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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Buoni propositi
Inizia l'anno nuovo e ognuno di noi pensa (o scrive) un elenco dei buoni propositi. Quel che non si è riusciti a concludere nell'anno appena passato si farà, ne siamo certi, in quello che viene. Imparare una lingua nuova, il viaggio che da sempre si aspetta, cambiare abitudini o, più banalmente, mettersi a dieta. Sembra che, almeno una volta l'anno, si senta la necessità di impegnare la propria volontà in qualcosa di nuovo per il futuro.

Passatempi delle giornate festive si dirà, dei quali ci dimenticheremo non appena il lavoro ci avrà ripreso coi suoi ritmi. E tuttavia, deve esserci qualche motivo se anche nei superficiali cenoni di fine anno e di Capodanno ci sentiamo trascinati ad un momento, per quanto passeggero, di autocoscienza. Perché, di fatto, l'elenco dei buoni propositi appare ad uno sguardo più consapevole come l'elenco delle nostre mancanze, delle pigrizie, delle occasioni perse. Diventa inconsciamente una sorta di autocritica e l'immaginarsi qualcosa di nuovo significa immaginarci come una persona diversa, nuova e migliore. Fare qualcosa di nuovo nell'anno che comincia per “essere” nuovi.

È ben vero, come ricorda Umberto Eco, in una vecchia intervista a Der Spiegel (S. Beyer e L. Gorris, We Like Lists Because We Don't Want to Die) citata da M. Serafini (Le liste di fine anno e la paura di morire, «La 27esima ora», Corriere della Sera, 3 gennaio 2013) che le liste sono all'origine delle culture. Fare l'elenco (dei popoli, come nelle pagine bibliche con la loro ossessione per le genealogie, dei mestieri agricoli come per l'Esiodo de Le opere e i giorni, ma anche costruire il catalogo delle opere d'arte di un museo o più semplicemente fare il menu del pranzo o rammentare le cose migliori e peggiori accadute nel mondo nell'anno appena trascorso) costituirebbe il più antico tentativo di controllare la multiforme realtà umana.

Elencare permette di rendere comprensibile un materiale (la propria esistenza e ciò che accade nella storia) che è difficile sottoporre a logica perché manifesta sempre un lato oscuro, ombroso, che si sporge sul nulla e sul caos. Se faccio una lista non solo do un ordine, non fosse che un ordine cronologico di successione o di gradimento, ma do anche un giudizio. Perché ogni elenco nasconde, esclude e dimentica, decide su cosa costruire e cosa consegnare alla dimenticanza. Proprio per questo è una operazione culturale.

Ma in realtà la lista dei buoni propositi per l'anno nuovo è qualcosa di molto diverso e, forse, di più profondo. Riprendendo Eco, nello sforzo di elencare, «si cela anche l’ambizione di esplorare tutto lo scibile umano, di raccontare il cielo e le stelle. Con un obiettivo ben più grande. E cioè sconfiggere la morte, che ci umilia e ci limita impedendoci di esplorare tutto l’infinito». Dunque «ci piacciono le liste perché non vogliamo morire».

Ecco, appunto: non vogliamo morire. Ma soprattutto, vogliamo avere vita in abbondanza. E dunque, se l'elenco non è quello dei ricordi o delle cose che osservo ma è piuttosto quello delle cose da fare, degli impegni che si vogliono prendere, degli obiettivi che ci restano davanti, allora esso è piuttosto, da un lato, il tentativo di riprendere il cammino, dall'altro, di orientare il futuro perché sia pieno di vita.

Siamo rivolti al futuro, è vero, ma lo possiamo immaginare solo paragonandolo al passato. E pensarlo come una correzione, migliorativa, del passato. O, addirittura, come la sua negazione e la sua rigenerazione.
Il calendario rituale popolare lo sottolinea molto bene. Gli ultimi atti dell'anno trascorso hanno inteso liberarci della sua influenza (nefasta perché «fuori tempo»). Lanciare cocci dalla finestra, far rumore, sparare per uccidere l'anno vecchio sono tradizioni ben conosciute nell'Italia intera. I primi giorni di gennaio, invece, sono pieni di piccole ritualità per capire cosa ci si dovrà aspettare dall'anno nuovo e, sopratutto, per orientare il tempo che verrà.
Dopo la sosta invernale, tra l'inizio dell'anno e l'Epifania si deve riprendere il cammino e liberarsi, dunque, da tutte le zavorre che, inevitabilmente, l'anno appena trascorso ha caricato sulle spalle di ognuno. Perché la vita umana non è un viaggio piano e costante, piuttosto un continuo fermarsi e riprendere. Come per il viandante o per il camminatore sulla strada di montagna, il percorso esistenziale di ognuno è anche sostare un attimo, guardarsi indietro e intorno, ricominciare.

Oggi, in una società ipersemplificata e che non conosce simbologie, basta una scorsa all'oroscopo, o mettere in tavola le lenticchie a Capodanno, mentre le società contadine e tradizionali cercavano segni in molte direzioni. I primi dodici giorni dell'anno, le calende, dicevano quale sarebbe stato il clima dei mesi futuri, pratiche rituali pretendevano di indovinare l'entità del raccolto. E non si limitavano a cercarli i segni, ma li costruivano. Ad esempio, con gli auguri cantati casa per casa e che elencavano le cose buone da sperare, amore e abbondanza. Ma soprattutto, coi rituali di rigenerazione.

Il desiderio più grande, per tutti, infatti è che l'anno nuovo non sia semplicemente la ripetizione del vecchio, sia piuttosto qualcosa di radicalmente nuovo. La tradizione antica popolare ha espresso il forma spettacolare e drammatica questa necessità umana della rigenerazione: è la vecchia da bruciare nel falò dell'Epifania, ad esempio, sacrificio rituale che rende possibile la palingenesi non solo personale ma anche sociale e cosmica.

Riassumere quanto è stato, ripensare il proprio modo di vedere la vita, decidere di ricominciare sono attività assolutamente umane, piene di senso e di vita. Come l'elenco dei buoni propositi per l'anno nuovo.
© FCSF – Popoli, 6 gennaio 2013