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«Io, il dialogo e la rivoluzione» - Intervista a Michael Fitzgerald
4 maggio 2011
Michael Louis Fitzgerald, ex-presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, oggi nunzio apostolico al Cairo e atteso a Milano il 16 maggio per la Cattedra del dialogo promossa dalla diocesi ambrosiana, ha concesso a Popoli un’intervista esclusiva, analizzando gli sviluppi delle relazioni tra le fedi e la rivolta in Egitto.

Ricorre quest’anno il ventesimo anniversario della promulgazione di Dialogo e annuncio. Eppure, ancora oggi, qualcuno contrappone questi due termini. Il dialogo - si dice - rischia di eliminare l’audacia dell’annuncio e della testimonianza. Che cosa rispondere?

Si dovrebbe ricordare che sia il dialogo sia l’annuncio sono elementi della missione della Chiesa. Sono distinti perché hanno scopi differenti, ma non sono separati. Attraverso l’annuncio, la Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo è proclamata, accompagnata dall’invito ad accettare questa salvezza, professare la fede in Gesù e diventare un membro della Chiesa. Questo annuncio per essere efficace deve essere dialogico, cioè deve prendere in considerazione la cultura e la situazione della persona cui è indirizzato.
D’altra parte, non si entra in dialogo allo scopo di invitare le persone ad accettare la fede in Gesù Cristo ed entrare nella Chiesa. Questo bisogna sempre sottolinearlo, poiché il dialogo è spesso trattato come se fosse semplicemente uno strumento per la conversione. Gli obiettivi del dialogo sono diversi: vivere in pace e armonia con persone di altre religioni, lavorare con loro per il benessere dell’umanità e stimolarci a vicenda per rispondere a Dio con maggiore generosità. Come l’annuncio di Gesù Cristo richiede di essere supportato dalla testimonianza personale di chi lo sta proclamando, così anche nel dialogo c’è un elemento di testimonianza. C’è bisogno di giudizio per capire quando è il momento giusto per invitare qualcuno alla fede, dopotutto il primo evangelizzatore è lo Spirito Santo.

Nel 1984, l’allora Segretariato per i non cristiani presentò un documento dal titolo: L’atteggiamento della Chiesa verso i seguaci di altre religioni. Si spiegava che non sono i sistemi religiosi a incontrarsi, bensì le persone religiosamente impegnate nella propria tradizione. Ciò che li raduna è l’amore. Quale maturazione è stata compiuta a riguardo e quali incomprensioni e difficoltà sono ancora da sanare?
Penso sia opportuno riconoscere che negli ultimi trent’anni l’idea stessa del dialogo interreligioso è diventata molto più «accettabile», un’esperienza quasi ordinaria. Come le società diventano multi-religiose, così le persone si incontrano e lavorano assieme. Convegni di leader religiosi sono stati organizzati in molte parti del mondo, nel tentativo di rispondere alle sfide locali, e le conferenze che riuniscono persone di differenti religioni si sono moltiplicate. L’iniziativa «Common Word» («Una parola comune»), un invito al dialogo da parte musulmana, ha portato nel novembre del 2008 a un incontro a Roma tra musulmani e cristiani sull’amore per Dio e per il prossimo; penso che la possibilità di discutere un simile tema abbia sorpreso molti, sia tra i cristiani sia tra i musulmani. Il dialogo teologico è però possibile solo se favorito dalla creazione di un ambiente appropriato: ad esempio, nel 2010 il Libano ha celebrato la festa dell’Annunciazione come una nuova festa nazionale, che unisce cristiani e musulmani; vent’anni fa sarebbe stato impensabile. Certo non tutto va liscio, e bisogna ammettere che in alcuni Paesi le relazioni interreligiose sono contrassegnate da discriminazione e violenza. Il maggiore ostacolo a un dialogo reale è l’ignoranza, il non sapere abbastanza sulla religione altrui, questo spesso porta alla diffidenza, e da lì alla manipolazione politica delle differenze religiose.

Ricordando ciò che Giovanni Paolo II scriveva in Redemptoris missio circa l’essenzialità del ministero dei laici, quali progressi e quali passi ulteriori si possono rilevare?
Probabilmente è giusto dire che la maggioranza dei cattolici impegnati nel dialogo interreligioso sono sacerdoti o religiosi. Tuttavia anche i laici stanno iniziando a giocare un ruolo significativo. Diversi teologi laici, uomini e donne, sono stati chiamati nel corso degli anni per dare la propria opinione al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, e delle otto persone che al momento sono consulenti della Commissione per le relazioni religiose con i musulmani tre sono laici, due uomini e una donna. Inoltre a livello diocesano i laici hanno spesso accettato la responsabilità di guidare le commissioni locali; in particolare trovano spazio nel campo del dialogo delle opere. Si può osservare che in Medio Oriente, senza dubbio in Egitto, sono soprattutto i laici a essere impegnati nel dibattito sulla democrazia e sul significato di cittadinanza. Ciò che è richiesto, ovviamente, è una buona formazione, che includa una solida conoscenza della religione dell’interlocutore nel dialogo. Un altro segno incoraggiante è il numero crescente di persone di altre religioni che desiderano acquisire una più profonda conoscenza del cristianesimo: tali persone potranno svolgere un’opera importante nelle loro comunità. A questo proposito vorrei menzionare il Lay Centre at Foyer Unitas, a Roma. Questo centro si occupa di provvedere alloggi agli studenti laici che studiano nelle università e negli istituti pontifici di Roma. Sebbene sia prevalentemente cattolico, con regolari momenti di preghiera, ospita cristiani di diverse confessioni e anche persone appartenenti ad altre religioni, in particolare ebrei e musulmani. Così questi studenti saranno in grado non solo di acquisire una conoscenza teoretica della teologia cristiana, ma anche di incontrare i cristiani e discutere con loro partendo da basi condivise.

Nel marzo del 1999 l’allora presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Francis Arinze, inviò una Lettera ai presidenti delle conferenze episcopali sulla spiritualità del dialogo. Come commenta questa sottolineatura di mons. Arinze: «La speranza caratterizza un dialogo che non pretende di veder risultati immediati, ma si tiene saldo al credere che il dialogo sia un cammino verso il Regno e che certamente porterà frutti, anche se il tempo e le stagioni sono conosciuti solo dal Padre»?
Quello che scrisse il cardinale Arinze rimane vero. Sebbene il dialogo sia in progresso, ci sono ancora ostacoli. C’è stata, per esempio, una recrudescenza dell’antisemitismo. Le violenze perpetrate da alcuni esponenti dell’islam hanno portato ad attribuire una cattiva reputazione a tutti i musulmani. Il cosiddetto fondamentalismo è ancora molto vivo, e si può trovare anche tra induisti e buddhisti, a discapito dei cattolici o di altre di minoranze.
Questo non vuol dire che il dialogo sia inutile e che uno debba smettere di tendere la mano agli altri; al contrario, le difficoltà rendono il dialogo più necessario. Bisogna essere pronti a ricominciare ancora e ancora e ancora. È lo Spirito Santo che può cambiare i cuori, il dialogo è davvero un compito da affrontare con fede, speranza e amore.

L’EGITTO TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO
Come ha vissuto personalmente e in qualità di nunzio la rivolta popolare e la fine della presidenza Mubarak?
Il nunzio è un «osservatore privilegiato»: come rappresentante di un’entità straniera (così è vista la Santa Sede in Egitto), uno non è e non dovrebbe essere coinvolto. Allo stesso tempo si può accompagnare il movimento con la preghiera e, quando si presenta l’occasione, dando un incoraggiamento. I difetti del precedente regime erano evidenti e il malcontento della popolazione per la mancanza di libertà politica e l’assenza di giustizia sociale erano ben noti, tuttavia la caduta del regime è stata una sorpresa. L’esplosione di orgoglio nazionale e l’unità del popolo sono state impressionanti. Ora, nel periodo post-rivoluzionario, sarà importante cercare di mantenere questo senso di unità.

Quali sono i rapporti tra Chiesa cattolica e Chiesa copta?
La Chiesa copta ortodossa costituisce una maggioranza così dominante tra i cristiani in Egitto che le autorità, sia quelle del precedente regime sia quelle dell’odierno governo ad interim, tendono a vedere tutti i cristiani come copti e a considerare papa Shenouda III il loro unico rappresentante. Questo non soddisfa tutti i cristiani, scontenta persino alcuni copti ortodossi, in particolare quelli che erano più impegnati nel movimento rivoluzionario.
Come ho detto prima, è compito dei laici cristiani, di tutte le Chiese, giocare un ruolo importante negli sforzi per creare una società più democratica. Ciò che la Chiesa cattolica può offrire qui è una solida dottrina sociale e certamente in questo settore c’è bisogno di fornire una maggiore formazione ai laici. Il recente Sinodo per il Medio Oriente, svoltosi lo scorso ottobre, offre una base per i cattolici e per gli sforzi ecumenici in questa direzione.

VERSO UNO STATO PLURALISTA?
La rivolta ha visto scendere in piazza fianco a fianco manifestanti islamici e cristiani. Qualche commentatore ha visto in questo un segnale dell’impronta «laica» delle manifestazioni e un ritorno allo spirito che portò cristiani e musulmani negli anni Venti a lottare insieme contro il potere coloniale britannico. Lei concorda con questa interpretazione? A suo parere i futuri governi saranno in grado di dar vita a uno Stato pluralista?
Il 28 marzo sono state annunciate per settembre le elezioni parlamentari. Nel frattempo le fazioni politiche si stanno preparando per il confronto. Dall’ala islamista sono già stati annunciati diversi partiti: il Partito per libertà e giustizia dei Fratelli Musulmani (che sotto il precedente regime avevano il divieto di condurre campagne elettorali); Al Wasat (il Centro), un partito moderato fondato da un dissidente della Fratellanza Musulmana; il movimento Salafi, influenzato dai wahabiti dell’Arabia Saudita. C’è quindi una certa frammentazione che sarà riflessa da una simile divisione anche dall’altra parte. È molto improbabile che si formi un partito esplicitamente cristiano in un Paese in cui i cristiani formano non più del 10% della popolazione, ma cristiani e musulmani si ritroveranno insieme in partiti di tendenze differenti, come socialisti o liberali. Il risultato è molto incerto.

Le rivolte che hanno interessato Tunisia, Egitto, Libia e altri Paesi hanno messo in evidenza un nuovo protagonismo delle popolazioni nordafricane che non sembrano più disposte ad accettare regimi autoritari. Nei Paesi nordafricani e mediorientali la democrazia quali possibilità ha di affermarsi?
È difficile per me parlare dei Paesi del Maghreb. Posso dire che in Egitto l’esercito si è definitivamente schierato dalla parte del popolo, questo spiega le manifestazioni di gioia quando scese nelle strade. Il Consiglio delle truppe armate che sta governando temporaneamente il Paese ha dichiarato ripetutamente che non desidera conservare il potere, e non c’è alcun motivo per dubitare della sua posizione. Si sta indagando sulla corruzione dei membri del precedente regime e nei loro confronti sono stati presi severi provvedimenti, dunque sembra improbabile che possa esserci un ritorno della vecchia guardia.

Negli ultimi decenni, nonostante il Concilio e l’impegno del Vaticano e delle Chiese locali, si è affermata - specie nel mondo islamico - una sorta d’identificazione tra Occidente e cristianesimo, con la conseguenza che gli errori dell’Occidente (ad esempio la guerra in Iraq) vengono automaticamente addebitati ai cristiani nel loro insieme. Le pare che oggi le cose stiano cambiando o questo rimane un problema reale?
Ci sono stati molti incontri in questo Paese, interessato sia all’islam e sia all’Occidente, anche se queste due entità sono considerate agli esatti opposti. Una simile classificazione non considera la presenza di musulmani nel mondo occidentale e di cristiani in Paesi a maggioranza musulmana. Il Sinodo per il Medio Oriente è stato un’opportunità per i cattolici di quei Paesi di dimostrare che il cristianesimo non è un fenomeno occidentale. È attraverso il coinvolgimento nella società, a tutti i livelli, che i cristiani orientali potranno mostrare la loro vera identità e la loro solidarietà ai concittadini. I cristiani nel mondo occidentale, da parte loro, devono criticare senza timore i loro governi quando è necessario, difendendo sempre i diritti e la dignità dell’uomo; da questo punto di vista gli ultimi papi, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno offerto una guida preziosa.
A cura della Redazione
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