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L'ultima Parola
Silvano Fausti
Gesuita, biblista e scrittore
Come nasce la Chiesa
«Perché state a guardare il cielo? (...) Allora tornarono a Gerusalemme (…) assidui e concordi nella preghiera» (Atti 1,11.12.14)

Gesù disse: «È bene per voi che io me ne vada». E se ne andò. Facessero così quanti si ritengono indispensabili alla Chiesa o addirittura al mondo! Siamo tutti «dispensabilissimi». Il seme è fecondo quando finisce sotto terra. L’ascensione al cielo del Figlio dell’uomo svela il mistero dell’uomo. Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre e a lui ritorna. La nostra vita non è sospesa nel nulla: Dio è nostro principio e fine.

Con l’ascensione Gesù scompare. Ma non ci lascia orfani. Ci apre la via del ritorno a casa. Per l’evangelista Luca la storia dura due giorni. Il primo inizia con Adamo che fuggì da Dio e termina con Gesù, il nuovo Adamo che torna al Padre. Lui è il Figlio unigenito che, diventato uomo, si è fatto primogenito di molti fratelli. Con lui, dopo lungo travaglio, il capo è uscito alla luce. Il secondo giorno abbraccia il seguito di tutta la storia: è la nascita progressiva del suo corpo, costituito da tutti gli uomini, suoi fratelli. La sua ascensione è un vortice che ci risucchia con lui nella gloria.

Luca ripete quattro volte che i discepoli tengono gli occhi fissi al cielo. Guardano lì perché lì sta colui che li ama. Dove è il tesoro, lì è anche il cuore. Ognuno va dove già sta il suo cuore; se non ha desideri, resta immobile, come un morto. Guardare in alto, verso le stelle, ci orienta sulla terra. Non è cordone ombelicale che lega, ma bussola che fa camminare in libertà.
Nell’ascensione si compie la nascita di Gesù al cielo e inizia la nascita della Chiesa sulla terra. Il cristianesimo nasce dalla sua assenza, distacco necessario per vivere. L’assenza di chi ci ama crea spazio di desiderio e attesa di ricongiungimento. L’attesa non è tempo vuoto, ma «tendere-a» lui, che ci viene incontro con i nostri piedi che vanno verso di lui. Se noi chiediamo «quando torna il Signore», il Signore ci chiede quando noi torniamo a lui. Il suo ritorno a noi è il nostro andare verso di lui. Se prima lo vedevamo con un «altro» volto, diverso dal nostro, ora siamo chiamati a vederlo nel nostro volto, trasfigurato nel suo.

«Cristo non ha mani: ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro. Cristo non ha piedi: ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra: ha soltanto le nostre labbra per raccontarsi agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi: ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora: siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole» (anonimo fiammingo del XIV secolo).
La Chiesa è la comunità di fratelli che testimonia il Figlio. Per questo deve ricevere lo Spirito Santo, che è la vita di Dio stesso. Lo Spirito ci insegna a pensare e amare, camminare e parlare, sentire e agire come Gesù. Dopo l’ascensione i discepoli tornano e restano tutti insieme a Gerusalemme, perseverando nella preghiera. Gerusalemme è il luogo della «teoria» (Luca 23, 48): lì Dio si è rivelato e donato tutto nel corpo di Gesù dato per noi. Da lui scaturisce lo Spirito, amore infinito che si riversa su ogni creatura.

Si può fare un dono solo a chi lo desidera e lo chiede non come pretesa ma con attesa. Per questo la preghiera è fonte della nostra esistenza: ci fa desiderare e chiedere il dono di Dio, Dio stesso come dono. La comunità di testimoni del Figlio nasce e nascerà sempre come è nata: nel ritorno dei fratelli a Gerusalemme, che perseverano in preghiera, tutti insieme, con le donne e con Maria.
10 febbraio 2012