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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Lavoro femminile in Africa, tra dono e sacrificio
Il lavoro, in Africa, è donna. Per rendersene conto, è sufficiente osservare le lunghe file di donne con i bambini legati sulla schiena e le ceste sul capo che si avviano verso i campi la mattina, o le venditrici dei mercati e lungo le strade. In una recente visita in Benin ho aggiornato la «mappa» delle attività che svolgono le donne africane. Spaziano dall'agricoltura, all’allevamento di piccoli animali, alla produzione di tessuti, di utensili, al commercio di alimenti e artigianato, alla cura della famiglia. La donna contadina africana, pur con strumenti limitati, padroneggia l’intero ciclo della coltivazione, della raccolta, della trasformazione e distribuzione di cibo, che sia manioca, igname, mais o la più moderna soia (dalla quale le donne di Abomey ricavano del formaggio). Sa costruire dal nulla le pentole di alluminio che le servono, sa conservare prodotti agricoli o della pesca per venderli al mercato.

Il lavoro è per lei una «modalità di vita». Perché richiede una incredibile quantità di tempo, perché non si esaurisce in alcune funzioni, ma copre tutte le aree della sussistenza e della cura, perchè si realizza entro l’ambito della vita domestica e, sopratutto, perché è collegato alla sua condizione. Entro la famiglia gerarchica africana, infatti, tutte le attività che riguardano la sopravvivenza sono richieste alla donna, e ciò in  ragione del suo ruolo ascritto o acquisito, come accade per la donna sposata. È ben vero che la famiglia africana e la società rurale non potrebbero reggersi se venisse meno il lavoro femminile, come è vero (e autori critici quali Meillassoux e Goody ce lo hanno ricordato) che queste attività femminili sono inquadrate entro lo schema di doveri comunitari, in quel circuito della reciprocità nel quale il principio della solidarietà sostituisce quello del profitto individuale. In altre parole, nelle economie «della parentela» il lavoro femminile viene considerato un servizio ai membri della famiglia, un «dono» gratuito che si giustifica con la rete di relazioni nella quale la donna è inserita. Una modalità che può anche affascinare, se si presta attenzione alle riletture che ne fa, ad esempio, la stessa teoria di Latouche. Però, a ben guardare, sorge il dubbio che non di un dono si tratti, quanto piuttosto di un sacrificio: nelle economie che si sostengono sul lavoro femminile (e, in parte, anche su quello infantile) e nelle quali, perciò, il lavoro diventa una funzione della complessa vita domestica, questi finisce per essere orientato al mantenimento della istituzione, agli interessi della quale si sacrificano gli interessi del singolo, in specie, della donna.

Parlare di lavoro, se vogliamo riferirci a una distinzione filosofica ormai famosa, quella che ci ha consegnato H. Arendt, significa riconoscere che per la donna africana il lavoro è quasi sempre una forma di dipendenza dalla materialità e dalla socialità imposta e non diventa, se non in casi rari, «action», l’attività creativa mediante la quale si partecipa alla vita sociale. Di più ancora: esso non viene quasi mai collegato ad alcuno dei diritti che sembrerebbero fondamentali (la scelta, la retribuzione, la tutela), quell’insieme di diritti che sono stati le conquiste del pensiero sociale degli ultimi due secoli.
Si pone il problema: quale emancipazione, quale sviluppo è possibile a partire da questa modalità di lavoro femminile? Se infatti, il lavoro può essere biblicamente inteso come una delle forme di espressione del sé, dall’altro lato esso può diventare alienazione o, in alcuni casi, purtroppo conosciuti, anche schiavitù. Se guardiamo all’attività di alcune donne africane, simbolo di emancipazione, come ad esempio Wangari Maathai o la stessa presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, vediamo come esse si siano riferite piuttosto ad altri aspetti: quello politico, quello della tutela ambientale, quello della istruzione e della scuola. Come a dire: ciò che serve alla donna rurale africana è, forse, meno lavoro e meno obblighi familiari e più possibilità di tempo per sé, per la cura delle proprie esigenze di istruzione e di salute, per azioni creative.
Anna Casella Paltrinieri

24/08/2012