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L'aramaico intorno all'altare
Siamo pochi. Forse quindici compreso il celebrante, un po’ più dei dodici apostoli, ma di poco. Siamo sparsi più o meno uno per banco, ma ci sentiamo vicini. Sarà il profumo d’incenso, oppure i canti in aramaico che intercalano la liturgia, più volte ripetuti, come più volte è ripetuto il segno della croce, la benedizione, il gesto della pace. Che siamo un po’ in Oriente lo si capisce dagli sguardi: i turisti che si affacciano timidamente alla porta vengono invitati dai fedeli a sedersi ai banchi, ci si guarda più volte anche durante la celebrazione, per capire chi c’è e chi non c’è, per chiedere al vicino chi è quella ragazza con la maglia rossa che non abbiamo mai visto prima... E poi c’è il dopo: chi è arrivato in ritardo viene salutato dagli altri con un bacio o una stretta di mano e invitato a salire al piano di sopra, alla Procura, dove ci si siede in cerchio su comode sedie rosse, aspettando il caffè e il cioccolatino, per fare due chiacchiere e raccontarsi.

Siamo a Roma, a due passi dalla Camera dei deputati, al numero 45 di piazza in Campo Marzio, nella chiesa di Santa Maria della Concezione. Qui da decenni, la domenica alle 10 e mezza si celebra la messa secondo l’antico rito siro occidentale o antiocheno, uno dei riti delle Chiese orientali.

«Ci sono immigrati iracheni, siriani, giordani - racconta suor Rosalba, religiosa delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, molto vicina ai gesuiti e membro della Cvx -. Siamo pochi perché gli immigrati preferiscono frequentare abitualmente le parrocchie sotto casa piuttosto che venire sempre in centro. Per cui qui ci trovi alla fine quasi più italiani». Ma chi sono?
Annafranca è lucana e ha conosciuto il rito orientale siro-antiocheno da bambina, per via delle amicizie arabe del padre che lavorava al ministero degli Esteri. Si è sposata con un italiano secondo questo rito e sempre in questo rito è stata battezzata la sorella. Se non può venire in questa chiesa, si reca dai maroniti o nella chiesa di rito bizantino, che preferisce al rito latino: «C’è più intensità e partecipazione - ci spiega -, il rapporto tra i fedeli durante la liturgia è più coinvolgente, e, come in Oriente, al termine della celebrazione la festa continua con un momento di aggregazione conviviale, che manca nel rito latino».

Liliana invece si è sposata qui nel 1972 con un cristiano iracheno, Mumtaz, e ha continuato a frequentare la chiesa anche da vedova. «Mi piace l’ambiente - dice - il rito, la compagnia: qui mi sento davvero a casa».

Si sentono a casa anche Raja e Naim, iracheni di Baghdad, sposati e con due gemelli, arrivati a Roma da cinque anni, ma che in Iraq hanno ancora fratelli e sorelle. Anzi, forse si sentono ancora di più a casa: qui la messa è in aramaico, non in arabo come a Baghdad, per permettere a un numero maggiore di persone di comprendere la Parola. Ma loro non vedono differenze: «L’importante è la fede - spiegano - e quella non conosce territori definiti». Hanno paura per la famiglia rimasta a Baghdad: «La situazione è precipitata dopo la guerra - aggiungono -, prima con i musulmani non c’erano problemi, si viveva tutti insieme senza sapere o chiedersi a quale fede appartenesse il vicino». Ma sono ottimisti: Raja in arabo vuol dire «speranza» e Naim «paradiso». Come dare loro torto?

Elisa Costanzo


I SIRO CATTOLICI IN ITALIA
Anche se è difficile fornire un numero preciso, sarebbero circa 500 i fedeli di rito siro cattolico in Italia, circa 5-6mila in Europa. La liturgia si svolge nella lingua del posto con alcune parti, soprattutto canti, in aramaico. A Roma sono circa quaranta le famiglie composte da battezzati in rito siriaco, giunte ormai alla terza generazione. 
Oltre alla Chiesa di Santa Maria in Concezione, a Roma funzionano regolarmente altre chiese cattoliche di rito orientale, come quelle copta, melchita, maronita e armena.
© FCSF - Popoli, 1 maggio 2013