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Le torture di un sistema che non funziona

Rifugiati e richiedenti asilo possono vivere mille sofferenze dovute al tortuoso iter di riconoscimento del loro status. Come se i motivi della fuga non bastassero

Giancarlo, psichiatra, parla di «trauma post migratorio». Per Fabiana, operatrice legale, si tratta di «vulnerabilità sopraggiunta». Comunque lo si chiami è un dolore subdolo, inaspettato e per questo violento, troppo spesso ingestibile. È il male che colpisce richiedenti asilo e rifugiati nel loro iter per il riconoscimento dello status. La superficialità, l’ignoranza, l’ignavia di un sistema che non riconosce la dignità delle persone, ma calpesta diritti e speranze senza neanche immaginarne le conseguenze.

Kamara (il nome è di fantasia) arriva in Italia dalla Sierra Leone nel 2008. Si rivolge al Centro Astalli per avviare la sua richiesta d’asilo. L’esame in Commissione avviene un anno dopo aver presentato la domanda. A ottobre del 2009 gli viene notificato un diniego.
Tramite un avvocato presenta ricorso in tribunale. Dopo oltre tre anni dall’arrivo, viene a sapere con una sentenza che il giudice rigetta l’istanza. Non ha più diritto a rimanere in Italia.

Negli ultimi quattro anni Kamara ha provato ad andare avanti indipendentemente dai tempi della burocrazia, ha trovato un lavoro, una casa e ha ricominciato a vivere. Tuttavia, qualche settimana fa, per la seconda volta gli viene comunicato che deve tornare nel suo Paese di origine. Tutto ciò è troppo per lui: prova a togliersi la vita.

Adama (un altro nome di fantasia) ha vent’anni ed è scappato dalla Costa d’Avorio. Trema e piange: non fa altro da quando si trova in Italia. Presenta domanda d’asilo e parla di una madre abusata davanti ai suoi occhi da un gruppo di militari. È costretto a raccontare l’orrore in questura, poi all’operatore legale da cui è seguito, infine dovrebbe ripetere il racconto anche in Commissione, ma non ce la fa. L’idea di dover rivivere nuovamente quei momenti terribili l’ha quasi ucciso. Un crollo nervoso lo costringe al ricovero in ospedale, dove continua a tremare. Immaginare un futuro per questo ragazzo è difficile. Per il momento l’Italia è riuscita solo a rinviare il suo appuntamento con la Commissione. Tutto il resto non conta e non serve.

Paul, anche lui dalla Costa d’Avorio, racconta della sua esperienza a Malta: «Ho diviso per alcuni giorni la stanza nel centro di detenzione con un ragazzo che accusava dolori fortissimi alla testa. Continuamente dicevo alle guardie che il mio compagno aveva bisogno di cure. Nessuno è venuto a vedere le sue condizioni, non ha avuto modo di parlare con un medico. C’ero solo io a far fronte alla sua disperazione. Dopo tre giorni è morto. Per le diciotto notti successive il suo volto mi è apparso davanti chiedendomi aiuto. È stata la peggiore tortura che abbia mai subito, talmente atroce che le persecuzioni nel mio Paese sono passate in secondo piano».

Il dolore dei rifugiati non è solo quello che li costringe a scappare. Esiste un dolore che fiacca lentamente, che logora giorno dopo giorno. Attese, rinvii, mancanza di ascolto, solitudine e disprezzo di una dignità già troppo calpestata. Spesso c’è solo questo ad aspettarli nel Paese in cui chiedono asilo.


Fondazione Astalli

 


 

© FCSF - Popoli, 1 giugno 2012