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Cinema e Popoli
Luca Barnabé
Critico cinematografico
Hereafter

Marie, una giornalista francese (Cécile de France), si trova nel Sudest asiatico per un reportage. Uno tsunami distrugge l’albergo in cui si trova con il suo compagno. Portata via dalla corrente, la donna vive un’esperienza tra la vita e la morte. Marie «vede» ombre di persone nella luce, sente bisbigliare. Tornata alla vita da un «aldilà», nessuno le crede.
Marcus e Jason, due bambini inglesi gemelli (Frankie e George McLaren), si prendono cura della madre tossicodipendente. Un giorno Jason muore in un incidente. Marcus viene affidato a una famiglia adottiva, si chiude in se stesso, non parla con nessuno e indossa tutto il tempo il cappellino da baseball di Jason. Tramite internet cerca persone in grado di comunicare con i morti. Si rivelano tutti truffatori che rubano i soldi del ragazzino, lucrando sul dolore.
George (Matt Damon) fa l’operaio a San Francisco. Ha rinunciato alla fama e alla ricchezza che aveva ottenuto come medium, perché spossato dai fantasmi delle vite altrui. A differenza dei ciarlatani incontrati da Marcus, George riesce davvero ad ascoltare i morti toccando le mani dei loro cari ancora in vita.
Probabilmente una sceneggiatura del genere, su un tema così delicato come il dopomorte e la possibilità di un aldilà, nelle mani di qualunque regista diventerebbe un pasticcio stucchevole parareligioso, parahorror, parafideistico. Clint Eastwood non è un regista qualunque. È probabilmente il più grande autore americano contemporaneo. Riesce a rendere aereo e pieno di luce un tema pesante e concreto come la morte. Riesce a non dare risposte, anzi a farci uscire dal cinema con più domande e dubbi di prima, nonostante Eastwood «creda» davvero che il personaggio di George possa comunicare con l’aldilà.
Le anime dei morti confidano a George solo le colpe sepolte e i tormenti reali. Niente che i loro cari non sappiano già, tra rimozione del trauma, peccati nascosti, colpe inespiabili. Le anime dell’aldilà non hanno contorni definiti, così come non parlano di voce propria, ma attraverso un mormorio indistinto udito da Marie, oppure attraverso la voce virile e spezzata di George. Come a dire: i morti restano, quasi come angeli (di luce o di buio). Parlano attraverso di noi. Basta solo saper «sentire», riuscire a ricordare, senza rimuovere il bene e il male che ci hanno fatto, o il bene e il male che noi abbiamo fatto loro.
L’unico istante in cui George non dice quello che il morto gli sta davvero confidando e mente al piccolo Marcus è quando si accorge che il bimbo ha bisogno di un frammento di «fede» più potente. «Tuo fratello ti dice: “Sarò sempre con te”». L’unico istante in cui scorgiamo quello che passa nella testa di George è quando, anziché il passato dei morti, «vede» un futuro-presente romantico con una ragazza viva e reale. Qui e fra poco.
Eastwood non afferma: «esiste il Paradiso e io lo sento». Si limita a dire, come ogni mortale: «spero che ci sia». Sembra spiegarci: ogni uomo dovrebbe comportarsi in maniera retta «aldiquà», perlomeno per non tormentare non solo i vivi, ma i morti, i giusti, persino i loro oggetti (il cappellino di Jason salverà letteralmente la vita a Marcus). Loro ci osservano ancora e ci proteggono, perché noi possiamo preservare la memoria e il cuore del mondo, per proteggere la coscienza, in cui non crede quasi più nessuno.

© FCSF – Popoli, 1 febbraio 2011