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Cinema e Popoli
Luca Barnabé
Critico cinematografico
Le nevi del Kilimangiaro
Michel, operaio portuale e sindacalista di Marsiglia (straordinario Jean-Pierre Daroussin), viene messo in cassa integrazione alla soglia della pensione. Trova conforto in famiglia e tra gli amici. Alla festa per i trent’anni di matrimonio con Marie-Claire (Ariane Ascaride) riceve in regalo dagli ex colleghi e dai figli un piccolo forziere con denaro e due biglietti per un viaggio in Africa. Alla vigilia della vacanza, però, Michel e Marie-Claire vengono brutalmente malmenati e derubati da un altro operaio appena licenziato. Michel riconosce il rapinatore e lo denuncia alla polizia. Quando scopre che il giovane operaio è sull’orlo della miseria e si occupa di due fratelli ancora bambini, vorrebbe ritirare la denuncia, ma ormai è troppo tardi. Ma Michel e Marie-Claire accolgono i fratellini del rapinatore in casa propria, sfidando le critiche degli amici e l’imbarazzo dei propri figli adulti, arroccati in una mentalità piccolo borghese.
Come il luminoso Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, anche Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian è un elogio della bontà intenso, struggente e dal sapore antico. Senza buonismi facili e paratelevisivi, senza troppa melassa, sentimentalismi o «ricatti emotivi» verso lo spettatore. La bontà e la solidarietà (non solo) di classe dovrebbero essere connaturati nell’uomo, ma oggi sembrano appunto «miracoli» o eccezioni. Più probabile che i poveri arrivino a derubarsi fra loro senza poter sperare in un futuro migliore, nemmeno utopico. I protagonisti del film prendono coscienza che l’unica via per recuperare gli ideali e i valori di uguaglianza e libertà del socialista Jean Jaurès, in cui hanno sempre creduto, è agire nella realtà e nelle scelte concrete.
Se Kaurismaki prende spunto da un «cinema morale» che pare non esistere più nella società capitalista allo sfascio e rimanda alla poesia di De Sica e Zavattini, Guédiguian realizza un dramma sociale ispirato a Les pauvres gens (La povera gente) di Victor Hugo, poema che si chiude proprio con un pescatore che insieme alla moglie accoglie in casa i figli del vicino defunto.
I vicini di casa contemporanei non si salutano. Gli operai sono numeri cui può toccare in sorte la cassa integrazione o il licenziamento con la connivenza di certi sindacati. L’indifferenza ha contaminato trasversalmente la società contemporanea in cui la «flessibilità» costringe a una perenne vacanza forzata e addomestica le coscienze anziché unirle nella lotta.
Michel e Marie-Claire dividono ormai un solo stipendio, eppure sanno reinventarsi altri lavori pur di aiutarsi reciprocamente e aiutare i nuovi «figli» che accoglieranno in casa. La vacanza in Africa perde di senso se si prende consapevolezza di ciò che importa di più nella vita e si sceglie come impiegare meglio le energie, il denaro e il proprio tempo.
Guédiguian riesce a raccontare la bellezza di poche persone, ne inquadra gli errori, le imprecisioni e soprattutto la forza morale, annidata in ciascuno di noi, vera sfida contro il ventre molle del benessere. Il suo dramma sociale non è mai pesante, noioso, moralista o ideologico, ma impastato di leggerezza, umorismo e cultura pop. La canzonetta di Pascal Daniel Les neiges du Kilimangdjaro scandisce il film e un album di Spider-Man ha un ruolo chiave nella storia.
Il film invita lo spettatore a una reazione concreta, sprona a recuperare il coraggio perduto, a rischiare anche di impoverirsi economicamente, pur di aiutare i propri simili. Come diceva Jaurès: «Può esserci rivoluzione soltanto là dove c’è coscienza».

© FCSF – Popoli, 16 gennaio 2012