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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Giovani in crisi di futuro
Si chiamano neet (Not in Education, Employment or Training). Dicono le statistiche che non lavorano né studiano. E che sono tanti: un giovane su cinque in Italia, poco più di due milioni nel 2009, e il fenomeno è in crescita sopratutto al Nord (ItaliaLavoro, Neet: i giovani che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano, Roma 2011, bancadati.italialavoro.it).

Molti sono penalizzati dalla scarsa scolarità e dal non aver concluso gli studi. Tanti hanno abbandonato l'università perché, guardando oltre, hanno visto che ciò che stavano imparando non sarebbe loro servito per trovare lavoro o che con quel tipo di conoscenze non avrebbero capito il mondo fuori. La maniera di imparare delle giovani generazioni è straordinariamente diversa da quella del passato e alcune delle competenze fondamentali nella vita lavorativa non si acquisiscono necessariamente a scuola. Molti dei neet sono giovani che hanno abilità, sono magari stati all'estero, conoscono le lingue, sono intelligenti, creativi, maneggiano la tecnologia come solo i «nativi digitali» sanno fare. La scuola è inadatta a loro. Altri, invece, non sanno come trovare lavoro. Oppure sono smarriti davanti a richieste che chiedono abilità ed esperienze impossibili da avere a vent'anni. Altri ancora hanno perso il lavoro, complice la crisi che ha colpito l'Occidente.

Tutti restano a casa. Vivono in un presente fatto di svaghi, di esperienze passeggere, come gli hikikomori giapponesi nella loro solitaria ribellione alla vita pubblica e ai suoi valori. Una forma di autismo sociale che passa inosservata. Perché questi giovani non fanno chiasso, non protestano, non scendono in piazza. Si rassegnano. Sanno che non sarà la politica a dare loro risposte, non si aspettano più nulla dalla scuola, disertano da tempo le parrocchie. La facilità di contatti virtuali, internet, Facebook e Twitter, con l'illusione che tutto sia «in rete» maschera appena un sistema di esclusione sempre più rigido. E i giovani escono a fatica dalla loro solitudine.

Questa pare essere una generazione che non sa cosa fare del proprio futuro. Una condizione del tutto nuova nel panorama storico. Perché le giovani generazioni si sono sempre rappresentate come avide, ansiose di futuro: e futuro significava non solo cambiamento ma anche protagonismo. Nel lavoro, nella politica, nelle scelte personali. Sempre le giovani generazioni hanno appoggiato sul futuro le loro speranze e le loro attese. Sempre hanno avuto «fame» di futuro.

Oggi, come scrive l'antropologo Augé, la disoccupazione, la perdita di valore dei diplomi e delle lauree, lo strano paradosso di un mondo del lavoro che chiede competenze a chi non può ancora averle ma non permette loro di farsene, tolgono ai giovani la possibilità di immaginarsi il proprio futuro (M. Augé, Futuro, Bollati-Boringhieri, Torino 2012). Perché non si tratta solo di trovare un lavoro, quale che sia, ma di costruire, attraverso questo, reti di relazione con gli altri, solidarietà data dalla comune condizione, modi di pensare il mondo a partire dalla propria capacità di trasformarlo, come ricordava H. Arendt. Questo, in una realtà in cui il lavoro è precario, difficile da conquistare e facile da perdere, risulta una impresa titanica. Nell'epoca in cui si progetta l'allungamento della vita lavorativa (un tempo lungo del lavoro), ai giovani è riservata spesso la precarietà di stages non pagati, di lavori che durano un tempo troppo breve, e la sconcertante esperienza di ottenere il proprio lavoro attraverso intermediari davanti ai quali essi sperimentano sopratutto la propria debolezza.

Come di nuovo ricorda Augé, è lo scoraggiamento ad apparire con più frequenza nelle giovani generazioni. Assieme alla difficoltà di capire chi governa le loro vite. Le generazioni passate si erano conquistate visibilità con le proteste, le ribellioni. I giovani di oggi sanno, probabilmente, che non ci sono più proteste possibili. La rivoluzione c'è stata ma non quella che ci si aspettava. È la rivoluzione della finanza che ci ha resi tutti sospettosi, timorosi del futuro, la rivoluzione del mercato che sembra rendere inutile qualsiasi progetto politico e individuale. Riemergono le caste, si distanziano gli stili di vita e i giovani sanno che, per la prima volta nella storia dell'Occidente, a loro toccherà un futuro più difficile di quello dei loro genitori. Sanno che il lavoro sarà precario, mobile, che saranno molti lavori sovrapposti, soggetti alle spietate leggi del profitto (degli altri), sanno che l'assistenza non sarà garantita... Mobilità sociale all'ingiù.

Ai giovani di oggi tocca, perciò, la strana situazione di vivere solo nel presente e solo «del» presente. (M. Niola, La dittatura del presente. Augé: questo non tempo ci impedisce di crescere, La Repubblica, 19 marzo 2012). Ma non è un vantaggio. Ci si domanda se non dovremmo ricominciare proprio da qui, dall'ascoltare il silenzio dei giovani per cercare un futuro possibile per loro e più giusto per tutti.
Anna Casella Paltrinieri

28 gennaio 2013