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L'ultima Parola
Silvano Fausti
Gesuita, biblista e scrittore
Cosa dare a Cesare, cosa a Dio?
«Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Come intendere e vivere, da cristiani, questa indicazione? Cosa va a Cesare se a Dio si deve dare quello che è «suo», ovvero tutto?
 
Dario Bertacchini
Milano

L'uomo non è un rapace, che caccia da solo o in branco. È un «animale politico», ossia civile. Vive con altri: è le relazioni che ha. La città-villaggio è la prima società stabile: un agglomerato di famiglie con norme che regolano i rapporti.

Come nascono le regole? Romolo, per fondare Roma, uccise il fratello Remo. Lo stesso mito si trova in tutte le culture: la città nasce sul cadavere del fratello. Il più forte detta legge: con la sua violenza controlla quella altrui e rende possibile la convivenza. È ammirato e invidiato, uomo ideale e ideale di ogni uomo. Chi può, si ribella per prenderne il posto: chi sale al trono, è vittima designata di chi gli succede. I re - banditi coronati dal sangue sparso - dominano lo scenario del mondo. Le leggi e i libri di storia ne sono l'apologia: la cultura ufficiale (in questo senso è importante osservare la televisione) è serva dei potenti di turno.

Anche Caino è fondatore di città (Genesi 4,1-17). Però la Bibbia non dà ragione a lui, bensì ad Abele, il fratello ucciso. Per i profeti, ora come allora, l'apologia del re è apologia di reato (Giudici 9,7-15; 1Samuele 8,1-19; 2Samuele 7,1-16). Eppure non sognano un ritorno all'Eden, giardino dell'innocenza perduta. Prospettano invece la città santa, città di Dio, dove l'uomo si comporterà con il suo simile non più da lupo, ma da Dio.

I fondamentalisti, cristiani e non, pensano a due città contrapposte, una di satana e l'altra di Dio. Ma la città è una sola: l'insieme degli uomini che la abitano. Sta a noi farla progredire verso la solidarietà o regredire verso la violenza. È grande carità politica dar voce ai diritti dell'altro, cominciando dal più debole.

Cosa è di Cesare e cosa di Dio? Che dare all'uno o all'altro? Per sé tutto è di Dio, il quale però, invece di possedere, dona. Per questo nulla è da restituire a lui. Tutto è dono suo a servizio nostro. A noi la responsabilità di coltivare e custodire la vita fraterna: dare a Dio, che è Padre, è condividere con l'altro, che ci è fratello. Se non facciamo così, i suoi doni diventano strumento di divisione e di morte.

Il rapporto del cristiano con lo Stato (leggi Marco 12,13-17) è oggetto di discernimento. Gesù non volle uno Stato e neppure un partito «cristiano», possibile ago della bilancia. Non puntò, come noi, all'occupazione del potere. Fuggì come tentazione di satana ciò che a noi pare benedizione divina (cfr Luca 4,6s). Già ai suoi tempi c'erano varie posizioni: alleanza trono-altare per sostenersi a vicenda (così facevano gli erodiani), opposizione tra i due in lotta per il potere (così gli zeloti), separazione tra i due, ovvero libera Chiesa in libero Stato (così i farisei), concordato per avere privilegi reciproci (così i sommi sacerdoti e i sadducei).

La risposta di Gesù non è né avallo reciproco né ribellismo né indifferenza né concordismo. Propone, sulla linea dei profeti, una lealtà critica e condizionata. Il cristiano approva il potere nella misura in cui è per il bene comune (Romani 13,1-7); ma lo rifiuta se si fa assoluto, s'impone con forza o toglie la libertà (Apocalisse 13,1ss.). Sa «di che lagrime grondi e di che sangue». Per questo denuncia la falsità del modello «padronale» che tutti desiderano, anche i discepoli, e annuncia la bellezza di quello contrario (Marco 10,42-45). Non solo a parole, ma con la vita. Per questo il profeta, come il Battista, soffre di una malattia professionale: il taglio della testa. Ma la storia va avanti grazie a lui. Che sta nel mondo, ma non è dal mondo: suo principio non è la schiavitù all'egoismo, ma la libertà di amare.
© FCSF – Popoli, 1 agosto 2010