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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
India, il valore mistico del cibo
Sul monte Kailāsa, Siva e Pārvatï, le due divinità, stavano litigando. Siva, il filosofo, sosteneva che, se tutto era illusione, allora anche il cibo lo era. Pārvatï, la madre divina che alimenta i viventi, si adirò: come si poteva essere così incauti? Decisa a dimostrare l’importanza delle cose materiali, scomparve dal mondo.
Subito la terra divenne arida e senza vita, il cibo cominciò a scarseggiare e poi finì. Uomini e animali soffrivano. Quando Pārvatï riapparve e riprese a preparare cibo abbondante per tutti, Siva, vestito da mendicante, dovette ammettere che il cibo, in quanto necessario alla sopravvivenza, non è una illusione.
Da allora, Annapūrnā la dea del cibo, viene celebrata nei santuari indiani, ad esempio nel Kerala. E la convinzione che il cibo debba essere accessibile a tutti porta i fedeli a lasciare pacchetti legati agli alberi in modo che anche eventuali ladri non se ne vadano senza essere stati nutriti.

«Sarva anna», dicono gli Upanişad (testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita), cioè «tutto è cibo». Se è vero che le religioni hanno pensato al cibo in rapporto al divino, è l’induismo quella che più ha elaborato questa relazione, al punto da costituire una vera e propria «mistica del cibo». «Tutto è cibo» significa che nulla mai muore veramente, ma si trasforma in cibo per le altre creature. Ma significa anche che gli alimenti sono brahman, cioè materialità che assorbe ogni distinzione.
Si deve pensare al cibo, dice la manu-smŗti (legge di Manu, capostipite dell’umanità), nel modo corretto, come lo strumento per la vita, essere riconoscenti alla divinità che lo offre, si deve prepararlo bene e condividerlo. In quanto materia, occorre prestare attenzione a ciò che si usa: le foglie di curry, ad esempio (Murraya Koenigii, della famiglia delle Rutacee e niente a che vedere con la spezia omonima) facilitano la digestione, riducono il colesterolo e controllano il diabete.

In quanto essenza spirituale, il cibo deve servire a rafforzare le qualità che costituiscono la vita del fedele hindu: la non-violenza (ahimsă), l’accontentarsi (samtoșa) e la morigeratezza (mithāhāra). Perché un cibo buono è tutte queste cose: gradevole, cucinato secondo il rituale, non affatica la mente e la riempie di qualità positive come la purezza, la generosità e la freschezza. Il cibo genera gioia, infine, perché viene condiviso con l’ospite e l’ospite è Dio stesso (cfr Gitānanda Āśram, Il cibo che dà felicità, Lakşmī, Savona 2013).
Può capitare di vivere un’esperienza simile anche in Italia se ci si dirige all’Āśram induista Gitānanda perso tra i boschi di castagni dell’entroterra savonese. Lì, gli immigrati indiani e srilankesi, i monaci italiani di fede induista e tutti gli ospiti trovano spazio per la preghiera, la meditazione e il cibo. Nel segno del sacro.


La ricetta
RISO INDIANO ALLO YOGURT
Bollire per 15-20 minuti 300 g. di riso basmati in acqua salata. Tostare nel ghi (burro chiarificato) un cucchiaino di semi di cumino, aggiungere 180 g. di anacardi spezzettati e alcune foglie di curry. Scolare il riso, farlo intiepidire e aggiungere il composto, mescolando. Aggiungere anche 300 g. di yogurt, zenzero fresco grattugiato, latte. Volendo si può guarnire con foglie di coriandolo.


© FCSF – Popoli, 23 novembre 2013