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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Le bugie della politica
Platone affermava che il linguaggio della politica, dovendo parlare del futuro (di ciò che sarà e ciò che si vuol fare) e dovendo convincere, cioè utilizzare la retorica, non può essere vero. Machiavelli, genio italiano, ricordava ai potenti del Rinascimento che «il fine giustifica i mezzi». Basterebbero queste due citazioni per convincerci che le fantasie ci stanno a loro agio nei discorsi dei politici. Le «promesse» elettorali, cioè, somigliano molto a delle «bugie» elettorali.
 
Sorvoliamo per ora sul fatto che Machiavelli intendesse davvero quello che i suoi epigoni gli hanno fatto dire: se egli non volesse piuttosto salvare l'autonomia della politica, rivolta al possibile e dunque non condizionata da criteri logici o morali, e non invece, giustificare l'attuale cinica convinzione che in politica valgano tutti i colpi, anche quelli sotto la cintura.

Non possiamo non restare sconcertati dall'incredibile proliferare di fantasie, verità manipolate, anticipazioni fantascientifiche di quel che avverrà (quel che si spera, si vuole che avvenga) che questa competizione elettorale ci ha riservato. Bugie che hanno riguardato i personaggi della politica, i programmi, le azioni, il futuro della nostra Italia. Si va dai master, dalle lauree e dalla partecipazione allo Zecchino d'oro smentita persino da un mago (quando mai si era vista questa incursione surreale di personaggi fantastici nel grigiore dei discorsi politici?) alle parentele fasulle legittimate da parlamentari addomesticati, alle finte lettere che invitano a presentarsi per ricevere denaro, alle maniere molto sbrigative con le quali si addomesticano numeri, statistiche e indici economici, fino alle straordinarie semplificazioni di problemi complessi come quello della sussistenza, dell'ambiente, della scuola. E si dovrebbero aggiungere, come esempio di bugie elettorali, anche le omissioni, come quella, abbastanza trasversale, che riguarda la società multiculturale e il futuro degli stranieri e dei loro figli nati in Italia. Le fantasie acquistano la forma di promesse che mai potrebbero venire realizzate: uscire dall'euro, restituire i soldi versati, rifare il paese in cinque anni, due anni, al primo Consiglio dei Ministri...

Ecco la politica trasformata in fiera delle opportunità, in supermercato del «tre per due» e degli sconti pazzi, in Paese di Bengodi dove, per avere, basta chiedere e per cambiare basta fare un proclama. Nulla di nuovo sotto il sole, comunque. Cosa c'è di diverso rispetto a quel Partito Nettista Italiano, inventato da un editore esperto in enigmistica, che nel 1953 prometteva l'abolizione delle tasse, tre mesi di ferie obbligatorie, congruo stipendio ai sacerdoti, l'abolizione delle prigioni e una bistecca al giorno, pesata nei grammi, per tutti gli italiani?

Di diverso c'è senz'altro il tono più sofisticato delle promesse ma sopratutto, l'incredibile trasformazione mediatica del linguaggio politico. Un linguaggio elaborato, ricostruito, reso significativo, legittimato (e non solo diffuso) dai media: dalla obsoleta Tv ai social network. Regola alla quale non sfuggono neppure coloro che, pur non andando in Tv, piegano questa al proprio gioco, costringendo i telegiornali a dare conto di comizi falsamente old fashion. E se McLuhan poteva un tempo dire che il medium è il messaggio, oggi dobbiamo forse dire che il messaggio «costruisce» il medium. Al punto che l'evento mediatico si realizza anche sull'assenza e si possono tenere in sospeso i telespettatori per un confronto solo virtuale (come è accaduto per il confronto tra leader politici organizzato da Sky). C'è qualcosa di antropologicamente rilevante in questa forma di pratica politica che sperimentiamo ormai da anni. Un tempo (mi pare) era il fascino delle sue idee a rendere affascinante un leader politico. Ciò che impressionava era la coerenza tra i principi profesati e la vita, la dedizione «alla causa» e l'esemplarità, come ricorda Arendt. Finite, come scrive Lyotard, le grandi narrazioni, oggi il fascino è affidato all'immagine: è il fascino della persona a costruire il fascino delle sue idee. Si lavora per costruire dei «personaggi» figure che devono apparire convincenti, trascinanti, rassicuranti. In una straordinaria trasformazione del significato, il leader carismatico è, prima di tutto, colui che esprime se stesso. Non c'è messaggio: lui è il messaggio. Questa mi pare la peggior forma di bugia della politica. Perchè il personaggio diventa una maschera, un pulcinella, un Totò che, seminascosto e col megafono, suggerisce di votare per lui.    

Sono i filosofi a ricordarci che il pensiero, o più modestamente, l'opinione, si forma nella lentezza e nel silenzio. Nel ripensamento. Paradossalmente, nell'era della interconnessione perpetua quello che manca è proprio lo spazio della riflessione, il tempo per lasciare che le idee manifestino la loro verità e, anche, le loro falsità. Sono ancora i filosofi, il sommo Kant, ad esempio, a dirci che la menzogna, in politica, è la forma più subdola di totalitarismo e di immoralità. Perchè chi mente si arroga un potere assoluto sulla esistenza degli altri e sul futuro. Perchè tratta gli altri come strumenti. E perchè vìola il legame sociale: chi mente infatti, sa che gli altri lo crederanno. Su questo fonda la sua forza.

Occorre pensare che ogni esperimento sociale è imperfetto e faticoso. Che il futuro si prepara con un lavoro umile, dal basso, con azioni che rinforzano l'amicizia civile. Che il mondo si può cambiare senza prendere il potere. E senza giustificarne le bugie. Scrive H. Arendt: «Dove tutti mentono riguardo a ogni cosa importante, colui che dice la verità, lo sappia o no, ha iniziato ad agire (…) egli ha fatto un primo passo verso il cambiamento del mondo» (Verità e politica).  
Anna Casella Paltrinieri

26/02/2013