Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Idee
Cerca in Idee
 
Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Lezioni di tè
Il Cha-no-yu o Cha-do («via del tè», cerimonia del tè) è un compendio di filosofia, religione, galateo. Si compone di tre momenti: il pasto (kaiseki), il koicha, durante il quale si serve tè forte, l’usucha, durante il quale si serve tè leggero. La cerimonia si svolge nel giardino e nella casa da tè (sukiya). Questa «dimora del vuoto» è luogo di riposo, quindi non finita, secondo la norma buddhista del divenire. Essa, a ricordare come lo spazio non esista per l’illuminato, deve misurare quattro tatami e mezzo, in riferimento al passo delle scritture che narra di come un santo riuscisse ad accogliervi ottantaquattromila discepoli.
Nella sukiya e nel giardino (dove l’irregolarità delle pietre rammenta l’imperfezione) si sperimenta il distacco dalle cose inconsistenti e la meditazione sulla «realtà della non realtà»: l’arredo semplicissimo della sala e gli spazi vuoti invitano infatti ad andare oltre le apparenze. Agli ospiti è richiesto un comportamento adeguato: essi sosteranno sulla «panca dell’attesa» finché non saranno ammessi nella sala da tè, dove entreranno in ordine gerarchico e, dopo essersi lavati mani e bocca, ammireranno i rotoli dei versi sacri nella nicchia zen e i preziosi utensili con i quali il tè è preparato. Vestiranno sobriamente e non porteranno orologio per non essere schiavi del tempo. Nella sala da tè parleranno poco: la meditazione li metterà in sintonia con la natura, che nel taoismo è l’archetipo dei rapporti umani, e li aiuterà a ricercare in se stessi il proprio divenire.
Il Cha-no-yu esprime anche i quattro orientamenti fondamentali che si applicano al comportamento, ai luoghi e agli oggetti. Questi sono lo shibui, raffinato e di gusto impeccabile; il wabi, semplice e scevro da ogni lusso; il sabi, rustico e imperfetto; il fura, legato al divertimento puro della vita. Un uomo di fura, ad esempio, saprà trovare i propri amici anche «tra i fiori e gli animali, le pietre e l’acqua, i temporali e la luna».
La cerimonia del tè ha, infine, significati sociali e pedagogici: l’arte dell’accoglienza e dell’ospitalità è qui realizzata al massimo livello, con attenzione a tutti i partecipanti, agli oggetti, alle situazioni. È un momento elevato della vita, riservato a pochi, mezzo sublime di rapporti umani. In essa si esprimono il gusto del bel gesto, la socievolezza raffinata, il galateo più perfetto, l’accoglienza divenuta rito.

La ricetta
NON SOLO GIAPPONE
Giunto in Europa nel Seicento, il tè, la cui pianta fu definita da Linneo Thea Sinensis, poi mutato in Camellia Sinensis, è la bevanda più antica e diffusa (cfr Popoli, n. 10/2008). Esiste in molte varietà (verde, bianco, nero, olong) e aromatizzazioni. Il modo più consueto di bere tè è in infusione, una preparazione che risale alla Cina Ming, con aggiunta di limone o latte. Anticamente si facevano bollire le foglie essiccate e frantumate con acqua, sale, zenzero, buccia di arancia e latte. Sotto la dinastia Sung, e fino al XIII secolo, si sbatteva con un frustino di bambù la polvere delle foglie con acqua calda, fino a farla schiumare. Questa modalità è all’origine della cerimonia giapponese del tè, il Cha-no-yu.

© FCSF – Popoli, aprile 2009
Tags
Aree tematiche
Aree geografiche