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Una stabile precarietà

A San Marcellino ogni mattina si apre una porta, in quel groviglio di umori e odori che sono i vicoli di Genova. Durante la giornata entrano uomini e donne dai contorni sfumati

«Precarie sono le condizioni in cui viviamo, non le nostre storie. Fino a che possiamo raccontarle e qualcuno ci ascolta, il loro peso ci rende stabili».

L’obiettivo si apre, si chiude. Lo scatto di una fotografia, un’istantanea che solitamente renda l’immagine ferma. Stabile. Le nostre foto invece sono tutte un po’ sfuocate, i loro contorni non sono delineati ma percorrono sentieri impervi, ripidi, confusi. Sorrisi dimenticati, fili spezzati, ricordi come trame di labirinti senza sbocchi e uscite di sicurezza. Sono immagini senza soggetto. Non si riconoscono territori. Né tanto meno si possono individuare i confini. Sono grovigli di emozioni, parole non dette, vergogna e silenzi assordanti.

Apriamo una porta ogni mattina a San Marcellino, in quel groviglio di umori, odori che sono i vicoli di Genova. Altre durante la giornata. Luoghi di ascolto e di accoglienza. Luoghi dove entrano uomini e donne dai contorni sfumati, a volte persi, schegge di esistenze, parole, richieste, suppliche. Luoghi dove ogni giorno entrano biografie, storie e racconti come un vento impetuoso, intenso, profumato di paure, colorato di angosce, di aspettative, speranze e illusioni. Eppure è un vento incerto. Instabile. Pronto a variare, senza apparente ragione, a calmare il suo impeto di incertezza, se solo hai l’accortezza di ascoltarlo.

Dentro quelle stanze di colloquio, nei saloni dei centri diurni, nelle camere dei dormitori proviamo ad addomesticare quel vento, perché non travolga anche noi con la sua furia. Proviamo a scattare istantanee nuove, a fermare, attraverso uno scatto e poi ancora un altro e altri, la possibilità di costruire una nuova storia, di ricomporre i frammenti di identità disperse. E per poterlo fare occorre pazienza, passione, trasporto, partecipazione e anche una dose di silenzio per non coprire con la nostra voce l’eco delle vite degli altri.

E non possiamo prescindere dalle istantanee del passato. Dobbiamo lavorare affinché le donne e gli uomini che varcano quelle porte possano in qualche modo recuperarle e restituire ad esse contorni più precisi. Un’immagine dopo l’altra, perché dalle fotografie si torni a ri-vedersi, più interi, persone. Ecco cosa proviamo a restituire. Nel fluire di uno scambio relazionale non si specchiano più solo immagini, ferme, immobili ma persone. Una persona è un campo immenso di possibilità, al di là dei contorni seppur definiti, non più fissata e immobile come in una sequenza di scatti. Iniziamo un cammino dai passi lenti ed incerti».

Sin qui, a parlare è un ospite di San Marcellino, una delle tante persone che incontriamo ogni giorno: instabili, barcollanti, fragili. Il nostro compito è proprio quello di accompagnarle nel loro percorso di ridefinizione della propria identità e riconquista di una certa stabilità. Attraverso la relazione che si crea, si cerca di innescare processi di trasformazione. Questa è la nostra sfida quotidiana: restituire fotografie il più nitide possibile, affinché le persone possano prenderle e decidere cosa farne.

 
Federica Re

© FCSF - Popoli, aprile 2013