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Maurizio Ambrosini
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti
Uomini alla deriva
La lunga e tormentata vicenda dell’accoglienza dei profughi provenienti dalle coste nordafricane è arrivata in questa fine d’anno a uno snodo decisivo. Dopo aver reiterato a più riprese i dispositivi di accoglienza umanitaria, il governo ha da tempo annunciato che a fine 2012 cesserà il sistema di gestione della cosiddetta «emergenza» degli sbarcati a seguito della primavera tunisina e del conflitto libico.
Ricordiamo alcune cifre, tratte dal Dossier Immigrazione di Caritas-Migrantes, che ogni anno puntualmente fornisce dati completi e aggiornati sui fenomeni migratori. In poco più di un anno sono state oltre 58mila le persone arrivate in Italia dal mare, approdando principalmente a Lampedusa, con una media di circa 1.500 sbarchi la settimana nel periodo gennaio-settembre 2011. Si deve purtroppo registrare anche un alto numero di vite perdute nella traversata, difficilmente quantificabile ma stimato dalle organizzazioni umanitarie in oltre 2mila.
Le modalità di accoglienza si sono basate, nella prima fase all’insegna dell’emergenza, sull’apertura straordinaria di mega-centri e sull’allestimento di tendopoli, poi sulla dispersione in luoghi spesso isolati, inadatti, privi di servizi di accompagnamento, con una protezione inadeguata dei minori, sollevando seri interrogativi sulla gestione della crisi.
In vari casi, istituzioni locali e soggetti non profit si sono attivati sul territorio, cercando di avviare servizi aggiuntivi e percorsi di integrazione, mentre in altri contesti ha prevalso un’accoglienza minimalistica, basata su vitto e alloggio.
Sullo status legale dei profughi ha continuato invece a regnare l’incertezza. Gli sbarcati dalla Tunisia, molti dei quali giovanissimi, sono stati perlopiù internati e quasi tutti avviati all’espulsione, a meno che non siano riusciti a far perdere le loro tracce o non siano stati ricoverati in ospedale in seguito ad atti di autolesionismo. Anche gli africani e gli asiatici giunti dalla Libia, in almeno il 60% dei casi hanno ricevuto un diniego dalle competenti commissioni territoriali: molti provengono da Paesi di per sé non a rischio umanitario, ma si erano stabiliti in Libia ormai da anni. Spesso, appoggiati dalle organizzazioni umanitarie, hanno presentato ricorso, ma i lunghi periodi di attesa delle decisioni hanno provocato frustrazione ed esasperazione. Anche se le loro istanze venissero respinte, non è scontato che sarebbero disposti a ritornare in una madrepatria da tempo abbandonata. Il rischio che si profila è quello della formazione di una minoranza sbandata, priva di titoli legali per rimanere e di risorse per rientrare.
A volte le soluzioni umanitarie sono anche le più razionali. Un permesso di soggiorno di lunga durata per ragioni umanitarie, accompagnato da idonei percorsi di inserimento, con la possibilità di scegliere in alternativa un serio pacchetto di incentivi per il rientro, sarebbero le misure più sensate per porre fine all’emergenza.


© FCSF – Popoli, 1 dicembre 2012