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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Nevica!
L'immaginario è persistente, tenace, ha la forza delle certezze imparate da bambini, il fascino di qualcosa che, si pensa, non potrà mai cambiare. La neve richiama immagini bucoliche e romantiche. Sono montagne, vallate candide e luminose, viali di alberi ricamati di bianco. Suggeriscono tranquillità e contemplazione, emozioni positive.

E invece, non è così. O, almeno non è più così nelle immagini che i telegiornali e i giornali ci stanno trasmettendo in questi giorni: treni fermi, bloccati per ore al gelo, auto incapaci di muoversi, persone in difficoltà. Titoli senza equivoci: «Neve. L'Italia precipita nel caos»; «L'inferno bianco»; «Disagi e situazioni di emergenza: la rabbia dei cittadini». Cambiano le emozioni. Dapprima, ironia: cosa volete che sia una manciata di neve? Buona per strappare una giornata di vacanza da scuola, o per risparmiare sul riscaldamento degli uffici pubblici che possono esibire la giustificazione «Chiuso per maltempo». Poi, arriva l'allarme: cosa si deve fare? Stare a casa o muoversi? Si può andare in centro a piedi? Da dove attendere istruzioni per il comportamento adeguato? Perché non si chiudono le scuole? E che accade alle previste partite di calcio? Di chi è la colpa: dell'amministrazione o della protezione civile? Delle previsioni inesatte o della incapacità di comprenderle? Chi risarcirà i danni?

Una nevicata, anche modesta, porta con sé inevitabili disagi quotidiani. Ed è di questo che voglio parlare.  
La neve è compagna degli uomini da sempre. La saggezza popolare, quando l'uomo viveva nella natura e della natura, sapeva bene cosa pensarne: «sotto la pioggia fame - dichiarava il proverbio - sotto la neve pane». La neve era il segnale che era giunto il momento di sacrificare il più importante degli animali domestici, il maiale, che avrebbe offerto cibo per tutto l'anno a venire. Era il momento di aspettare al caldo che il frumento germogliasse sotto il manto nevoso, di scrutare il cielo per capire quanto ancora sarebbe durato il maltempo. «A Candelora dell'inverno semo fora, ma se piove o tira vento, dell'inverno semo dentro» recitava, ritualmente in veneto, mia madre. A maggior ragione, siamo dentro l'inverno se nevica. E allora si sapeva di doversi attrezzare con pazienza. E con qualche storia in più da raccontare, nell'ozio forzato.

Il rapporto tra uomo e inverno è cambiato, perché è cambiato il rapporto tra uomo e natura. Che si viva in campagna o in città, a maggior ragione in una metropoli, ci siano ormai tutti trasformati in «uomini urbani». Più vicino al pessimismo biblico («L'uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario?» Giobbe, 7, 1-4) l'uomo antico probabilmente non amava la natura, ma ci viveva dentro, dalla natura ricavava il sostentamento, dalla natura si difendeva. L'uomo urbano è un naturalista,  ingaggia battaglie per salvare l'orso marsicano o i boschi cedui, osteggia la caccia, protegge i randagi. Ama la natura, ma non la conosce. Non la vive e non saprebbe viverci dentro. La natura è diventata lo sfondo per la gita fuori porta, per la settimana bianca sugli sci, per la passeggiata salutistica. Ma si tratta sempre di una natura addomesticata, regolamentata da funivie, piste da sci, percorsi organizzati e «attrezzati».  E si tratta, sempre, di attività a tempo, limitate, sopratutto, omologate. Basta osservare cosa sono diventati i campeggi, nati per sperimentare il fascino della vita “selvaggia” e divenuti copia dei quartieri urbani, coi bar e i supermercati, cosa sono le stazioni sciistiche, i parchi per lo snow board, dotati di musica. Le città alpine, ingolfate dagli autobus, sono diventate appendici delle metropoli. Una Milano trasferita tra le cime innevate, lo sci come pretesto per la vita mondana. I tipi umani che vivono di natura, il contadino, il montanaro, il malgaro sono ormai stereotipi fasulli. Oppure, si sono trasformati: il contadino è l'albergatore del nostro bed and breakfast, il malgaro è uno spaesato profugo del Kossovo. La civiltà urbana si espande, diventa egemone e impone la sua mentalità, un altro modo di vedere e di vivere. E l'uomo urbano va nella natura con l'attrezzatura adeguata per lo sport, il jogging, la passeggiata, non per il lavoro o per la vita quotidiana. Sceglie l'abbigliamento di moda, di «tendenza» che non è sempre quello adatto ad affrontare la pioggia, la nebbia, gli agenti atmosferici avversi, le asperità del terreno.

La conoscenza dei ritmi, dei luoghi della natura e delle stagioni non è familiare all'uomo urbano. Spariti i riferimenti a quei segnali empirici che servivano per indovinare il bello e cattivo tempo, si affida all'astrattezza delle previsioni metereologiche, alla specializzazione degli esperti e si aspetta che ciò che accade confermi la previsione. La capacità personale di convivere con il clima e le intemperie non è richiesta all'uomo urbano e questo addestramento non compare in nessun programma scolastico nè sportivo.

Il contadino, il montanaro sapeva (e in alcuni casi, sa ancora) essere autonomo. Per l'uomo urbano l'autonomia non è garantita: non dipendono da lui i trasporti, la viabilità delle strade, la manutenzione dei treni, la disponibilità di energia elettrica e per il riscaldamento, di acqua. Potrebbe dipendere da lui la pulizia del tratto di marciapiede davanti a casa, a patto però di trovare una pala tra gli attrezzi di casa. Altrimenti, occorre attenderne la distribuzione. Per l'uomo urbano, quelle attività manuali che possono attenuare un disagio non sono sempre possibili, sicuramente non sono spontanee. Poiché la vita urbana richiede una organizzazione complessa, più facile è dipendere dalla istituzione, alla quale demandare e alla quale chiedere conto, magari tra le polemiche. Accanto ad ampie libertà, la condizione urbana ci ha portato gravi restrizioni. Ci impedisce, soprattutto, di sperimentare l'autonomia che è stata condizione di sopravvivenza per le generazioni che ci hanno preceduto, e la prudenza necessaria per affrontare la natura invernale. Da queste restrizioni, per fortuna, si affrancano i bambini che ancora, come un tempo, si fanno affascinare dalla magia di un ambiente trasformato.

Poi ci sono le tende dei rifugiati sotto il ponte Ostiense, coperte di neve e le case di legno dell'Abruzzo. Ma queste sono altre storie.

6 febbraio 2012