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Maurizio Ambrosini
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti
Non si vive di sole sanatorie
Sull’immigrazione, il governo Monti ha battuto un colpo. Finora, il suo merito principale era quello di avere abbandonato il linguaggio criminalizzante e i proclami ostili del governo precedente. Quasi d’incanto, l’immigrazione, sparita dall’agenda politica, è pressoché scomparsa anche dai notiziari televisivi e dalle pagine dei quotidiani. Bene così: è il segno di un Paese che comincia ad accettarla come un aspetto normale della vita quotidiana di una società avanzata.

Il governo in carica ha invece accuratamente evitato di impegnarsi sul tema della riforma della legge sulla cittadinanza, malgrado le sollecitazioni di campagne molto partecipate come «L’Italia sono anch’io» e le prese di posizione del presidente Napolitano. Anche sul «decreto flussi» per il 2012 ha preferito tirarsi indietro, limitando gli ingressi a 35mila stagionali.
A luglio invece è arrivata la novità: una legge di sanatoria. Come è già avvenuto varie volte, si preferisce legalizzare a posteriori l’immigrazione che ha trovato sbocchi occupazionali, per quanto irregolari. In questa fase, si tratta però di una scelta coraggiosa, in controtendenza rispetto a un quadro europeo sempre più chiuso. Anche nell’Europa mediterranea, di sanatorie nessuno parla più.

C’è da chiedersi però se non ci siano alternative a misure del genere, che rappresentano sempre un cedimento dello Stato di diritto e un premio ai trasgressori delle norme, oltre a dare innesco a scambi poco edificanti, talvolta truffaldini.
Le alternative possibili sono sostanzialmente tre. La prima è la regolarizzazione caso per caso, concessa a persone da tempo residenti e di fatto integrate. La seconda è la conversione del permesso di soggiorno, da turistico in lavorativo, soprattutto in ambito domestico-assistenziale. La terza è il ripristino dell’istituto dello sponsor e dell’ingresso per ricerca lavoro, eventualmente riservato a chi già conosca l’italiano.

Non vorremmo arrenderci all’idea che per un immigrato in Italia il soggiorno irregolare e il lavoro nero, la paura dell’espulsione e la lontananza dalle autorità, siano una sorta di passaggio obbligato, un prezzo da pagare per soggiornare nel Paese. Politiche migratorie più civili e razionali sono possibili.


© FCSF – Popoli, 1 ottobre 2012