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Maurizio Ambrosini
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti
Si diventa cittadini anche dal basso
Il dibattito sulla questione dei tempi e delle condizioni di accesso alla cittadinanza italiana per gli immigrati e i loro figli ha ripreso quota, grazie agli interventi del presidente Napolitano e alla campagna «L’Italia sono anch’io» (a cui aderisce anche Popoli), a favore di una riforma legislativa più aperta verso i nuovi residenti.
Senza nulla togliere all’importanza della cittadinanza politica e del diritto di voto, vorrei però proporre una riflessione su quella che può essere definita «cittadinanza dal basso»: la dimensione quotidiana, attiva e sostanziale della partecipazione alla vita sociale. Trovare un lavoro, contribuire con le imposte al finanziamento della spesa pubblica, fissare la residenza, frequentare corsi di istruzione, beneficiare di servizi sociali, iscriversi a un sindacato, partecipare alla vita del territorio, prendere parte all’attività politica: attraverso questi e altri atti di cittadinanza gli immigrati entrano sempre più a far parte della società in cui vivono. Lo si voglia o no, diventano parte della comunità legittima, e possono anche far sentire la loro voce, partecipando a dimostrazioni, movimenti sociali, associazioni di varia natura. Il possesso della cittadinanza formale favorisce questi processi, ma la sua mancanza non li impedisce.
A loro volta, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e i soggetti sociali che svolgono un’azione di tutela e promozione degli immigrati concorrono ad allargare i confini del riconoscimento sociale, con il pacchetto di diritti che ne discende.
Così, la spesso evocata petizione di Hanna Arendt, circa il «diritto ad avere diritti», può essere rivisitata in un senso più dinamico e articolato: ci sono varie tappe e modalità attraverso le quali si possono rivendicare e conseguire dei diritti, da parte di coloro che ne sono formalmente esclusi. Certamente, lungo la strada - nella terra di mezzo tra l’esclusione rigida e la piena cittadinanza -, i diritti si possono anche perdere, giacché il percorso della cittadinanza non è sempre e univocamente ascendente. Ma proprio per questo, mobilitazioni politiche, alleanze con più ampie coalizioni, pratiche quotidiane di accesso e fruizione di servizi, diventano elementi salienti delle battaglie per l’allargamento dei confini dell’appartenenza legittima e dei diritti riconosciuti.
In altri termini: tutti possiamo fare qualcosa, ogni giorno, per rendere gli immigrati più pienamente cittadini del nostro Paese. A partire dagli immigrati stessi.
© FCSF – Popoli, 1 marzo 2012