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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Olimpiadi e sconfitte
Adesso che le Olimpiadi sono finite si può provare a leggere questo evento al di là della retorica. Lo sport (e l’Olimpiade in massima forma) è, nel nostro mondo desacralizzato, l’ultimo dei luoghi mitici. E ciò significa che tutto quanto lo riguarda viene affrontato, nella maggior parte dei casi, considerandone il principio ideale, mitico, e non le sue dinamiche concrete.
Lo sport è un mondo sociale e di questo ha le regole e le strutture: esiste una burocrazia che seleziona, organizza; esistono giurie che possono assegnare le vittorie con criteri non evidenti; esistono rivalità e conflitti, esistono problemi. Poco di tutto ciò appare nelle descrizioni giornalistiche o nelle cronache televisive.

Vige, nello sport, il mito dell’eroe: si può venire dal nulla e diventare il re, si può essere nessuno e guadagnare il mondo (o almeno, il podio). Lo sport interpreta se stesso come la forma perfetta della vita sociale, dove le regole sono chiare, giuste e i migliori vincono. L’atleta incarna tutte le virtù dello sport: la fatica, lo sforzo, l’impegno e il sacrificio coronati alla fine dalla medaglia. I campioni olimpici, questi ragazzoni atletici e queste donne decise, sembrano da sempre allenati alla vittoria, alle certezze: la meglio gioventù. Infine, se lo sport è il mondo mitico, gli atleti sono eroi mitici: essi corrono per noi, «sono» tutti noi, la loro stessa esistenza è «per la folla». I media, poi, fanno il resto sovrapponendo all’atleta il personaggio, l’icona. L’immagine delle virtù sportive e, sopratutto, del successo. E questa immagine seduttiva, in una società orientata al consumo, ha sopratutto il compito di incentivare al consumo.

Di questa Olimpiade però, resta l’immagine di un perdente: un marciatore biondo che confessa in lacrime davanti ai microfono di essersi «dopato». La reazione è stata (come tutti ricordiamo) immediata: poiché l’atleta, l’eroe mitico, corre per ognuno di noi, ci si sente traditi e si reclama giustizia. O vendetta. Un atleta che si riconosce colpevole getta una ombra scura anche su tutto il mondo sportivo, mette in dubbio non solo la sua storia, ma lo stesso mito dello sport come competizione leale, dove il migliore vince e dove chi sbaglia paga. Perciò risulta facile infierire su uno per poter allontanare dagli altri, da tutti gli altri, il sospetto.

Eppure, l’immagine di quel ragazzo in lacrime non può essere liquidata semplicemente come un brutto caso, una «macchia» su un avvenimento solo positivo.
Molte cose evidentemente, non quadrano. La sua è la storia di un fallimento, l’atleta «fragile» che non regge alla disciplina rigida? È la bugia costruita abilmente da uno che ha sfruttato una posizione e che oggi squalifica anche le sue passate imprese? È un gigantesco imbroglio, come dicono altri, pensando a quanto lo sport, anche a livello amatoriale, dipenda dalle industrie farmaceutiche capaci di fare cassa anche sugli scandali?

Al di là di questi interrogativi, qualche verità emerge. Emerge, ad esempio, l’immagine di una pratica sportiva che può diventare così costrittiva e vincolante, così lontana dalla vita vera da costituire, alla fine, una modalità di autodistruzione. Ma c’è dell’altro, mi pare. C’è, forse, la durezza di un mondo (e non penso solo allo sport) che, imponendo una logica unilaterale e assoluta, produce un tale ribaltamento di valori per cui l’immagine vale più del personaggio, la performance più della pratica quotidiana, l’invito al consumo, più di tutte le virtù dell'impegno e del sacrificio. E forse c'è dell'altro ancora: come ogni mitologia, poichè si costruisce senza riferimento alla realtà, anche quella dello sport fa le sue vittime.
C’è da augurarsi che il marciatore biondo ritrovi la sua strada. E che anche noi si riesca ad accettare le verità dei perdenti.
Anna Casella Paltrinieri
20/08/2012