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Sapori&Saperi
Anna Casella
Antropologa
Quel legume sintesi
di povertà e ricchezza
Le lenticchie o «dell’ambiguità». Cibo povero che rende ricchi, sia pure attraverso un imbroglio, come nella vicenda di Esaù il quale, affamato, cede la sua primogenitura al fratello (Gn 25, 29-34). Da allora, vendersi per un piatto di lenticchie sta a significare l’insipienza più grande, ma anche, biblicamente, l’incredibile storia della salvezza di Israele, venuta dall’anti-eroe, il figlio minore Giacobbe, capace di lottare con gli angeli. Le lenticchie, dunque, come sintesi di povertà e di ricchezza, vera o metaforica che sia.
Con la loro forma rotonda richiamano il denaro e quindi servono ad augurare prosperità futura nelle tradizioni del Capodanno di tanti popoli. Eppure, l’ambiguità persiste: nella Onirocritica dello stoico Artemidoro di Daldi (II secolo d.C.), ricordato anche dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud, sognare lenticchie sarebbe presagio di lutti e, per molto tempo, esse sono state cibo dei riti funebri. Il naturalista Plinio le mette tra i legumi in grado di sfamare ma, avverte, gonfiano lo stomaco e danneggiano la vista. Ben più tardi, nel 1513, lo spagnolo Gabriel Alonso de Herrera nella sua Obra de Agricoltura, dando informazioni su semina e raccolta, insiste: le lenticchie sono fredde e secche e perciò alimentano un sangue malinconico, producono cattiva digestione e sono assolutamente vietate a chi soffre di epilessia, portano dolori di testa, fanno fare sogni spaventosi, accorciano la vista.
Nonostante questa cattiva fama, la lenticchia (lens culinaris della famiglia della fabacee, originaria dell’Asia), detta anche «lente», è diventata nei secoli il cibo dei poveri, anzi la «carne» dei poveri. Conosciuta dagli etruschi e dagli arabi è passata dalle mense popolari a quelle dei conventi e, pur sporadicamente, a quelle dei nobili. Forse per il suo carattere versatile che si sposa con qualsiasi condimento.
Come nella ricetta dello Sri Lanka (cfr box) nella quale il piatto di lenticchie annega nel cocco e nel curry, la multiforme salsa composta (a seconda del momento e dell’estro di chi la cucina) da coriandolo e cumino, chiodi di garofano e cannella, cardamomo e curcuma (spezia di origine indiana), pepe e senape, finocchio e aglio, cipolla, zenzero e peperoncino o anche tamarindo.
Originariamente, la parola di origine tamil «cari» stava a significare un piatto cucinato con tutte le spezie: poi divenne, nel dizionario inglese, «curry», vale a dire il condimento diffuso in tutta la cucina del Sud-est asiatico. Lenticchie povere, dunque, ma con grande ricchezza di sapori.     
Anna Casella Paltrinieri


La ricetta
LENTICCHIE CINGALESI IN SALSA PICCANTE
Scaldare in una padella due cucchiai di olio e farvi soffriggere una cipolla tritata, mettendone da parte la metà. Unire due peperoncini rossi tritati, due cucchiai di gamberetti secchi,
un cucchiaio di curcuma in polvere, poi 500 grammi di lenticchie rosse, un cucchiaino di curry in polvere, 500 ml di latte di cocco, un po’ di brodo vegetale, una stecca di cannella, del lemon grass.
Portare il tutto a ebollizione, abbassare la fiamma e lasciar cuocere per almeno trenta minuti. Guarnire il piatto, prima di servirlo, con la cipolla tritata.
© FCSF – Popoli, 1 novembre 2011