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Maurizio Ambrosini
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti
Il razzismo è sempre di moda
Dicembre è il mese del Natale. Il mese in cui tutti, credenti e non credenti, lasciano affiorare i buoni sentimenti. Si sentono, o vorrebbero sentirsi più buoni. Più attenti ai meno fortunati. Più accoglienti.
Il dicembre italiano è invece passato alle cronache per due gravissimi episodi di razzismo. A Torino, la spedizione punitiva notturna e l’incendio di un accampamento rom in seguito a una falsa denuncia di stupro, con la fuga nella notte di donne e bambini terrorizzati. A Firenze la mattanza dei venditori ambulanti senegalesi, con morti e feriti.
Non sono passati molti anni da quando gli italiani credevano di non essere razzisti. Qualche esponente del passato governo l’ha ancora ribadito, non molto tempo fa. Ora invece dobbiamo ammettere che la mala pianta dell’ostilità a base etnica ha attecchito anche in mezzo a noi. E che forse non abbiamo sviluppato anticorpi sufficienti a combatterla.
Il razzismo ha successo perché è una forma di distinzione alla portata di tutti: qualunque italiano, per povero e ignorante che sia, può sentirsi superiore ad altri esseri umani, per il solo fatto di godere della cittadinanza che gli altri non hanno. Usa un privilegio che gli è toccato in sorte, indipendentemente dai suoi meriti, per guardare dall’alto in basso altre persone umane.
In tempi di globalizzazione e di recessione, si aggiungono ansie e smarrimento. Insicuri per il proprio futuro, si è più facilmente preda della sindrome dell’invasione e dell’assedio.
Il problema non è solo italiano. In molti Paesi democratici si è diffuso un certo pessimismo circa il tradizionale affidamento all’educazione e alla crescita culturale della popolazione per sradicare il razzismo. Siamo diventati più istruiti, ma non è servito a molto. Si sono così sviluppate leggi, istituzioni di vigilanza, progetti specifici per contrastare pregiudizi e discriminazioni.
In Italia esiste l’Unar, Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, che svolge compiti di monitoraggio e contrasto del fenomeno. Quasi nessuno lo conosce. Istituzionalmente,  si trova alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con pochi poteri di intervento diretto. Basti pensare al suo imbarazzo di fronte alla produzione normativa e comunicativa del passato governo. Dovrebbe diventare un’autorità indipendente, con poteri di intervento e sanzione.
C’è invece un ambito sociale in cui le norme contro il razzismo sono efficaci, le sanzioni rapide, i provvedimenti severi. Sono i campi di calcio e le regolamentazioni sul tifo calcistico. Una volta tanto, dovremmo imparare dal nostro sport nazionale. Oggi in Italia è più difficile e costoso essere razzisti nelle curve degli stadi che nelle aule parlamentari o alla trasmissione di Bruno Vespa. Siamo un Paese strano, ma pieno di risorse.
© FCSF – Popoli, 1 febbraio 2012