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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Per chi è fallito il multiculturalismo?
Ha cominciato Angela Merkel tempo fa, ora gli fa eco David Cameron dall’Inghilterra. Nel mezzo ci sono state le rivolte delle banlieau parigine, i «rimpatri» dei rom rumeni, i roghi nei campi nomadi. Molti cominciano a diffondere l’idea: il multiculturalismo è fallito, le società non possono sopportare troppe diversità culturali, la convivenza pacifica tra popoli e gruppi appartiene ai racconti fiabeschi, ma non regge alla prova dei fatti. Vero? Falso? La questione non è accademica e non è di poco conto. Conviene ragionarci sopra.

Non c’è bisogno di essere studiosi di scienze sociali per osservare nelle nostre città, anche le più piccole, la presenza di persone che vengono da tutte le parti del mondo. Le stazioni, le vie dei centri storici, le periferie sono da tempo «colorate». I nostri figli hanno compagni di scuola cinesi, africani, latinoamericani. Le badanti dei nostri genitori continuano a essere in gran parte ucraine, rumene, russe, le colf filippine, gli operai nei cantieri, africani. Il multiculturalismo, dunque, è un «fatto», non una teoria o una opzione, una questione di gusti. E, nelle nostre società, il multiculturalismo è un «fatto» da decine di anni.
Allora, cosa è fallito? Forse, come dice (a mio parere, giustamente) il sociologo Franco Ferrarotti, non è fallito il multiculturalismo, ma le politiche e le teorie sul multiculturalismo. Sono fallite quelle teorie della convivenza multietnica che si sono rivelate incapaci di comprendere e governare la società multiculturale. Sono fallite le politiche messe in atto dagli Stati per governare (o più spesso per esorcizzare) la presenza di persone con altre tradizioni e altri valori.

La visione britannica della società multiculturale resta comunque nello schema del Commonwealth e, dunque, presuppone un pensiero che non metta in discussione la supremazia politica e culturale del mondo inglese, davanti al quale le altre culture possono essere solo subalterne e «funzionali». La visione francese assimilazionista si regge sulla necessità di rendere del tutto privata e individuale l’appartenenza culturale. In privato puoi essere arabo, curdo, ghanese, in pubblico sei un cittadino, anonimo e incolore. Un laicismo astratto (del quale la Francia è maestra anche per ciò che concerne l’appartenenza religiosa) assolutamente incapace di comprendere lo stato d’animo e la cultura del popolo delle banlieau. E la visione tedesca, così radicata nel binomio «sangue e suolo», pensa a una inviolabilità del proprio territorio sul quale gli «altri» possono essere solo ospiti.

Queste teorie adombrano tutte l’idea arcaica di una gerarchia delle culture, dalla quale si fanno discendere, come stiamo ben vedendo, pratiche politiche e giuridiche che sostengono la legittimità di una gerarchia dei diritti e dell’accesso alle risorse. Così, par di vedere, molte delle politiche sul multiculturalismo (ad esempio in Italia) sono pensate in funzione di difesa dal pericolo rappresentato dagli altri. La paura (Thomas Hobbes insegna) diventa il criterio della vita associata e lo Stato il custode della nostra tranquillità. In realtà, se si guarda alla storia, quando si è verificato il conflitto tra popoli, tra comunità, non era solo per la diversità culturale. Semmai è avvenuto perché su questa diversità si sono costruiti progetti politici che avvantaggiavano alcuni e punivano altri, perché le differenze si sono radicalizzate e rese intollerabili, perché si sono costruiti schemi di pensiero sugli «altri» e si è preteso che fossero definitivi, perché si è lasciato che visioni antiegualitarie, spesso razziste, circolassero liberamente nell’opinione pubblica.

La diversità culturale è, mi pare, una delle varianti della diversità umana (assieme alla diversità di genere, di religione, di capacità personali, di età…). Come le altre, va trattata dentro uno schema che tenga ben saldi i principi della dignità della persona, della giustizia, della libertà e dell’eguaglianza. È una sfida democratica non la fine della democrazia.  
Anna Casella Paltrinieri

© FCSF – Popoli, 14 febbraio 2011