazione che offre periodicamente loro ospitalità e cura, il punto di vista rappresentato non è il loro: piuttosto il lettore è portato dal fotografo/narratore ad avere un suo punto di vista su di loro.
George Clooney: paparazzi seguitemi fin qui (Vanity Fair, 13 aprile 2011, pp. 92-99) si pone invece in una posizione media tra servizi che utilizzano il vip per far notizia (vedi carta canta di gennaio) e servizi d’informazione. L’intervista di Jhon Avlon all’attore americano prende lo spunto da un viaggio in Sud Sudan - paese del quale Clooney si occupa dal 2005 - che con il referendum tenutosi tra il 9 e il 15 gennaio ha sancito la propria indipendenza dal Nord. Il punto di vista assunto viene esplicitato fin dal titolo e diventa tema decisivo tanto quanto l’indipendenza del Sud Sudan: Clooney si presenta come una specie di lente d’ingrandimento – possiede anche un satellite, di proprietà privata ma di accesso pubblico (www.satsentinel.org) che monitora i movimenti militari tra Nord e Sud Sudan - capace di far percepire in tutta la sua drammaticità la situazione del paese. Le foto di Linsey Addario hanno lo stesso Clooney come protagonista , mentre villaggi e abitanti delle zone attraversate fanno da comprimari. Il servizio è seguito da una riflessione di Emma Bonino sui cambiamenti innescati dai sommovimenti nordafricani e sui flussi migratori in atto. Oltre che da un ampio servizio sulla relazione Clooney-Canalis.

Maggio 2011

Che cosa succede quando «gli altri» hanno il volto dei bambini? Che tipo di immagini vengono utilizzate e quali messaggi le accompagnano? Seguendo questo filo rosso ci soffermiamo su quattro servizi a vario titolo interessanti.
Su Donna moderna del 23 marzo nell’articolo Basta poco per regalare un sorriso (sottotitolo: Accendete la tv. Torna «La fabbrica del sorriso») si legge: «Domenica 20 marzo inizia l’annuale maratona benefica […] Quest’anno la raccolta fondi è destinata a sostenere il diritto alla nutrizione e all’alimentazione in Italia e nel mondo». Sopra il titolo una foto di bimbi africani che sorridono tenendo in mano tazze colorate. A fianco i volti di quattro testimonial e un occhiello che recita: «Il bello dello show». L’azione solidale del cittadino (o meglio del telespettatore) è affidata al semplice invio di un sms. Proprio da una lettura critica di questo modello di solidarietà prende le mosse il secondo servizio che segnaliamo. Su D - la Repubblica del 19 marzo ecco Bambini souvenir: 5 dollari per la foto (e la salvezza?) di quello che vedete qui sotto. Il sommario si interroga: «Poverty tourism. Migliaia di persone ogni anno vanno in posti come India, Kenya, Afghanistan per osservare con i propri occhi la disperazione, quella vera. È vero altruismo o una morbosa ossessione?». Scrive Riccardo Romani: «Sullo sfondo una galleria fotografica di mocciosi emaciati e contriti prende a pugni il senso di colpa del telespettatore. Un presentatore compito spiega invece […] che spingere il pulsante del proprio cellulare è un gesto formidabile. “Avrete la possibilità di salvare la vita di un bambino”. Non ci rendiamo neppure conto che la povertà […] è entrata a far parte del palinsesto della nostra esistenza senza particolari conseguenze». In questa prospettiva i poverty tour, nati in India qualche anno fa, possono apparire come una sorta di versione sofisticata ed economicamente più impegnativa della maratona benefica televisiva: alla televisione si sostituisce il viaggio e l’esperienza diretta, ma la dinamica rimane la stessa. «I soldi, tassativamente, finiscono nelle mani di associazioni umanitarie. Con cinque dollari - conclude un po’ amaramente l’autore - salvi un bambino e magari provi il brivido esotico di una gita indimenticabile. Siamo buoni e generosi, davvero». Ad accompagnare il testo quattro immagini di bambini scattate a Kabul, Herat e Karachi.Nelle pagine precedenti D ospita un altro lungo servizio, intitolato Mamma Africa. «Adozione straordinaria - si legge in apertura -. A Jinja, in Uganda, una struttura di volontari si prende cura di 50 piccoli orfani. E lì, a patto di fermarsi tre anni, anche una single può crearsi una famiglia». Seguono nove ritratti di genitori adottivi e bambini adottati in situazioni di vita familiare, di cura: il bagnetto, la nanna, il gioco, lo stare insieme, le coccole. Nove storie di adozione fotografate e raccontate da brevi testi che ricordano e restituiscono al lettore l’itinerario di un incontro tra un adulto o una famiglia e un bambino, un incontro che arriva a cambiare la vita. Prendiamo da Sette del 24 marzo l’ultima segnalazione di questo mese: Giappone. I giorni della dignità e del coraggio. È un reportage fotografico sulla tragedia che ha colpito il Paese: tra le immagini, tutte di grande impatto, quattro rappresentano bambini: nonostante la drammaticità del contesto, ce li mostrano non tanto come oggetti della compassione dello spettatore, quanto piuttosto come soggetti attivi, capaci di reagire con inaspettata naturalezza a quanto sta accadendo attorno a loro. Lo sottolineano bene le didascalie di Beppe Severgnini. Commentando una delle ultime immagini - un bambino e un adulto che camminano insieme, dandosi la mano, tra le macerie di Sendai - scrive: «C’è la sensazione che sia il bambino a far coraggio all’adulto - un padre, uno zio, un conoscente - mentre procedono nella devastazione. Sembrano i protagonisti di La strada di Cormac McCarthy: solo che questo non è un romanzo».


Aprile 2011

Agli avvenimenti del Nord Africa continuano a essere dedicati numerosi servizi e commenti, se non addirittura le copertine: Famiglia cristiana del 20 febbraio esce con un primo piano di migranti su un barcone, con il titolo Aggrappati all’Italia; Panorama del 3 marzo annuncia il dossier di 25 pagine Bomba Africa; infine L’Espresso del 10 marzo parla di Assalto all’Europa e propone la foto di un giovane nordafricano in fuga. Viene messa a fuoco, con modalità e accenti diversi, l’emergenza immigrati con cui l’Europa, e l’Italia in particolare, dovranno misurarsi.
Famiglia cristiana dedica alla questione tre articoli. Il primo è un editoriale non firmato (Qualcosa da rivedere su clandestini e respingimenti) in cui, mentre si apprezza (con riserva) la reazione del governo di fronte alla montante ondata di profughi, si legge in queste ultime vicende una smentita alla politica del «pacchetto sicurezza» e dei respingimenti: «Quelli che, oggi, chiamiamo con rispetto “profughi” sono gli stessi che ieri chiamavamo con disprezzo “clandestini”. Uguali i barconi, identiche le ragioni: trovare pace, lavoro e una speranza in Europa». Il secondo è un commento (Ma questa volta non li respingiamo) a un’immagine scattata a Lampedusa: «Eccoli i famosi invasori che dovremmo respingere direttamente in mare [...]: gambe che non reggono la forza di un passo, sguardo assente, maglione che è stato vestito e pigiama per giorni». L’ultimo servizio (Persone, non cose) è un’intervista a Gabriele Del Grande che dal 2006 documenta gli episodi di naufragio, scomparsa, morte, arresto, violenza verso gli immigrati» che cercano di raggiungere la sponda europea del Mediterraneo. Foto d’autore accompagnano il testo.
Molto diverso l’approccio di Panorama, che nelle pagine del dossier dedicate all’emergenza emigrati (E adesso chi li accoglie?) si concentra sulle previsioni numeriche (350mila secondo il ministero degli Esteri), sulle questioni diplomatiche ai fini di una «redistribuzione degli immigrati con il resto dei 27 Paesi dell’Ue», sull’impegno organizzativo che attende forze armate, questure e Croce Rossa e che potrebbe coinvolgere anche la protezione civile. Non a caso le due immagini di repertorio utilizzate mostrano «un gruppo di profughi nordafricani in attesa di controlli sulle banchine di Porto Empedocle» e «un mezzo della Guardia costiera che intercetta un barcone di profughi tunisini al largo di Lampedusa».
Infine L’Espresso. Nelle prime pagine, propone un commento a firma di Innocenzo Cipolletta che smorza l’allarmismo e invita a guardare ai fenomeni analoghi già vissuti e metabolizzati. Quasi in contrasto con questo commento rassicurante, il servizio di copertina si apre con un articolo intitolato Exodus, che parla di oltre 150mila persone ià scappate dalla Libia e dipinge un quadro a tinte fosche: la frontiera tunisina nel caos, l’Egitto in difficoltà ad assorbire i suoi cittadini che rientrano dalla Libia, la tragedia dei lavoratori dell’Africa nera attaccati dai ribelli libici e respinti dai tunisini. Segue un lungo reportage di Fabrizio Gatti (Tra i disperati della rotta est), che ha seguito la fuga verso l’Europa di un gruppo di giovani africani attraverso la Turchia. Un percorso drammatico che per molti si ferma nei centri di detenzione greci o si interrompe con la morte e la sepoltura in fosse comuni. Le foto di Giovanni Cocco accompagnano con cruda efficacia un racconto che costringe il lettore a guardare l’«emergenza immigrati» da un punto di vista diverso, il loro.

Marzo 2011

Molti i servizi dedicati al Nordafrica in rivolta sulle pagine dei settimanali dell’ultimo mese. Ne abbiamo selezionati tre con un’impostazione assai diversa l’uno dall’altro.
Su Sette (27/1/2011), La caduta del muro di Tunisi. Nordafrica in rivolta, Pietro Petrucci commenta una foto di Romi Ochlik a tutta pagina: «Facce adolescenti e mature, proletari e classi medie, teste bianche e volti femminili scoperti. Non c’è traccia di religione, com’è naturale che sia, nella prima rivoluzione di popolo registrata in un Paese arabo. A conferma che la conquista della libertà non ha bisogno di guerre “sante”». Riprendendo il parallelo proposto nel titolo l’autore si chiede: «Riuscirà la rivolta popolare tunisina a innescare anche solo nel Nordafrica un processo a catena simile a quello innescato nell’Europa dell’Est dagli operai di Danzica nel 1980 e dalla caduta del muro di Berlino nel 1989?». All’immagine-documento di grande impatto, dunque, si accosta un breve commento che presuppone la fiducia nella capacità popolare, in Europa come in Nordafrica, di incidere sull’immobilismo delle caste politiche al potere.
Panorama (3/2/2011), in Perché sono anche affari nostri. Rivolte a distanza ravvicinata, legge quanto accaduto in Tunisia ed Egitto, ma anche in Albania, alla luce degli interessi italiani: «Sono non solo partner commerciali privilegiati, ma anche Paesi fondamentali per gli interessi strategici dell’Italia. Che, dunque, non può permettere che scivolino nel caos e nell’instabilità». Il servizio è corredato da tre tabelle sull’import-export con l’Italia e da un breve commento. La didascalia delle immagini sottolinea gli elementi destabilizzanti e irrazionali della rivolta e sembra avere toni quasi di pietà nei confronti di Mubarak: «Egitto. Rivolta del pane. Rivoltosi al Cairo. L’aumento dei prezzi delle derrate alimentari ha scatenato la piazza. Rivolte fomentate anche dai Fratelli musulmani che tentano di rovesciare il presidente Hosni Mubarak, stanco e malato». Nessun credito, insomma, alla capacità della società civile di esprimere un’alternativa credibile alle élite politiche ingessate; ciò che conta, del resto, sono gli interessi economici italiani in loco...
L’Espresso (27/1/2011), nell’articolo Sognando un’altra Tunisia, si concentra sugli alti livelli di istruzione dei tunisini: uno dei più gravi errori di Ben Ali è stato quello di «costringere a una vita povera e senza libertà una popolazione istruita, dove i laureati sono moltissimi e parlare tre lingue è la prassi. Una dittatura insostenibile per chi sa usare il web ma non trova un internet point, per chi filma qualsiasi cosa con il cellulare ma non può pubblicarlo in rete». Emerge l’idea di una società civile giovane e moderna che sarebbe pronta a una nuova gestione del Paese se solo i vecchi apparati legati all’ex presidente lo consentissero.

Febbraio 2011

A questa rubrica interessa capire quale incidenza hanno immagini, concetti, narrazioni utilizzate dai mezzi di informazione sulle «idee che ci facciamo» su di noi e sull’«altro». Il servizio apparso su il Venerdì (3/12/2010), L’ultimo colonialismo: conquistare la psiche del mondo con le malattie, presentando il libro Pazzi come noi. Depressione, anoressia, stress: malattie occidentali da esportazione (Bruno Mondadori 2010), ci racconta l’influenza che hanno avuto i mezzi di comunicazione - orientati dagli esperti di marketing, dall’industria farmaceutica e dalla medicina occidentale - nel trasformare l’idea di sé e del proprio disagio psichico in Oriente, da Hong Kong al Giappone e in Sri Lanka. In Giappone, ad esempio, spiega Watters, il mercato degli antidepressivi fu creato ex novo da Big pharma a partire dal Duemila: la depressione, che fino ad allora identificava forme molto gravi del disturbo e costituiva uno stigma sociale, venne fatta passare letteralmente come «raffreddore dell’anima» (kokoro no kaze) e il business del farmaco per curarlo toccò i cento milioni di dollari di fatturato il primo anno e triplicò nei cinque anni successivi. Ancora a proposito di culture in relazione segnaliamo L’Espresso, che propone regolarmente una sorta di secondo editoriale, Senza frontiere, a firma di un opinionista straniero. Si tratta spesso di nomi molto noti e nel primo numero del 2011 (Aprire la porta agli altri, 6/1/ 2011) è l’indiano Suketi Mehta a riflettere con fine ironia su una curiosa indagine svolta qualche anno fa da Reader’s Digest a proposito della cortesia. Prendendo in esame alcune città del mondo si arrivava alla conclusione che Mumbai è la città più sgarbata del mondo e New York la più cortese. Per singolare coincidenza si tratta delle due città che Mehta conosce meglio: nella prima è cresciuto, nella seconda vive e lavora ormai da molti anni. Da dove nasce il giudizio negativo del Digest sugli indiani della megalopoli? «Non dicono “grazie”, non aprono la porta al loro prossimo e non aiutano gli sconosciuti a raccogliere pezzi di carta caduti in terra». Tre test - spiega Mehta - assolutamente privi di significato nel contesto culturale di Mumbai, se si considera che gli indiani non usano dire «grazie» ma muovono il capo in segno di riconoscenza, che ci sono portieri pagati per aprire le porte, che l’immondizia in strada è tantissima e i cestini molto pochi. Lo scrittore indiano conclude ricordando un proprio articolo pubblicato ancora dal Digest nel 1997 sulle cortesie quotidiane nei treni di Mumbai: «Se siete in ritardo al lavoro e raggiungete la stazione proprio mentre il treno sta partendo, non disperate. Correte verso gli scompartimenti stracolmi di pendolari e troverete molte mani che si apriranno come petali di un fiore per farvi saltare su. […] E al momento del contatto, non sanno se la mano che afferra la loro appartiene a un hindu, a un musulmano, a un cristiano, a un bramino o a un intoccabile. Dicono: “Sali. Ci sistemiamo”. Ecco, questo si chiama aprire la porta agli altri». Anche i servizi dedicati ai viaggi possono essere un’interessante cartina al tornasole del modo di proporre altri mondi e altre culture. Donna moderna, nell’articolo Pechino, la città che guarda al futuro (8/12/2010), invita a visitare la capitale cinese, presentata come ponte tra passato e presente, tra oriente e occidente, tra natura e cultura. Già le immagini, nitide, formalmente accurate, propongono paesaggi curiosamente svuotati dalla brulicante umanità cinese e ci presentano in geometriche composizioni Il lago del palazzo d’estate e la Grande Muraglia accanto allo skyline del Financial district. Pechino viene occidentalizzata e addomesticata sottolineandone la modernità: vengono indicati il «ristorante più cool (6000 metri quadrati firmati da Philippe Starck)», il posto dove prendere «l’aperitivo più trendy», la zona «delle gallerie più esclusive»; basta “un’ora di taxi e pochi minuti di funivia” per raggiungere la Grande Muraglia. Io Donna (n. 51-52, 18/12) nell’articolo Piedi a mollo. Per globetrotter cheap and chic, quattro luoghi caldi dove fuggire e… far perdere le tracce, attraverso immagini patinate, ci porta in quattro angoli di mondo in Brasile, Vietnam, Mozambico, Caraibi, presentati come «paradisi tropicali sperduti nell’oceano, a contatto diretto con la natura». Ma senza i suoi inconvenienti. E senza gente. Nella presentazione del servizio si parla di «una rivoluzione dei consumi e degli stili di vita all’insegna della nuova sobrietà: “Meno è meglio”». Per fare un esempio, «alla posada Sitio do Lobo si arriva solo in barca: sei suite, piscina circondata da legno e palme, gazebo per massaggi, churrasqueria e tanti angoli relax vista mare e giungla».

Gennaio 2011

Di cosa parliamo quando diciamo «straniero»? Che idea abbiamo di società lontane geograficamente e culturalmente dalla nostra? Come ci siamo costruiti un’opinione su realtà sociali o culturali di cui non abbiamo esperienza diretta? E ancora: che incidenza hanno immagini, concetti, narrazioni utilizzate dai mezzi di informazione sul nostro modo di guardare l’«altro», sulle «idee che ci facciamo»? Proprio perché siamo convinti del ruolo significativo giocato dai mezzi di comunicazione di massa sulla formazione delle rappresentazioni sociali individuali e collettive, abbiamo provato a rovesciare il punto di vista e a osservare come la stampa periodica di grande diffusione tratta le notizie sull’«altro».
Le testate scelte, tutte a periodicità settimanale - Famiglia Cristiana, Panorama, L’Espresso, Il Venerdì, Sette, D-la Repubblica, Io Donna, Donna moderna, Vanity Fair, Oggi, Chi, Internazionale (e altre potranno aggiungersi nel tempo) - si differenziano per politica editoriale, target, contenuti, stile. Così ogni mese ci proponiamo un piccolo viaggio tra queste differenze e Carta Canta sarà il nostro diario di bordo.
Qualche assaggio per cominciare… Nel mese di novembre due articoli come La mia Africa (Io Donna, 20/11/2010), in cui Roberto Bolle racconta il suo viaggio per l’Unicef in Africa, e Le erbe di Frà Fiorenzo (Famiglia Cristiana, 14/11/2010), con un’intervista a fratel Fiorenzo Priuli dei Fatebenefratelli, medico in Benin), utilizzano entrambi la forma della testimonianza arrivando però a esiti comunicativi molto diversi soprattutto per le immagini utilizzate: fotografie patinate, eleganti e molto studiate negli effetti di luce nel primo caso, riprese «quotidiane» e di stile documentaristico nel secondo caso.
Altri esempi riguardano l’arrivo o la presenza di immigrati nel nostro Paese. Fatta eccezione per il servizio Il colore dei giovani talenti (Famiglia Cristiana, 28/11/2010), dedicato ai successi nello studio e nel lavoro di giovani di seconda generazione, sono i motivi di tensione generati dall’immigrazione a trovare più spesso spazio, con punti di vista talvolta singolari. Oggi del 24/11/2010 ci racconta L’incredibile disavventura del proprietario di una barca a vela che ha vissuto il dramma (!) di ritrovare il proprio 13 metri distrutto vicino a Crotone perché utilizzato da 70 immigrati per venire in Italia. Degno di nota anche l’accostamento tra immagine e testo nel servizio La nuova vita (in patria) degli extracomunitari cacciati dalla crisi (Il Venerdì, 26/11/2010): all’immagine «civetta» di apertura, che si riferisce alla vicenda degli immigrati rimasti 15 giorni su una gru a Brescia per protestare contro gli esiti contraddittori della sanatoria del 2009, seguono storie di immigrati che, costretti a lasciare l’Italia, hanno potuto dare una svolta positiva alla loro vita proprio grazie a questo rientro in patria.
 

© FCSF - Popoli, gennaio - dicembre 2011