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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Millenials

Sono diventati maggiorenni nel 2000 o giù di lì e, dunque, vivranno la loro vita da adulti nel nuovo millennio. Sono, appunto, i millenials i giovani che oggi hanno dai venti ai trent’anni, «le generazioni degli anni Zero».

Di loro abbiamo cominciato a intuire qualcosa osservando le facce dei grillini in piazza negli ultimi giorni. Molto lontani dalla visibilità delle generazioni che li hanno preceduti (la beat generation, gli indiani metropolitani, i rampanti manager dell’era del capitalismo anni Ottanta) questi giovani sono stati fin qui evocati solo nei talk show o nelle statistiche, quando si analizzavano i dati della disoccupazione o quelli della fuga dei cervelli. La crisi economica li ha colti nel pieno della loro formazione universitaria e della ricerca di lavoro. Per l’Istat, ormai, è disoccupato un giovane su tre, tanti di loro hanno cercato lavoro in Europa, tanti non lavorano e neppure studiano.

Che identità sviluppano? Quali percorsi esistenziali scelgono? Sono, intanto, giovani «in rete». La loro formazione si costruisce a scuola ma si perfeziona e si completa sul Web. I social servono a mantenere relazioni con persone lontane ma, sopratutto, strutturano nuove forme di socialità. Le generazioni passate cercavano «luoghi» propri nei quali incontrarsi e costruire culture comuni, i millenials frequentano sopratutto la piazza virtuale e da questa partono, una volta ottenute le informazioni necessarie, per incontrarsi. Il web, «memoria» del nostro tempo troppo rapido, offre loro uno stile nuovo di conoscenza: più celere, rapsodico, spesso superficiale, sempre anarchico. Sul web si imparano le lingue, si cercano notizie alternative, si costruiscono le opinioni politiche, si esercita (o si pensa di esercitare) la democrazia.

Anche i millenials respirano l’aria di sfiducia, di rassegnazione (spesso di rabbia) del Paese e, perciò, condividono con le generazioni adulte la lontananza dalla politica tradizionale (la loro fiducia nei partiti si ferma a un incredibile 4%) e la preoccupazione per il futuro (I. Diamanti, Giovani e politica. Una generazione altrove, in La Repubblica, 17 aprile 2013). Sembrano avere chiara coscienza che i vincoli dati dalla struttura socio-economica (ad esempio la mancanza di politiche giovanili) colpiscono sopratutto loro. Questo non è un Paese per giovani: troveranno a fatica un lavoro stabile, saranno più poveri dei loro genitori, erediteranno (semmai) molto avanti negli anni grazie all’allungamento della vita. I progetti di futuro, per loro, si estendono poco più in là di qualche mese. Nel Sessantotto le stesse condizioni di esclusione (sopratutto culturali) provocarono una ondata di manifestazioni. Si pensava di dover smontare il sistema, dalla società, alla famiglia, in nome della libertà e della felicità personale. Il «sistema», però, ha dimostrato molta più tenacia di quanto si pensasse: l’economia si è, se possibile, ancora più incattivita (il neo-liberismo non è più morale del liberismo classico) le istituzioni politiche si difendono e così le istituzioni sociali (la scuola, ad esempio, è tornata a essere selettiva, o meritocratica come si preferisce dire).

I millenials reagiscono con pragmatismo. La famiglia di origine, dice una ricerca sociologica recentemente avviata dall’Università cattolica, resta il rifugio, la forma quotidiana di assicurazione sociale e di assistenza. Anche perché i genitori hanno, da tempo, abbandonato un modello educativo rigido e gerarchico a favore di relazioni quasi amicali coi figli, comunque dialogiche. Buon tenore di vita e relativa libertà (anche di portare in casa i fidanzati, tolleranza nei confronti di diverse opinioni religiose o sessuali, come per l’omosessualità) fanno sì che i millenials non abbiano grande desiderio di uscire dalla famiglia. La pensano, anzi, come il luogo nel quale si può comunque sempre ritornare se la relazione sentimentale non regge, se lo stage è finito o se il percorso di studi si rivela fallimentare. Sicuri che troveranno non dei giudici ma degli interlocutori, comunque dei genitori che non negheranno il loro aiuto. (G. Santambrogio, La scelta dei millenials, in Presenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, n. 1, anno XIV, gennaio-febbraio 2013, pp. 4-7).

I millenials si muovono su un orizzonte pragmatico anche nelle loro scelte economiche. Sanno di avere davanti solo delle opzioni a corto raggio (lavori che sono stage, spesso non pagati, lavori a termine, part-time), un percorso formativo a tappe (triennale, specialistica, master, ecc.), relazioni forse troppo fragili e sanno che tocca a loro tenere insieme questo puzzle. Traiettorie di vite complesse. Sono, forse, degli individualisti non per ideologia, ma per necessità: sanno bene che neppure la famiglia, con tutta la disponibilità, potrà offrire un futuro, non sarà la società a trovare loro spazio. Neppure si fanno affascinare da quelle ideologie di trasformazione del mondo che hanno sedotto le generazioni passate. Piuttosto si domandano cosa possono fare loro, qui e adesso. Un orizzonte pragmatico, fortemente consapevole dei vincoli e della precarietà, spesso scambiato per mancanza di valori. Che invece, ci sono. E sono la fiducia nelle relazioni: sentimentali, affettive, genitoriali e filiali alle quali si attribuisce il valore fondamentale di dare significato alla propria esperienza esistenziale. Sono la convinzione profonda della parità di genere, l’ecologia non di maniera, l’anticonsumismo, lo spirito di iniziativa...

Forse tra gli ostacoli che i millenials debbono superare, ci sta anche la scarsa capacità di comprensione degli adulti: una politica che non li aiuta, una opinione pubblica che li scambia per bamboccioni o schizzinosi. Mentre loro, faticosamente, cercano di non arrendersi.
Anna Casella Paltrinieri
22/04/2013