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L'ultima Parola
Silvano Fausti
Gesuita, biblista e scrittore
Il banchetto di Gesù
Sono da tre anni in Bolivia e dirigo un centro diocesano per ragazzi di strada. Anch’io, come la lettrice che ha scritto in marzo, come cristiana e come italiana mi vergogno dello stile di vita proposto dai nostri politici. Offrono uno spudorato spettacolo di quella miseria morale che sta all’origine della miseria materiale dell’altra parte del mondo. Perché la Chiesa non fa sentire più forte la sua voce? Dove va a finire la «dottrina sociale» proposta nelle encicliche? Il Vangelo non contrappone al banchetto di Erode quello, ben diverso, di Gesù nel deserto?
Cecilia Nicolai

Certamente il banchetto di Gesù non ha lo stile di quello di Erode. Sono due modi opposti di vivere. Erode festeggia il compleanno con potenti, generali e rampanti. Manovrata da mamma lupa, l’immancabile bella minorenne piace a tutti. Ultima mossa della sua danza: un piatto con la testa mozza del «più grande tra i nati da donna». Il festino pareva bello e affascinante, in realtà è brutto e macabro.
Il banchetto di Gesù nel deserto scaturisce dalla compassione per la gente oppressa dal festino di Erode. Suo stile è prendere ciò che c’è, benedicendo il Padre e condividendolo con i fratelli. Il deserto fiorisce; e fragranza di pane riempie la notte. A differenza del festino di Erode, qui tutti mangiano e sono sazi. E avanzano dodici ceste, come le tribù d’Israele e i mesi dell’anno. Ce n’è per tutti e per sempre!
Proporre uno stile o l’altro, non è moralismo, come dicono venali teocon (meglio i teosenza!). È questione di vita o morte. Non lo capiscono i potenti, ma chi ne paga le spese. Nella scelta tra i due stili la posta in gioco è l’umanità dell’uomo.
Sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali vuol portare a distinguere lo stile di Gesù da quello di satana. Questi, menzognero e omicida dal principio (Giovanni 8,44), è ottimo comunicatore: fa apparire buono bello e desiderabile ciò che in realtà è cattivo, brutto e osceno più della morte (Genesi 3,1ss.; cfr 1Giovanni 2,16). Seduto tra fumi e fuochi di effetti speciali, satana invia i suoi satelliti a tutte le categorie di persone, gettando «reti» (televisive?) e «catene» (di distribuzione?), per inoculare la brama di «avere, potere e apparire» sempre di più. Poi vadano pure in pensione. Ci penseranno gli uomini così indottrinati a distruggere se stessi e gli altri. Ognuno vorrà avere in mano tutto e tutti, dominare e sentirsi dio, seminando intorno stupidità e morte.
Gesù, invece, manda suoi discepoli presso ogni persona per insegnarle ad amare povertà, servizio e umiltà. Da qui nascono compassione, condivisione e dono reciproco. Chi vive così, diventa ciò che è: figlio di Dio, amore che dà tutto, fino a dare se stesso.
Questa è per Ignazio la «sacra dottrina», che in latino medievale significa «essenza del cristianesimo». Il bel nome di Cristo non va sbandierato per succhiare sangue dalla «pietra scartata». Va testimoniato con uno stile di vita filiale e fraterna. Nel discorso della montagna Gesù ci fa il suo autoritratto: è il Figlio che mostra il volto suo e del Padre, di cui il nostro è specchio. Così smaschera la menzogna che ci sottrae la nostra identità, la stessa del Dio di cui siamo riflesso.
Se i nemici fanno vincere la Chiesa, gli «amici» (e sono troppi!), che puntano al potere, la fanno perdere con continue autoreti. Seguono la strategia di satana. Sono buoni e «amano» Gesù, però senza conoscerlo. E non possono convertirsi perché, accecati dal «dio di questo mondo» (2Corinzi 4,4), si ritengono più che buoni. Come Giacomo e Giovanni (Luca 9,54s) o come Pietro, che Gesù chiama «satana» (Matteo 16,21,23), sono «nemici della croce di Cristo», «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi» (Filippesi 3,18s). «Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno», dice il Crocifisso (Luca 23,34). Tutti i mali si consumano nell’incoscienza, il grande peccato. Buona dose ne hanno i mercanti, inestirpabili dal tempio, che «soffocano la verità nell’ingiustizia» (Romani 1,18).

© FCSF – Popoli, 1 aprile 2011