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Carta canta
L'«altro» nei periodici italiani
Anno 2013
Carta canta 2012

Carta canta 2011




















































































































































































































































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L'«altro»
nella stampa periodica italiana

M. G. Tanara e E. Schiocchet


Dicembre 2013

Imparare a vivere (e a morire)


Due contesti geografici decisamente lontani - Giappone e Ghana - e due esperienze molto differenti: l’accostamento tra i due servizi che proponiamo può sembrare piuttosto strano.
Il primo, intitolato Tokyo, a lezione di morte. Ma per scoprire la vita, è tratto da Il Venerdì del 25 ottobre ed è firmato da Silvio Piersanti, giornalista italiano che vive a Tokyo. Racconta con efficacia le inconsuete lezioni impartite dal prete buddhista Tetsya Urakami: una trentina di persone alla volta partecipano a questo «viaggio nell’esperienza della morte» (è il titolo della proposta) attraverso una sorta di gioco dagli effetti dirompenti. Molto semplici gli strumenti utilizzati. Vengono distribuiti a ciascun partecipante 20 foglietti di quattro colori diversi: sui foglietti bianchi ognuno è invitato a segnare le cinque cose materiali che ritiene più importanti per sé, su quelli azzurri le più amate nella natura, su quelli rosa le attività fisiche preferite, su quelli gialli i nomi delle persone più care. Una selezione che rappresenta la premessa della parte veramente traumatica della «lezione».
Il prete buddhista racconta la storia di un personaggio in cui invita a identificarsi: è una donna che si scopre malata di cancro e fa i conti con la perdita di tutto ciò che rendeva la sua vita piena e soddisfacente. In questo drammatico percorso ciascuno è invitato a «scegliere» le perdite più sopportabili, accartocciando e gettando a terra di volta in volta i suoi foglietti colorati. Alla fine di questo esercizio, spiega Piersanti, «avete riacquistato il vero valore di tutto ciò che possedete e degli affetti che arricchiscono la vostra vita. Avete capito che bene e male, vita e morte, sono inscindibili. Tornate alla vostra vita quotidiana. Nulla è cambiato se non il vostro modo di vederla: non permetterete mai più che vi appaia piattamente ripetitiva».

Il secondo articolo, intitolato È tempo di far rete, giù in Ghana, è tratto da Sette dell’8 novembre ed è firmato da Luisa Pronzato, una delle autrici più interessanti del blog al femminile del Corriere della Sera, «La 27esima ora». Anche qui l’esperienza raccontata - vissuta in prima persona dalla giornalista - vede un prevalere di presenze femminili e, come sopra, si affronta il problema del cancro, in particolare del cancro alla cervice uterina, «la seconda causa di morte tra le donne, con una fortissima incidenza nell’Africa sub sahariana». Obiettivi e stile della missione «di queste donne benestanti, bianche, in carriera» sembrano molto «occidentali»: utilizzare le potenzialità della tecnologia e, insieme, le competenze medico-scientifiche per sensibilizzare le donne ghanesi e invitarle, attraverso l’attivazione di un ambulatorio in loco, a un test che rileva il primo stadio del cancro e consente di intervenire tempestivamente.
«Quarantacinque donne sono arrivate il giorno di apertura dell’ambulatorio ginecologico. Una ventina raccontava di essere partita alle 5 per essere lì, alle 8, al Teaching Hospital di Tamale. Il sudore dei giorni precedenti - testimonia la Pronzato -, nella melma del mercato, sui pulpiti battisti, avventisti, pentecostali, le mani strette in moschea portavano il primo risultato». Non tutto è andato secondo le previsioni, ma alla fine la missione ha dato la possibilità al gruppo di lavoro italiano di acquisire uno sguardo nuovo sulla vita e sulla realtà. Forse la nostra efficiente e «stanca» società occidentale oggi più che mai ha bisogno dell’incontro con culture «altre» per ritrovare un senso più autentico e umano al suo sapere e al suo agire.


Novembre 2013

Le Lampedusa di oggi e di ieri


Dei molti servizi dedicati al tragico naufragio del 3 ottobre nelle acque di Lampedusa abbiamo scelto quelli di Oggi e Vanity Fair. Annunciato in copertina con lo strillo «La tragedia e gli eroi del mare», il servizio di Oggi (16 ottobre), a cura dell’inviato Giuseppe Fumagalli, apre con il titolo a doppia pagina Cimitero Lampedusa sotto «l’immagine sconvolgente delle decine di bare allineate in un hangar». L’articolo richiama il drammatico paradosso dei carri funebri sbarcati a Lampedusa la mattina del 5 ottobre: «Ultimo viaggio soli, in Mercedes. Penultimo in 518, pigiati su un barcone da 50». La ricostruzione drammatica di quanto accaduto avviene attraverso le voci di testimoni diretti. Ad esempio quella di Aladin, giovane eritreo sopravvissuto.
Completa il servizio un testo del giornalista e scrittore Pino Aprile, che accosta suggestivamente la Sicilia di oggi a Ellis Island, «isoletta di New York, porta d’ingresso nella Merica, per gli scarti del vecchio mondo che fecero grande il nuovo. Fra cui milioni di italiani», dove ancora oggi è possibile cercare le tracce di chi era emigrato lì. Anche Lampedusa dovrebbe diventare custode della memoria degli sbarchi: «L’Europa e l’Italia devono questo agli eredi dei superstiti di viaggi disperati [...] e lo devono ai lampedusani che ci riscattano agli occhi del mondo». E un piccolo seme di questa idea è rappresentato oggi nell’isola dal piccolo Museo delle Migrazioni, dedicato alla storia d’accoglienza ai migranti e alla conservazione dei loro oggetti.

Anche Vanity Fair (16 ottobre) riserva a Lampedusa un posto di primo piano. La scelta, a prima vista singolare, è quella di accostare il naufragio del 3 ottobre alla tragedia del Vajont di 50 anni fa: «Ieri quasi 2.000, oggi oltre 300. Ieri italiani nel Nord degli emigranti, oggi immigrati dal Sud del mondo. Ieri, come oggi, uccisi dall’acqua. Ieri, come oggi, morti che non contano».
Il racconto delle due stragi è affidato alla penna fine di Giuseppina Torregrossa e Pino Corrias. La prima firma un aspro racconto al femminile dall’Isola dei Conigli, significativamente intitolato La guerra delle donne: «Non cerco la cronaca, semmai il bandolo di una matassa che si dipana dai corpi senza vita degli ultimi della terra». Tra «corpi acerbi di bambini che non matureranno» e «pance di donne che, prima di annegare, hanno conosciuto la violenza dei mercanti di carne» emerge da una parte l’amara certezza che «non c’è pari opportunità all’inferno», dall’altra la presa di coscienza della straordinaria forza di queste donne, «capaci persino di trattenere le doglie per non partorire in mare». Il racconto del Vajont di Corrias, scritto nel 2005 e riproposto dalla rivista, intitolato Il mercato del dolore, ricostruisce invece la storia di questa strage annunciata e del silenzio di tanti familiari delle vittime comprato con modesti risarcimenti. Anche allora, nel Nord Italia degli anni Sessanta, a fare le spese della tragedia sono «gli ultimi della terra». E anche qui, a contrastare la violenza degli interessi in gioco, troviamo la forza di una donna, Tina Merlin, ostinata giornalista che, dando voce ad allarmi e proteste inascoltate, scrisse un «libro di precisione vertiginosa: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe».
Oggi e Vanity Fair: due registri di scrittura molto diversi, ma con una sottolineatura comune, quella dell’importanza della memoria. Che si tratti di Ellis Island o del Vajont fare memoria del nostro passato è spesso la chiave per comprendere il dolore dell’altro, riconoscere la sua dignità offesa, andare alla ricerca delle nostre responsabilità.


Ottobre 2013

Sì, viaggiare


In estate lo sguardo punta lontano e le pagine dedicate a possibili mete di spedizioni più o meno esotiche aumentano. Proponiamo qui tre servizi che dicono la varietà di interazioni possibili tra il «nostro» Occidente e i più diversi angoli del mondo.
In «Là dove c’era la foresta ora c’è l’olio da snack» (Sette, 26 luglio 2013), Sara Gandolfi ci dice quanto i meccanismi economici e culturali siano interconnessi su scala globale, raccontando come una merendina in Occidente possa deforestare l’Oriente e allargare il buco dell’ozono. Il servizio dà voce alle denunce di Greenpeace: in Indonesia «si bruciano le torbiere (e si distrugge l’ecosistema) per far posto alle piantagioni di palma, da cui si ricavano i grassi delle merendine», con l’effetto che 42 milioni di ettari di foresta rischiano di sparire e che ogni anno vengono rilasciati nell’atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate di Co2.

Ma non è solo la domanda di materie prime a generare flussi su scala planetaria e non sempre la direzione del flusso è quella che ci aspettiamo. Così la domanda di competenze professionali e know how ha più che raddoppiato il numero degli italiani emigrati a Dubai, a un ritmo di cento nuovi arrivi al mese. «Bye bye, vado a Dubai» (D la Repubblica, 20 luglio 2013) è costruito sulle interviste di Paola Santoro ad alcuni di questi professionisti: gli elevati stipendi sembrano facilitare l’incontro con una monarchia che si ispira all’Occidente per molti aspetti, dalla gestione economica allo skyline cittadino, ma non nel riconoscimento dei diritti civili (niente diritto di voto, pena di morte, scarsissime tutele per i tanti immigrati asiatici che svolgono i lavori più umili). Gli ottimi compensi possono far accettare più di un compromesso, ma non possono essere tutto. Come dice uno degli intervistati: «Qui l’italiano medio è felice. Non manca nulla della sua cultura [?!] dell’ultimo ventennio: locali, soldi, donne, macchinoni. Se sei superficiale, va bene. Altrimenti c’è da lavorare su se stessi. Nessuno ne parla, ma la solitudine è devastante, e il tasso di suicidi tra gli expat è alto».

Con «L’inferno sotto il sole dei Caraibi» (Io donna, 20 luglio 2013) ci spostiamo dal «paradiso» degli emirati a Hispaniola, isola caraibica condivisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana. Giulia Calligaro incrocia elementi di carattere storico, economico, politico, di costume, tratteggiando il drammatico profilo dei due Paesi. Santo Domingo (Pil pro capite 4.440 dollari/anno, 34% della popolazione sotto la soglia di povertà), dove grattacieli e centri commerciali svettano sopra veri e propri slum, «ospita ogni anno più di 4 milioni di turisti tra palme e spiagge candide, ignari di essere a pochi chilometri da uno dei Paesi più poveri del globo». Haiti, periodicamente devastata da cicloni e terremoti ed esportatrice di manodopera verso Santo Domingo, ha un Pil pro capite di 660 dollari/ anno e ha il 70% della popolazione sotto la soglia di povertà. Entrambi i Paesi sono dipendenti economicamente dall’Occidente: export di materie prime, import alimentare e un terziario che, turismo a parte, vive in relazione al numero impressionante di Ong (12mila solo ad Haiti). Ma l’Occidente entra in profondità anche nell’immaginario locale: Santo Domingo è il Paese al mondo con il più elevato numero di saloni di bellezza per abitante: perché «la grande ossessione qui sono i capelli crespi (pelo malo), che rivelano percentuali di sangue nero, e vengono stirati (pelo bueno) dalle donne fino a bruciarli, nei quartieri più ricchi come in quelli popolari, dove ci si indebita per una messa in piega».


Agosto-Settembre 2013

La Cina è vicina (e si fa bella)


La Cina è vicina, titolo di un celebre film di Marco Bellocchio, ben sintetizza il senso dei due servizi di Panorama e L’Espresso sui quali ci soffermiamo in questo numero.

L’articolo di Panorama, scritto da Raffaella Galvani e pubblicato sul numero del 19 giugno, si intitola «La Cina si fa bella e per grandi brand si apre l’eldorado» e fa parte della sezione del settimanale dedicata agli scenari economici. Molte le cifre che accompagnano il testo insieme a una serie di foto tutte al femminile: numeri e immagini avvalorano la tesi di fondo espressa nel sommario: «Capitanate dal colosso L’Oreal, le multinazionali della cosmesi scoprono in città sconosciute milioni di nuovi clienti: ricchi ed esigenti».
Emerge il ritratto di una Cina che vive un’espansione economica impensabile per il nostro Occidente in crisi e che, al tempo stesso, non disdegna modelli culturali tipicamente occidentali, tanto che «in soli quattro anni è riuscita a piazzarsi al secondo posto, dopo gli Usa, per vendita di prodotti di bellezza di gamma alta, e pare destinato a diventare il primo». Punto di forza di questo sviluppo non sono - come si potrebbe pensare - le megalopoli come Pechino, Shanghai o Guangzhou, ma piuttosto le città di dimensioni minori dove sta crescendo una classe media facoltosa e si aprono nuovi centri commerciali con lussuosi e curatissimi spazi beauty. Un’ultima sorpresa riguarda quello che viene chiamato il «sesto continente», composto da coloro che transitano negli aeroporti e che, «secondo stime recenti, nel 2030 sarà “abitato” da 11,4 miliardi di persone. […] Anche qui troviamo tanti cinesi, in particolare della nuova borghesia benestante. E tutti vanno matti per i prodotti di bellezza».

Con il servizio «Cina padrona», pubblicato su L’Espresso del 20 giugno, l’attenzione si sposta sulla Cina che è in Italia. All’articolo, firmato da Fabrizio Gatti e accompagnato dalle foto di Andrea Frazzetta, è dedicata la copertina, con uno strillo - «Se il padrone è cinese» - e un sommario che, capovolgendo lo stereotipo di una popolazione cinese immigrata chiusa e autoreferenziale, raccontano la «normalità» di tante imprese con padrone cinese e lavoratori italiani: «Operai, cuochi, ingegneri, commessi. Dalla Lombardia alla Campania, dalla grande impresa al piccolo negozio, sono ormai migliaia gli italiani che lavorano alle dipendenze di imprenditori asiatici. Ecco le loro storie ». Un «giro di boa» che arriva persino «alla sponsorizzazione delle squadre di calcio del quartiere». Come la Sesto 2012, promossa al suo primo campionato non solo grazie alla bravura dei calciatori, ma anche, a detta del capocannoniere Salvatore Arcucci, per le qualità di «trascinatore» del presidente, il cinese Lu Rong Yi, che si fa chiamare Alberto in onore di Sordi. «E grazie a lui e ai dodici sponsor cinesi della squadra di Sesto San Giovanni, 225 tra bambini e ragazzi dai cinque anni in su possono praticare sport».
Altre storie, nel seguito dell’articolo, portano il lettore a Modena, ad Arcore, ad Agrate, a Legnano, tra fabbriche, supermercati, centri di commercio all’ingrosso, griffe dell’abbigliamento sportivo, ristoranti di cucina italiana. Diversi i contesti e i protagonisti ma tutte in qualche modo espressione di quel «nuovo capitolo di storia» che è anche - come scrive Gatti con realismo un po’ amaro - «la fine del miracolo italiano».


giugno-luglio 2013

Carta canta questa volta è frutto del laboratorio «Comunicare la mondialità» tenuto all’Università Statale di Milano dal direttore di Popoli, Stefano Femminis. Alcuni studenti hanno analizzato una serie di periodici pubblicati fra aprile e maggio secondo i criteri propri della rubrica. Qui alcuni dei loro contributi.

Famiglia cristiana del 5 maggio 2013 pubblica l’articolo Le fragili madri della dottoressa missionaria. L’impegno dei missionari italiani nei paesi africani. L’articolo è caratterizzato da grandi immagini a colori su una giornata tipo nel reparto maternità dell’ospedale di St. Kizito di Mikumi, in Tanzania. Qui Maddalena Casarotto, ginecologa 52enne, ha lavorato per un anno con l’associazione Cuamm Medici con l’Africa. L’intento dell’articolo è quello di far conoscere ai lettori questa associazione, i bisogni umanitari cui fa fronte e le sue esigenze finanziarie. Si evidenziano, anche attraverso una serie di dati statistici che danno all’articolo un taglio informativo-scientifico, gli enormi miglioramenti portati da questo intervento all’attività dell’ospedale di Mikumi e le attività di formazione rivolte al personale locale della struttura.
A tratti il modo di comunicare sembra far emergere un distacco netto tra Europa e Africa, come se l’associazione non fosse lì per collaborare «con» il personale della struttura, ma esclusivamente «per» aiutare: una sensazione che si ha, ad esempio, guardando la foto che ritrae la ginecologa mentre, con un’altra volontaria bianca, dona una scatola di articoli medici alla direttrice locale dell’ospedale. Il forte che beneficia il debole.
Il rischio è che l’articolo veicoli un’idea mondialità e di cooperazione improntata alla dipendenza, e non alla collaborazione; un’idea che spesso fa torto alla professionalità di chi all’interno di quelle strutture lavora.
Chiara Abbate

Su Il Venerdì di Repubblica del 26 aprile 2013, Gian Luca Favetto firma l’articolo Sono diventato nero a 9 anni. Nello sguardo di un altro. Protagonista è Lilian Thuram, famoso calciatore della nazionale francese che, dopo aver abbandonato l’attività sportiva, ha deciso di dedicarsi alla lotta contro il razzismo, pubblicando anche un libro: Le mie stelle nere. Nel titolo sono presenti due parole usate quasi in contrapposizione: «nero» e «altro». Questa scelta terminologica trasmette una sensazione di lontananza e di incomunicabilità tra due individui che si percepiscono come estranei e differenti. La parola «nero» viene rafforzata dal primo piano a tutta pagina dell’ex calciatore. Troviamo poi le copertine di alcuni tra i suoi libri più amati (Il piccolo principe, Il gabbiano Jonathan Livingstone, Il profeta), accanto a una foto del campione dopo la vittoria della Francia nei Mondiali 1998. Il semplice accostamento tra queste immagini crea una relazione implicita tra i valori di sacrificio, speranza e possibilità di successo in esse rappresentati. L’articolo è organizzato attorno all’intervista a Thuram e sfrutta l’efficacia comunicativa del discorso diretto per raggiungere il lettore. Gli interventi del giornalista si limitano a sottolineare le sensazioni e le emozioni che l’intervistato prova raccontando il proprio vissuto. Il discorso implicito sembra essere questo: se il razzismo è ancora un problema diffuso, ciò è dovuto anche a un rifiuto, o a un’incapacità, di entrare dentro le cose, di capire come funzionano. Dice Thuram: «Ogni volta che chiedo ai ragazzi quando hanno sentito parlare per la prima volta dei popoli neri, a scuola, mi dicono: con la schiavitù. Il nero entra nella storia da schiavo. Incredibile, no?». Si può arrivare a un cambiamento, soprattutto se riusciamo a «cambiare il modo di vedere le cose».
Valentina Barbaglia


L'«altro» chi? È solo un temporaneo sconosciuto, il vicino della porta non ancora accanto.
Nei tre articoli da me analizzati si assiste al progressivo abbandono di chi era l'altro, sostituito nel tempo perché ormai diventato parte integrante della nostra quotidianità.
Isabella Mazzinelli, per Vanity Fair, racconta come i tatuaggi, da simboli marinai, ammissibili solo fra una cerchia ristretta di individui localizzati, o appartenenti a culture «altre», appunto, diventano oggi abituali, privi di scandalo, un regalo atteso e sperato da molti , indipendentemente, o quasi, dal ruolo sociale che si riveste.
Nell'articolo si parla dell'inevitabile ripetizione del gesto di tatuarsi, della volontà di continuare a rimodellarsi, esponendo agli altri una parte di sé, sotto forma d'arte.
Ma perché ciò che fu tanto condannato, associato al rude, a credenze mistiche o tribali, è stato rivalutato, a tal punto che l'articolo in questione è accompagnato da una bellissima foto che occupa un'intera pagina e ritrae una giovane donna occidentale con un bicipite interamente ridefinito da un motivo floreale?
«Altro», stavolta dentro di sé, anche sul Venerdì di Repubblica: Giuliano Aluffi, tramite un'intervista al direttore della Scuola di specializzazione post universitaria di psicoterapia ad Arezzo, Giorgio Nardone, racconta di un nostro coinquilino inatteso e tendenzialmente fastidioso: il nostro «altro» io, affetto da ossessioni che lo rendono schiavista di noi stessi.
Come espresso nell'articolo, meno chiaramente nel titolo, si insegna a chi è affetto da manie, come il ripetuto istinto di lavarsi le mani, a piegare l'ossessione, controllandola, così che col tempo vada a estinguersi, sfrattando la nostra per-nulla-dolce metà.
L'interrogativo permane: perché, il tic o l'esecuzione di pulsioni ritmiche e ripetitorie, che furono associate in passato alla stregoneria o alla possessione, vengono oggi considerate curabili, debellabili, sintomo tendenzialmente solo di stress?
Qual è la differenza che porta a poter convivere con chi fu «altro», affetto da tic o tatuato e a rendere problematica una visione alla pari, fra diverse società e culture?
Come hanno fatto questi tratti culturali a evadere i confini territoriali e mentali, che in passato ci imposero e che gelosamente vengono custoditi e protetti?
Che passo deve compiere un'intera cultura, per far sì che tutti i suoi elementi sconfinino, mondializzandosi, e non siano più oggetto di attenzione dall'alto, come bisognosi di civilizzazione?
Giulia Raimondi 


Maggio 2013

Cervelli in fuga


I protagonisti dei tre servizi che proponiamo questo mese mettono a frutto in Paesi lontani da quello di origine competenze acquisite con una lunga formazione: le condizioni in cui vanno a operare sono molto diverse da quelle in cui si sono formati e il confronto con queste diversità è occasione di ulteriore crescita, con positive ricadute al momento del ritorno.
Quando un ritorno c’è.

Francesco Faccin, giovane designer - vincitore a 33 anni del Design Report Award 2010 e docente alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano - ha contribuito alla costruzione di una scuola di comunità a Mathare, uno slum di Nairobi (Kenya), con l’aiuto dei giovani della bidonville e di altri architetti, agronomi e designer di Live in Slums, una Ong milanese (www.liveinslums.org). Faccin, che ha realizzato l’arredamento della scuola - banchi, cattedre, lavagne -, nell’articolo Quando la baracca è di design (Io Donna del 9 marzo, servizio di Raffaele Oriani, foto di Filippo Romano) spiega che «a Mathare nulla è scontato, non puoi sprecare un listello e devi arrangiarti con attrezzi rudimentali. Ma proprio per questo ti liberi di tante inutili incrostazioni». E tutto questo lo aiuta a progettare con più leggerezza una volta tornato a Milano. Da parte sua la presidente di Live in Slums, Silvia Orazi, ricorda che «ora, dopo due anni di cantiere, 130 bambini hanno un ambiente sano e accogliente in cui seguire le lezioni e ricevere un pasto sicuro».

«E ora invado Kabul». Di soldati? No, di fiabe (Vanity Fair, 13 marzo, di Irene Soave) ci presenta invece Selene Biffi, 30 anni, vincitrice dell’lntercultural lnnovation Award - assegnato a Vienna da Bmw e dall’Alleanza delle civiltà dell’Onu - per la sua collana multilingue di fumetti e libri per bambini, diffusi in vari Paesi «per combattere esclusione e povertà». Tra le pubblicazioni della Biffi e della sua onlus Plain Ink (www.plainink.org): un sussidiario di igiene per le zone rurali afghane, un libro - distribuito negli slums indiani - con protagonisti bambini che insegnano agli adulti a sterilizzare l’acqua e a usare le latrine, una fiaba sul piccolo Ahmed che lascia il Marocco per l’Italia con solo la sua biglia preferita. Ne emerge una non comune capacità di cogliere le peculiarità dei Paesi nei quali Selene ha avuto modo di lavorare, realizzando con le persone del luogo opere che rispondessero ai loro bisogni. I 20mila euro del premio li investirà a Kabul, in un scuola di storytelling: «Formeremo cantastorie in grado di insegnare nei villaggi igiene e sicurezza alimentare: in un Paese con il 70% di analfabeti è il metodo più efficace».

A fronte di questa inconsueta «fuga di cervelli» verso il Sud del mondo, non mancano competenze e intelligenze che dal Sud arrivano nel nostro Paese: e li chiamiamo immigrati! È immigrato e pure avvocato (Famiglia Cristiana, 3 marzo) ci parla di loro, di Ana Marìa Duverge Montero, 35 anni, avvocato a Milano, laureata in Giurisprudenza in Repubblica Dominicana; di Cheikh Tidiane Gaye, 42 anni, laureato in Senegal, bancario e scrittore (ne ha parlato anche Popoli nel numero di aprile 2013); di Ouejdane Mejri, 36 anni, laureata in informatica a Tunisi, arrivata a 21 anni per un dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, oggi docente di Informatica sempre al Politecnico; e di Abdoulaye Mbodj, 28 anni, avvocato laureatosi in Legge alla Cattolica nel 2009 con 110 e lode e una tesi sul microcredito in Uganda. Una ricchezza di talenti che, anche quando riconosciuta, non pare tuttavia sufficiente a farci mettere in secondo piano la loro condizione di immigrati.


Aprile 2013

E se l’«altro» di questo mese fosse il Papa? Sì, perché nell’immaginario diffuso il Papa è visto come «altro» per più di una ragione: per il riferimento trascendente evocato dalla sua figura, per la singolarità del suo ruolo di guida di una comunità universale, per le modalità uniche della sua elezione, e - non ultimo - per la solennità fuori dall’ordinario che lo accompagna, dall’abbigliamento al cerimoniale, nell’esercizio del suo ministero. Tutti aspetti che emergono - sia pure con toni e modalità diverse - nei due servizi che settimanali di attualità e di evasione come Oggi e Chi hanno pubblicato sulla rinuncia di Benedetto XVI e sui pronostici riguardanti il suo successore. Oggi del 20 febbraio dedica al tema anche la copertina e l’editoriale del direttore Umberto Brindani, La sfida del Papa. «Il Pontefice - scrive - non è più “a vita”. Improvvisamente scende in mezzo a noi, esibisce i suoi limiti e la sua piena umanità. Mi verrebbe da dire che implicitamente riconosce la sua fallibilità». Insomma, dopo la decisione storica di Ratzinger, il Papa è un po’ meno «altro»! Nelle pagine interne la «cover story» è strutturata in tre parti. La prima propone, con lo stile delle Faq in rete (Frequently Asked Questions), «tutte le domande e tutte le risposte per capire che cosa c’è dietro» - recita l’annuncio in copertina - le dimissioni del Papa. La seconda parte, intitolata Un pastore in trincea, a firma di Vincenzo Sansonetti, si sofferma sul senso del pontificato di Benedetto XVI proprio a partire dalla scelta delle dimissioni: non una resa, ma «la maggiore e più innovativa eredità del Papa teologo; ovvero il Pontificato non più concepito come un “regno” a vita, ma come un impegno […] che può anche essere a termine». Ad accompagnare il testo un primo piano di Ratzinger con il suo segretario particolare, padre Georg, che lo aiuta a indossare un singolare cappello di feltro rosso a larga tesa (il cosiddetto saturno). L’ultimo articolo del servizio, a firma di Mauro Suttora, è dedicato ai «papabili» e si concentra sulla provenienza geografica dei diversi candidati, ipotizzando - si legge nel titolo - un «duello Italia-Africa». Diverso negli accenti e nello stile il servizio apparso su Chi del 13 marzo. Il significato ecclesiale e teologico delle dimissioni passa decisamente in secondo piano. Corredando con un breve testo due scatti «rubati» - e proposti in «esclusiva mondiale» - che ritraggono Benedetto XVI mentre passeggia nei giardini di Castel Gandolfo, il settimanale costruisce un primo articolo su Joseph Ratzinger: Il Papa emerito. Anche in questo caso, il secondo articolo è dedicato ai «papabili» e propone l’alternativa tra italiani e stranieri. Suggestivo il contrasto delle immagini nella doppia pagina d’apertura: alla solennità e agli ori della cerimonia di consegna dell’anello cardinalizio da parte del Papa all’arcivescovo di Boston O’Malley si accosta, in un riquadro, la semplicità e l’ordinarietà di una mensa per i poveri dove lo stesso arcivescovo di Boston serve a tavola. A chiudere il servizio un articolo sul cardinale americano Mahony, Il cardinale dello scandalo, in sintonia con la vocazione del settimanale. È interessante notare come il senso dell’articolo venga prodotto dalla giustapposizione di testi e immagini: nelle pagine precedenti abbiamo visto cardinali sull’altare, in preghiera, in attività pastorali, mentre il «porporato americano, accusato di avere coperto i preti pedofili» viene ritratto da foto esclusive (!)«intento a degustare vino in un locale di Roma».


Marzo 2013

Italiani è il titolo del servizio di Panorama (16 gennaio 2013) con il quale apriamo questa volta la nostra rassegna sull’«altro» nella stampa periodica.
In effetti si tratta di italiani un po’ speciali: protagonisti del reportage fotografico di Stefano G. Pavesi, accompagnato dal testo di Ignazio Ingrao e ambientato nell’ufficio cittadinanza dell’anagrafe centrale di Milano, sono otto persone - uomini e donne - diversissime tra loro per provenienza geografica, biografia e condizione sociale, accomunate dalla «conquista» della cittadinanza italiana. Nella «società multietnica» - come recita l’occhiello del servizio - può capitare che a sorridere, mostrando con un certo orgoglio il tricolore italiano, siano degli stranieri divenuti cittadini italiani dopo il lungo e tortuoso percorso imposto loro dalla legislazione attuale. Così, mentre le didascalie delle foto danno un nome e una storia ai volti di queste pagine, il testo fornisce al lettore una serie di dati statistici a livello italiano ed europeo (fonti: Eurostat e Dossier statistico immigrazione, a cura di Caritas e Fondazione Migrantes), che confermano la tesi espressa nel sottotitolo del servizio: «Il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa nella concessione della cittadinanza, sebbene il numero di stranieri sia in aumento». Dopo aver illustrato nel dettaglio la restrittività della normativa italiana attuale e i suoi paradossi, in particolare nei confronti delle seconde generazioni, il servizio si chiude auspicando quei cambiamenti contenuti in una proposta di legge di iniziativa popolare presentata alla Camera. Perché, come recita lo slogan della Campagna per i diritti di cittadinanza, «L’Italia sono anch’io!».
Sia pure al di fuori di ogni riferimento alla questione della cittadinanza, anche Il Venerdì del 4 gennaio 2013 nell’articolo intitolato Su all’Est. E la badante torna a casa con la sindrome italiana, testo e foto di Francesca Ghilardelli, ci parla di persone che vivono una doppia appartenenza: sono donne ucraine che hanno lasciato il loro Paese e che hanno trovato lavoro in Italia come badanti. La giornalista accompagna il viaggio di alcune di loro che affrontano «ventisei ore in furgone per rivedere le famiglie: c’è chi le trova arricchite dal denaro delle rimesse e chi le trova distrutte dalla lontananza». Per tutte, poi, c’è la fatica di rientrare in un contesto dove i ruoli di genere all’interno della famiglia, solo temporaneamente modificati da una migrazione prevalentemente femminile, tendono a rimanere sostanzialmente immutati. Così per queste donne la doppia appartenenza che nasce dall’esperienza migratoria, più che un percorso di arricchimento rischia di produrre una sorta di «shock culturale al contrario» a ogni ritorno in patria. Come spiega Alissa Tolstokorova, esperta ucraina di politiche di genere, «il carattere transnazionale delle famiglie può essere illusorio». Un’illusione che può sfociare nel dramma, come nel caso dei cosiddetti «orfani bianchi» in Moldavia, di cui si occupa il secondo articolo del servizio, a firma di Alessandro Leogrande: minori con uno (quasi sempre la madre) o entrambi i genitori emigrati all’estero per lavoro, tra i quali sono in aumento i casi di suicidio per le fortissime tensioni psicologiche alle quali sono esposti.


Febbraio 2013

Tra «carovane itineranti» e fibra ottica, quali sono oggi le vie di diffusione di informazione e sapere nei Paesi islamici? Tale diffusione all’interno di quali dinamiche di trasformazione politica, sociale e culturale è compresa? Riproponiamo qui tre interviste da Marocco, Libia e Giordania che, focalizzando la propria attenzione su differenti mezzi di comunicazione, hanno messo a tema questi interrogativi.
L’impresa di Jamila che fa leggere pure gli analfabeti, di Stefano Torelli (Sette, 21 dicembre 2012), racconta l’appassionante avventura di Jamila Hassoune, che dal 2006 ha «fatto camminare» la propria libreria di Marrakech, creando appuntamenti culturali itineranti anche nei villaggi marocchini più lontani e sperduti. Jamila ritiene che per il futuro del proprio Paese, dove «il 44% della popolazione è analfabeta [...] e le aree rurali sono state progressivamente dimenticate», sia cruciale l’educazione alla cultura e al sapere, e combatte una propria battaglia in tal senso con le «Carovane itineranti ». Ma reputa necessario anche un ripensamento del sistema di istruzione che, dice, dagli esempi europei potrebbe mutuare molto.
«Per la Libia sogno una politica a colori» (Io Donna, 8 dicembre 2012), attraverso l’esperienza di Khadiga Khalil raccolta da Maurizio Caprara, sposta la riflessione sulla comunicazione giornalistica nel contesto libico. «Adesso è più difficile di prima. Adesso abbiamo a che fare con le menti delle persone», esordisce la Khalil, attualmente direttrice dei programmi della televisione Lybia al Ahrar. E prosegue: «Il cittadino libico ambisce a responsabilità familiari, non politiche. Ed è un errore. Abbiamo un’occasione per governare noi stessi, finalmente. Dobbiamo aprirci, accettare di imparare dalle esperienze straniere». In particolare il riferimento è agli assetti istituzionali occidentali: «Adesso ci serve lo stato di diritto. Considero i partiti politici la soluzione di tutti i problemi», prosegue la Khalil, mentre come giornalista ritiene urgente una legge che protegga la categoria e che, nel contempo tuteli i cittadini da un uso scorretto dell’informazione, «una norma sull’etica professionale» del giornalista. «Solo l’1% dei contenuti di Internet oggi sono in arabo, ma il 75% di essi nascono in Giordania»: a ricordarcelo è Se internet parla arabo (D - la Repubblica, 15 dicembre 2012). Dalla Silicon Wadi (valle in arabo) giordana nei pressi di Amman, Omar Al Sharif, intervistato da Francesca Caferri, presenta Oasis500, l’azienda per cui lavora: «Siamo un incubatore di imprese high tech. Il nostro scopo è selezionare progetti di start up legate al mondo della rete e aiutare chi ha avuto una buona idea a trasformarla in realtà». Aggiunge Issa Mahasneh, presidente della Jordan Open Source Association: «La Giordania negli ultimi anni ha scelto di puntare tutto su istruzione e risorse umane. Il re ha deciso che la forza lavoro preparata sarà la risorsa del Paese per il futuro, e sta provando a realizzare questo progetto. Lo sviluppo del settore high tech va visto in questa ottica». Nella forma giornalistica dell’intervista, che dà voce e spazio al punto di vista dell’interlocutore, i tre servizi, pur provenienti da contesti molto diversi tra loro, esprimono tutti una forte spinta al cambiamento e, insieme, un’attenzione e un’apertura al mondo occidentale. Mentre le riflessioni e le sperimentazioni che emergono, più che essere banalmente importati dall’Occidente, potrebbero offrire all’Occidente suggerimenti e ispirazione.


Gennaio 2013

Cosa sappiamo realmente delle «guerre lontane? Quanto spazio trovano nei mezzi d’informazione? E, soprattutto, cosa può fare ciascuno di noi?». Apriamo il 2013 di Carta Canta con gli interrogativi posti da Famiglia Cristiana (18 novembre 2012) nell’editoriale Nelle nostre case solo guerre da «prima pagina»: qui il settimanale cattolico sintetizza i contenuti dell’ampio capitolo dedicato all’informazione nel volume Mercati di guerra, IV Rapporto di ricerca su finanza e povertà, ambiente e conflitti dimenticati (Il Mulino). Si tratta di una ricerca annuale realizzata proprio da Famiglia Cristiana in collaborazione con Caritas Italiana e Il Regno.

Tre i punti salienti della sintesi. Anzitutto la constatazione che la grandissima parte dei conflitti viene ignorata dai mezzi di informazione: «In queste settimane tocca alla Siria. In Tv, nei giornali, nel web (...) L’anno scorso era la volta della Libia. E prima l’Afghanistan, il Darfur, la Somalia. Alcuni conflitti entrano nelle nostre case, ma sono solo quelli “da prima pagina”. Nel mondo, però, si combatte e si muore in almeno una trentina di altri luoghi: Palestina, Sudan, Congo, Yemen, Nigeria, Ciad, tanto per fare i primi nomi [...] Sono i cosiddetti “conflitti a bassa tensione”, ignorati da tutti».

La seconda annotazione consiste nel riscontrare che, nonostante sia un conflitto «da prima pagina», «la stessa guerra siriana viene ricordata solo dal 10% degli italiani. Quelle africane sono presenti nella coscienza solo di una esigua minoranza degli intervistati, fatta eccezione per il conflitto libico dello scorso anno (26% del campione). Appena otto su cento ricordano il Darfur. E, addirittura, uno su cento il Congo. Per non parlare di Pakistan, Libano o Cecenia, menzionati solo dal 2% degli intervistati».

Infine, un segnale di speranza: nonostante quanto detto al punto precedente, «la conoscenza dei singoli conflitti appare in aumento. Ed è altissima, ormai, la percentuale (quasi otto su dieci) di coloro che considerano la guerra “evitabile”, non “ineluttabile”. C’è, poi, maggiore consapevolezza sulle cause delle guerre: dalle questioni energetiche all’aumento del prezzo del cibo, alle speculazioni economico-finanziarie». Nel rispondere alla domanda di apertura - «Cosa può fare ciascuno di noi?» - Famiglia Cristiana in questo editoriale lascia in secondo piano l’idea di un possibile impegno collettivo di denuncia e richiamo delle istituzioni e dei vari attori protagonisti del contesto globale, pur essendo questo un fatto richiamato in Mercati di guerra. Privilegia invece il livello della responsabilità personale, soprattutto per chi si occupa di informazione, invocando «una maggiore solidarietà dell’opinione pubblica nei confronti delle vittime delle guerre. Per questo, siamo tutti chiamati a raccontare, al meglio delle nostre possibilità, quelle aree del mondo troppo spesso oscurate dai media. E a porgere il microfono e dare voce ai popoli che non hanno voce tra le nazioni».




 
© FCSF - Popoli, gennaio - dicembre 2013