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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Brescia, riflessioni sotto la gru
Si ha un senso di vertigine passando nei pressi di San Faustino e osservando, dal basso, i quattro immigrati che ancora resistono sulla sommità della gru. E non è la vertigine che deve prendere loro, quando guardano trenta metri più sotto, verso una città che fa finta di vivere come se nulla fosse: nonostante i furgoni della polizia, le transenne, l’assembramento di vigili urbani, i presidi dei sostenitori e dei curiosi, spinti sempre più in là, sempre più lontano per dare ai sequestrati sulla gru l’idea che siano rimasti da soli. C’è astio, rabbia, timore, sconcerto, imbarazzo, pena. Alle fermate degli autobus la gente, in attesa, alza il volto verso la gru, cercando di indovinare le mosse degli stranieri, legge i cartelli che ancora vi rimangono appesi. «Lotta dura senza paura», non è uno slogan venuto dall’Africa o dal Pakistan, piuttosto la citazione di una pagina della storia d’Italia.

È sulla propria storia e sul presente che molti cittadini bresciani si interrogano, discutono, sono solidali, si dividono. Dove sta la violenza? Nell’«occupazione di suolo pubblico», reato di cui sono accusati gli immigrati scesi a terra in questi giorni? Nella indifferenza di una città che non si è domandata prima «cosa» fare? Nelle pratiche asettiche di una burocrazia che non contempla persone, ma solo casi? Nei presunti mandanti che avrebbero convinto i migranti a una protesta tanto plateale? Erano settimane che si vedevano nei giardini con il loro presidio e i cartelli: vogliamo la sanatoria, il permesso di soggiorno. Settimane, a qualche centinaio di metri dalla gru sulla quale poi sono saliti. Che guerra si sta combattendo sotto la gru? E chi la sta vincendo? Anche il linguaggio è quello della guerra: si chiede una «tregua umanitaria» per portare cibo e coperte ai dimostranti, si debbono superare gli sbarramenti della polizia, le perquisizioni. Si confrontano movimenti di lotta politica, associazioni caritative, umanitarie, comitati di cittadini, di commercianti, sindacati e Chiesa. Mediazioni che saltano, mediazioni che si improvvisano, mediazioni inutili. Ieri sera, un happening improvvisato parlava del «Paradosso di Mocacev» delineando una città nella quale neppure gli immigrati vogliono più vivere perché si è votata all’immobilismo e alla ipocrisia.

Ci vuole più coraggio a restare lassù o a scendere? Giorni fa la consulta diocesana delle aggregazioni laicali ha lanciato un appello, affermando: «Per quanto riguarda la nostra città, la situazione di sofferenza, di grave disagio e di vera e propria disperazione per i lavoratori migranti si protrae ormai da troppo tempo e merita una preoccupata attenzione, una nuova e condivisa iniziativa da parte di tutte le persone di buona volontà e delle realtà sociali, civili e politiche». E invita i quattro ancora sulla gru a scendere e a sostenere «qui tra noi, con i vostri amici e i vostri fratelli, le ragioni fondamentali del vostro impegno per il riconoscimento della dignità e dei diritti dei lavoratori migranti». Quando scenderanno dalla gru e torneranno «tra di noi», dovremo però avere il coraggio di guardarli in faccia.

© 2010 Popoli

15 novembre 2010