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Cinema e Popoli
Luca Barnabé
Critico cinematografico
Sette opere di misericordia
Periferia di Torino, tra la Falchera e Barriera di Milano. Fumi e luci irreali ma palpabili con gli occhi. Il fiume Stura scorre fangoso tra le baraccopoli. Le macchine sfrecciano veloci, solo i mezzi pubblici a volte si fermano. Qui spesso si intrecciano vite letteralmente ai margini della città e del mondo.
I gemelli registi Gianluca e Massimiliano De Serio - ottimi videoartisti e documentaristi cresciuti proprio nella periferia nord di Torino - inquadrano due vite «marginali», quella di Luminita (la straordinaria esordiente romena Olimpia Melinte), un’adolescente immigrata irregolare che vive in una baraccopoli, e quella di Antonio (Roberto Herlitzka), un anziano malato che tiene un pacchetto di euro nascosto in un campo.
La ragazza ruba il portafoglio al vecchio mentre questo è in ospedale, e poi, quando l’uomo viene dimesso, lo segue fino a casa, irrompe nell’appartamento e lo tiene segregato in uno sgabuzzino.
Progressivamente, però, Antonio e Luminita si conoscono e iniziano ad aiutarsi. Senza parole superflue, solo attraverso i gesti e i segni del prendersi cura dell’altro.
I De Serio scelgono un realismo prossimo al cinema di altri due fratelli registi, i Dardenne. Il realismo dei registi torinesi è «dardenniano» per il cuore della storia, la costruzione delle sequenze e l’empatia che si crea con quei personaggi dei quali spesso vorremmo ignorare l’esistenza e dei quali non condividiamo certi comportamenti: qui, un po’ come accadeva ne L’enfant, Luminita rapisce un neonato. Allo stesso tempo, però, il film è impastato di un linguaggio che mescola contemporaneità e classicità pittorica. I De Serio usano elementi da videoarte o da graphic novel, come i titoli che scandiscono le scene in sette quadri, ed elementi pittorici come gli sguardi in macchina e i primissimi piani. Ma nell’evocare in primo piano la sofferenza fisica non c’è compiacimento, solo una metafisica del dolore, quasi a inquadrare da vicino la condizione umana.
Il titolo richiama le sette opere di misericordia corporale della tradizione evangelica (cfr Mt, 25) rappresentate anche da Caravaggio: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, curare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti.
I vari capitoli messi in scena stridono con la misericordia del titolo. La società contemporanea, anche se si dice cristiana, si sente svincolata dalle parole evangeliche, così distanti dal nostro agire quotidiano. E allora può accadere che proprio dalla violenza cieca di una «clandestina» sola e disperata possa nascere la pietas per un vecchio altrettanto solo e barricato in casa.
Nell’ultima inquadratura, Luminita è a bordo di un autobus fra tanti passeggeri distratti. Nella ressa li perderemo di vista come avviene tra le persone nella vita reale. Ora l’autobus è vuoto.
Alle «sette opere di misericordia» evangeliche la società contemporanea ha sostituito il subdolo comandamento dell’indifferenza, che attecchisce bene, ancora meglio se i bisognosi stanno lontani, nelle periferie del mondo, e noi possiamo chiudere gli occhi o guardare altrove.
© FCSF – Popoli, 1 marzo 2012