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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
L’islam senegalese che ama le arachidi
«Non si può stare sulla terra senza lavorare e non si può sperare nell’Aldilà senza adorare il Signore»: così, cheik Ahmadou Bamba, che i wolof senegalesi chiamano semplicemente Serigne Touba, invitava gli adepti al lavoro, alla carità vicendevole e alla fede in Allah.
Esiliato dai colonizzatori francesi e rientrato in Senegal nel 1907, aveva organizzato la confraternita muride in comunità che si mantenevano coltivando arachidi, areen in lingua wolof. Pianta della famiglia delle fabacee, le arachidi sono originarie del continente americano e sono state introdotte in Senegal da Louis Faidherbe alla metà dell’Ottocento. Dai semi delle arachidi, ricchi di zuccheri, amido e protidi, si ricavano olio e burro. Con i proventi di questa attività, i taalibe (discepoli) contribuirono alla costruzione della città santa, Touba, nella quale ogni murid sogna di essere sepolto. I wolof, antico gruppo etnico, trovarono nella confraternita, un islam tollerante e pacifico che correggeva in senso egualitario l’originaria tradizione gerarchica, offrendo loro nuova identità (cfr Popoli n. 1/2007).
Fu la crisi dell’arachide del 1984, causata dalla forte siccità, che portò i muridi prima nelle città e, in seguito, sulle rotte della migrazione internazionale, ovunque fosse possibile fare del lavoro la via per la propria salvezza.
Per i wolof senegalesi, che siano in patria o nelle comunità diasporiche, il pasto è ancora il momento della condivisione: teranga, significa accoglienza e, soprattutto, comunità solidale, secondo i precetti del marabutto di Touba.

La ricetta
MAFE, SPEZZATINO PICCANTE
Soffriggere una cipolla nell’olio di arachide, aggiungere 800 gr. di bocconcini di manzo o agnello, far rosolare, insaporire con un cucchiaio di nokoss (miscela di peperoncini rossi secchi, aglio, pepe nero, dadi di carne), due cucchiai di pomodoro, 250 gr. di pasta di arachide, 200 gr. di polpa di pomodoro. Lasciare cuocere per qualche minuto, aggiungere due litri d’acqua e far bollire. Aggiungere due foglie di alloro, un tamba jén (pesce secco), tre carote, due patate, due patate americane, tre kanja, del nététu (semi essiccati e macinati del néré). Coprire e far cuocere per 45’, aggiungendo poi nokoss. Mescolare finché la pasta di arachidi non si sia sciolta. Preparare il gnancatan (riso alla creola) versando un chilo di riso in due litri d’acqua bollente salata. Far cuocere qualche minuto, quando l’acqua sarà assorbita versare olio di arachide, mescolare e lasciare cuocere dieci minuti.
© FCSF – Popoli, febbraio 2010