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La sete di Ismaele
Paolo Dall'Oglio
Gesuita del monastero di Deir Mar Musa (Siria)
Sette miliardi e un piccolino
Il bimbo è siriano e l’han chiamato - traduco - Verde. La mamma, Buona Novella, e il papà, il Sig. Sorridente, lavorano nel Golfo. Al settimo mese della prima gravidanza lo shock: l’intestino, fuoriuscito come da una falla, nuota nella placenta. Provvidenza e buone volontà fan sì che Verde venga al mondo nel Bel Paese. Dopo un aspro combattimento per la vita - suo e d’una nutrita e iper-tecnologica équipe di gente di gran cuore - finalmente succhia al seno e va di corpo come si deve!
Nessuno ha domandato se Verde fosse di famiglia musulmana o altro… Grazie, allora, a questi italiani in gamba.
Ora siamo sette miliardi. Preoccupa, anche nel quadro della primavera araba, la crescita cronica di Paesi come Egitto, Siria, Yemen, Palestina… Il miglior processo democratico non potrà risolvere il problema di fondo: non c’è acqua né risorse per tutti. A livello globale la questione non è meno grave. Certo che c’è spazio in Brasile, ma la deforestazione amazzonica asfissia il pianeta. Nel Sahel sub-sahariano, i conflitti per l’acqua, uniti a una crescita drammatica, avvelenano le società. La desertificazione avanza a causa della sovrappopolazione unita all’effetto serra: i nomadi premono su regioni più umide come nel Darfur, in Sudan.

Si dice che l’emergenza demografica sia una frottola e che, per assicurare il ricambio, già manca popolazione. Ma a chi? Dove? Manca popolazione al capitalismo della crescita esponenziale. Manca agli europei che non sanno più da chi farsi pagare le pensioni e nel frattempo si preoccupano dell’identità culturale e religiosa. Il fatto macroscopico è che, anche contando sui miracoli della tecnologia, siamo troppi, specie se pensiamo al livello e alla speranza di vita che tutti vogliamo. L’obiettivo sarà il benessere generale e adoperarsi per la responsabilità demografica, senza sacrificare l’ambiente.
Si dice che la pianificazione demografica cinese fu titanica e immorale. Il dovere di cercare mezzi più rispettosi della dignità della persona umana, per contenere e/o ridurre le bocche da sfamare e le mani da impiegare, non toglie significato alla portata simbolica globale del tragico sforzo cinese.

Si è rotto l’equilibrio tra vita e morte. Nel mio piccolo, ho visto l’avanzata del deserto, il raddoppio della popolazione locale e lo sprofondamento e prosciugamento delle falde acquifere. In tempo di siccità, gli aiuti internazionali peggiorano la desertificazione perché, paradossalmente, impediscono la flessione naturale delle greggi necessaria al ristabilimento dell’armonia biologica. Questo fenomeno, unito ai forti tassi di crescita delle famiglie, concorre a produrre le «mostropoli», per effetto dell’urbanizzazione selvaggia.

Si registra una difficoltà musulmana a recepire la problematica. A volte, il simbolo della «religione più numerosa» è mobilitato in vista della vittoria finale della «vera religione».

Penso che Gesù ci proibisca, sia sul piano locale che planetario, d’entrare in una logica di concorrenza numerica con risvolto genocidario. Il simbolo del sale e del lievito è il nostro, non quello della conservazione di maggioranze continentali. Il dialogo interreligioso giuochi dunque un ruolo per la radicale assunzione di responsabilità riguardo al contraddittorio dovere di salvare le persone e di non giocarci il pianeta.

È impossibile dare indicazioni di principio per valutare quanto s’abbia diritto di spendere per una gravidanza difficile mentre muoiono d’inedia centinaia di migliaia di bambini nel Corno d’Africa. Si perseguiranno l’una e l’altra cosa e le scelte restano contestuali. Salvare un piccolo individuo in difficoltà di vita è gesto forte, col quale si dice promozione della dignità umana avvenire. Quando i soccorritori di Van tirano fuori un lattante terremotato da sotto un palazzo, rimbalzano sugli schermi tv del mondo intero. Il bimbo diventa simbolo del valore più prezioso nel programma politico mondiale. Certo che bisogna salvare le persone affamate del Corno d’Africa e d’altrove. Dall’altra parte, però, il mancato confronto coi problemi strutturali, anche a livello dell’educazione religiosa, prepara nuovi e più gravi disastri.

La foto del neonato siriano salvato in Italia, ancora coi tubetti e le garze, l’ho attaccata all’iconostasi in chiesa. Oggi questo Paese vive ore di dolore. I molti giovani venuti al monastero, durante la festa musulmana del sacrificio a inizio novembre, sanno che il loro destino si deciderà nelle cancellerie delle potenze regionali e planetarie. Anche questa volta fallisce l’alternativa non violenta. Non ci arrendiamo; lo dobbiamo, se non altro, a Verde.

13/12/2011