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Afghanistan, ricostruzione all'italiana
1 giugno 2011

La missione militare dura da quasi 10 anni ed è costata, solo all’Italia, 3 miliardi di euro. Ma alla cooperazione civile nel 2011 è andato meno del 4% dei fondi. Stiamo davvero aiutando l'Afghanistan a rinacere? Nell'inchiesta del numero di giugno-luglio di Popoli numeri, storie e contraddizioni di una ricostruzione ancora incompiuta. Di seguito l'articolo principale del servizio (per accedere al pdf integrale clicca qui)

Questa primavera la società civile afghana ha centrato due obiettivi con l’aiuto degli italiani. Due appuntamenti importanti sanciscono la nascita di una rete: la conferenza nazionale di fine marzo a Kabul e quella internazionale di Roma (24-25 maggio). Con il contributo della rete Afgana (afgana.org), il sostegno dell’Ong Intersos che ne fa parte e l’aiuto finanziario del nostro ministero degli Esteri, le due conferenze danno voce a un mondo dinamico, anche se poco conosciuto e ascoltato. La società civile riunita a Kabul aveva il volto di 130 donne e uomini di ogni etnia e di ogni provincia, portavoce di associazioni, sindacati, organizzazioni culturali e di volontariato. Hanno detto chiaramente di cercare un ruolo nei processi decisionali e chiesto al governo più apertura e trasparenza. Una ventina di rappresentanti hanno ripreso i temi a Roma, confrontandosi con decine di organizzazioni europee per cercare un sostegno all’estero. Secondo Staffan De Mistura, rappresentante dell’Onu in Afghanistan, se siamo all’inizio della fase di transizione, il ruolo della società civile diventa cruciale.
«È una società civile attiva e vivace, ma poco conosciuta dalla comunità internazionale che dà gli aiuti - osserva Giuliano Battiston, giornalista e autore di un’approfondita ricerca, La società civile afgana. Limiti e potenzialità -. In ambito urbano c’è molta effervescenza, voglia di partecipare e anche di recriminare contro il governo».
Il giovane direttore di Rah-e-noor, un’associazione culturale della zona di Bamyian (la città dei Buddha distrutti dai talebani nel 2001) ricorda che la cultura è strumento di promozione sociale. «Gli occidentali considerano utili progetti più visibili, come un ponte o una scuola, ma serve anche costruire un’identità nazionale condivisa a partire dalla letteratura». La pensa come lui Kazem Amini, insegnante e scrittore che, quasi senza fondi, si impegna tenacemente in attività culturali, convinto che il futuro passi per una scolarizzazione diffusa: «Gli occidentali non si accorgono che democrazia significa consapevolezza del posto in cui si vive, della responsabilità verso gli altri. E per svilupparla serve cultura». Le loro testimonianze sono raccolte nella ricerca di Battiston. Pur in un Paese che vive le ferite di trent’anni di guerre civili e con sacche di miseria profonda, non sono parole isolate. La società civile solleva domande di fondo alle quali la comunità internazionale, che ha portato in Afghanistan 130mila soldati e, in un decennio, ha investito più di 250 miliardi di dollari, dovrebbe in qualche modo rispondere. Ma oggi i vertici militari sono più impegnati a delineare un piano di transizione per ritirare le truppe.
Un intervento dall’estero di tale entità e durata ha comunque avuto un forte impatto, ha portato anche i propri modelli e spesso ha emarginato realtà tradizionali poco funzionali alla propria azione. Ma queste realtà - gruppi culturali, religiosi o consigli tradizionali - sono un collante fondamentale della società e servono al dialogo. Forse le questioni che pone la società civile non sono solo di metodo, ma sostanziali: quando si tratta di nation building, ricostruire un Paese è impresa più difficile di una guerra.
«Finora la società civile è stata negletta - conferma Nino Sergi, presidente di Intersos -, dopo dieci anni è ora di cambiare». Sergi da tempo pone interrogativi sul senso della presenza militare italiana e denuncia il continuo calo di fondi per le iniziative di cooperazione. «L’approccio è stato sbagliato: si è reagito all’11 settembre, ma poi sono stati fatti errori, sprecati soldi e anche oggi le idee non sono molto chiare. Lo strumento militare sta diventando l’unico tipo di intervento - aggiunge -, i bisogni della popolazione interessano sempre meno o solo in modo strumentale alla buona riuscita dell’intervento militare. Perché si continua?»

CONFUSIONE DI RUOLI
In Afghanistan, l’Italia spende molto per le attività militari, poco per lo sviluppo. I due decreti sulla «cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione» del 2010 hanno previsto un finanziamento complessivo di circa 40 milioni di euro per gli aiuti alla cooperazione, contro i 673 milioni per le attività militari. Nel 2011 la spesa per l’intervento armato supererà i due milioni al giorno.
Sul totale stanziato per gli interventi all’estero, la cooperazione civile nel 2008 riceveva il 9,4% dei fondi, percentuale scivolata al 3,6 nel 2011. Uno squilibrio enorme, solo in minima parte riequilibrato dai fondi che i militari spendono per scopi civili.
L’epicentro della presenza italiana è Herat, la più grande città dell’Afghanistan occidentale. Qui il nostro Paese ha la responsabilità militare di quattro province e ha istituito nel 2005 il proprio Prt, il gruppo provinciale di ricostruzione. Analogo a quelli di altri comandi della Nato, gestisce il lavoro in campo civile assegnato ai militari. «L’ultimo decreto di proroga della missione - spiega Sergi - prevede 8 milioni di euro destinati ai militari per aiuti di emergenza alle popolazioni. Questi si raddoppiano con fondi internazionali, in particolare degli Usa. Vengono usati per i loro scopi, secondo tattiche militari. Noi contestiamo questa confusione dei ruoli». In altre missioni di pace riconosciute da tutte le parti in gioco, come quella in Libano, era più facile per le Ong collaborare con il contingente. In Afghanistan, dove questa accettazione non c’è perché si combatte contro una fazione, i talebani, la questione è delicata. «Se troviamo un ferito talebano - conclude Sergi -, non ci rifiutiamo di curarlo, ma il nostro essere neutrali diventa difficile se veniamo confusi con i militari stranieri».
Se i Prt assumono compiti che dovrebbero spettare alle Ong, queste ultime tendono a marcare la distanza dai militari. «Sono stato solo una volta al Prt di Herat - racconta Sergi - per incontrare un diplomatico e mi sono imbattuto in barriere di cemento armato, lunghe attese, perquisizioni, e tutto questo in una struttura che serve per i contatti con i civili! Spendiamo tutti quei soldi per costruire i muri di un fortino che presto verrà smantellato?»
Di parere diverso è Marco Lombardi, sociologo dell’Università Cattolica di Milano e responsabile di sei missioni compiute per conto dell’ateneo, che con il Prt di Herat collabora in modo stretto. L’università milanese è l’unica ad avere un proprio centro di cooperazione e di sviluppo internazionale e si è proposta di collaborare nel campo della formazione. «Ci siamo alleati da venti mesi con il Prt - spiega Lombardi - per rispondere ai bisogni ai quali i militari non possono provvedere, come preparare insegnanti per le scuole (un centinaio) che finora hanno costruito. Abbiamo tenuto 250 ore di lezione a 300 studenti, grazie al lavoro volontario dei docenti». L’Università è impegnata anche in un corso di formazione per donne che aiutano donne maltrattate e in un corso per 25 giovani giornalisti. «Mostrano un Afghanistan non fatto di guerra - aggiunge Lombardi -, ma delle difficoltà quotidiane che i giornalisti occidentali non sanno o non possono vedere». A Herat il lavoro dei docenti della Cattolica si è intrecciato con quello dei gesuiti sociologi, impegnati nell’Università locale (cfr p. 20). Insieme hanno tenuto un corso su «Donna e famiglia come motore di sviluppo».
Lombardi considera importante il controllo diretto dei nostri ufficiali sul lavoro di aziende afghane che costruiscono infrastrutture. «Secondo me, Difesa ed Esteri dovrebbero avere un progetto coordinato sull’Afghanistan e le Ong condividere i progetti a lungo termine». In questa zona grigia tra guerra e pace, ci sono aree dove serve esportare lo sviluppo, ma senza i militari è difficile andare. E i costi della missione?: «Spendiamo soldi per gli stipendi, commisurati al costo della vita in patria. Ma altre spese di investimento sono state fatte, i mezzi sono già sul posto».
Intersos ricorda, invece, come fino al 2005 i propri operatori girassero senza protezione armata per tutto il Paese. Avevano un campo per rifugiati nella provincia di Kandahar (oggi una delle più violente) che ospitava fino a 50mila persone. «Da quando le forze armate straniere da Kabul si sono distribuite nelle province, la sicurezza è nettamente diminuita - denuncia Sergi -. Potranno anche vincere contro i talebani, ma questo non comporterà necessariamente un aumento della sicurezza».

SOLDI PUBBLICI E ONG
Pur con cifre sempre più ridotte, l’Italia è il decimo Paese donatore in termini assoluti (cfr tabella a fianco) e tende a sborsare quello che promette: alla fine del 2009 risultava che i finanziamenti realmente erogati fossero quasi l’80% di quelli annunciati.
Nel 2010 le principali destinazioni dei fondi della cooperazione civile sono state: 6,4 milioni a sostegno di microfinanza e piccola impresa nelle province di Herat, Farah e Badghis; 3,5 milioni per emergenze nel settore sanitario della provincia di Herat; 3 milioni per il programma nelle campagne, sempre di zone occidentali e quasi 6 milioni per la sistemazione della strada tra Kabul e Bamiyan, parte del corridoio di attraversamento est-ovest del Paese (dal 2003 i finanziamenti si aggirano intorno ai 110 milioni di euro, ma fino all’estate scorsa l’80% della strada non era ancora asfaltato).
Sui risultati ci sono luci e ombre. L’Italia nel 2002 aveva preso l’impegno della ricostruzione del sistema giudiziario, settore complesso, come osserva Battiston, in cui finora i risultati sono scarsi o difficili da individuare. La popolazione ha ancora una percezione carica di sfiducia rispetto alla trasparenza e alla possibilità di affidarsi a giudici imparziali.
Nel campo delle Ong, sono cinque le organizzazioni italiane attive oggi in Afghanistan. Oltre a Intersos, presente dal 2001 e impegnata con i rifugiati, in formazione, costruzione di abitazioni e di reti idriche e fognarie, ci sono il Cesvi di Bergamo (ricostruzione di scuole e in attività di sviluppo per donne e giovani), la bolognese Gvc (formazione, diritti dell’infanzia e accesso all’acqua), Aispo, legata al San Raffaele di Milano (interventi sanitari). La più nota è certamente Emergency, presente dal 1999, prima della caduta dei talebani, che gestisce tre ospedali e numerosi posti di primo soccorso. Conta più di 2,8 milioni di malati e vittime di guerra assistiti.
Alcuni progetti delle Ong fanno riferimento per i fondi al ministero degli Esteri, altri alle agenzie internazionali, come Unicef o Acnur. Altri, invece, sono interamente autofinanziati. Quando esiste una «promiscuità» tra livello civile e militare, una politicizzazione degli aiuti, c’è chi desidera tenere i piani distinti e chiarire i ruoli. Rispetto a circa 4mila soldati, gli operatori italiani poche decine: secondo Sergi un segno molto positivo, perché vuol dire che i progetti sono portati avanti da personale locale.

AFFARI A HERAT
Le autorità della provincia di Herat sono ben consapevoli dell’importanza degli italiani nella ricostruzione. In questo quadro si inserisce lo scambio di visite, negli scorsi mesi, tra il ministro per lo Sviluppo economico, Paolo Romani, e il governatore della provincia, Daud Shah Saba. Oltre 16 milioni di euro programmati per le infrastrutture nei primi tre mesi del 2011 fanno da traino a investimenti delle nostre imprese. Il ministro ha firmato un protocollo di intesa che apre la strada alla collaborazione in vari settori, dall’energia alle miniere, dal miglioramento dei trasporti alla produzione alimentare. Quando il presidente della Repubblica tedesco, Horst Köhler, un anno fa parlò esplicitamente di impegno militare del suo Paese per proteggere anche i propri interessi economici, le sue affermazioni furono molto criticate e fu costretto  a dimettersi. «Sfumature» che non preoccupano troppo gli italiani: davanti al ministro e al governatore, il direttore della Cooperazione ha detto di poter mettere in campo strumenti per accompagnare progetti su cui lavora il ministero. Per ora il 95% dei fondi che arrivano nella regione è però appannaggio del contingente militare.
Nino Sergi considera comunque positiva la missione di Romani per stabilire collaborazioni: «Serve un passo indietro dei militari e due passi avanti della cooperazione civile, anche imprese, non solo Ong: l’enorme cifra che spendiamo deve trasformarsi man mano in cooperazione civile, altrimenti saremmo degli irresponsabili».
L’Afghanistan rurale resta lontano da quello urbano. Si fanno tentativi di portare la democrazia nelle zone lontane dalle città. La preoccupazione della società civile locale, come degli italiani impegnati, è di non creare un divario troppo ampio. Queste spaccature non hanno portato nulla di buono alla storia afghana.
Serve «portare nei centri minori il virus dello sviluppo - come lo definisce Marco Lombardi -, altrimenti quando ce ne andremo tutto rischia di tornare come prima. Non credo che tra qui e il 2014, anno previsto per il ritiro, il personale militare vada diminuito. Credo che potremo andarcene da un Afghanistan cambiato». Punti di vista diversi che non cancellano la preoccupazione per quando l’attenzione politica e finanziaria verrà meno, una volta che le truppe gradualmente si ritireranno. Ogni Paese presenterà il proprio «biglietto di uscita» (ticket out, che è sinonimo di exit strategy): all’inizio del ritiro Usa, previsto per il 1º luglio, ci sarà un picco dell’impegno finanziario, poi inizierà il disimpegno, pur con gli enormi problemi ancora irrisolti.

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli