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Al Sinodo la voce degli «altri»
18 ottobre 2010
Nella prima settimana di incontri, i padri sinodali si sono messi in ascolto anche di esponenti degli altri due monoteismi che compongono il mosaico religioso mediorientale, con tutte le ricchezze ma anche le enormi difficoltà che questa compresenza comporta.
Il 13 ottobre è intervenuto il rabbino David Rosen, consigliere del Gran Rabbinato di Israele e attivo nella difesa dei diritti umani (ha fondato tra l’altro un’associazione chiamata «Rabbis for human rights» e in più occasioni ha criticato le occupazioni israeliane). Il suo intervento è stato improntato al riconoscimento delle difficoltà che in questo momento vivono i cristiani (e non solo) in Terrasanta: «La difficile situazione dei palestinesi in generale, e dei cristiani palestinesi in particolare, dovrebbe preoccupare profondamente gli ebrei sia in Israele che nella Diaspora - ha detto Rosen -. Noi abbiamo una responsabilità particolare nei confronti del prossimo che soffre. E tale responsabilità è ancora più grande quando la sofferenza scaturisce da un conflitto cui partecipiamo e in cui, paradossalmente, abbiamo precisamente il dovere morale e religioso di proteggere e difendere noi stessi. Per me personalmente, in quanto israeliano di Gerusalemme, la penosa situazione in Terra Santa e la sofferenza di tante persone da entrambe le parti dello spartiacque politico è causa di grande dolore. (…) Sono consapevole delle stragi sulle strade delle nostre città, nel passato recente, e delle persistenti minacce che, nel presente, vengono da coloro che sono apertamente impegnati nella distruzione e nello sterminio di Israele. Tuttavia, dobbiamo sforzarci di fare tutto il possibile per alleviare la durezza delle condizioni, specialmente per coloro che appartengono alle comunità cristiane di Gerusalemme e dintorni».
Rosen ha poi riconosciuto il ruolo prezioso e irrinunciabile della comunità cristiana in Medio Oriente, che le stesse autorità dovrebbero preoccuparsi di difendere: «Il benessere delle comunità cristiane in Medio Oriente non è altro che una specie di barometro delle condizioni morali dei nostri Paesi. Il grado dei diritti civili e religiosi o delle libertà di cui godono i cristiani testimonia lo stato di salute o di malattia delle rispettive società mediorientali. Inoltre i cristiani svolgono un ruolo assai importante nella promozione del dialogo e la collaborazione interreligiosi nel Paese. Dunque, vorrei suggerire che proprio questa è la funzione dei cristiani, ovvero contribuire al superamento del pregiudizio e del malinteso che affliggono la Terra Santa».
Nel suo lungo intervento (leggi il testo integrale sul sito del Vaticano), Rosen ha anche riservato una critica ai settori della Chiesa cattolica «in ritardo» nel dialogo con gli ebrei: «Confesso di essere rimasto sorpreso di scoprire nel clero cattolico e talvolta anche nella gerarchia di alcuni Paesi non solo ignoranza nei confronti dell’ebraismo contemporaneo, ma spesso perfino della Nostra Aetate, il documento del Concilio che ne è scaturito, e di conseguenza degli importanti insegnamenti del magistero riguardo agli ebrei e all’ebraismo».
Due giorni dopo, il 15 ottobre, è stata la volta di due musulmani: l’ayatollah Seyed Mostafa Monaghegh Ahmadabadi, di Teheran, e Muhammad Al-Sammak, consigliere politico del muftì della Repubblica del Libano. Mentre il primo intervento ha mantenuto un carattere piuttosto formale, il messaggio dell’ospite libanese (leggi il testo integrale) ha colpito per alcune coraggiose aperture. Dopo avere riconosciuto la difficoltà della situazione dei cristiani in Medio Oriente («Se la situazione fosse stata positiva ci sarebbe stato bisogno di convocare questo Sinodo?», si è chiesto retoricamente), Al-Sammak ha sottolineato che «la nostra sofferenza in quanto orientali è una sola. Noi condividiamo le nostre sofferenze. Le viviamo nel nostro ritardo sociale e politico, nella nostra recessione economica e dello sviluppo, nella nostra tensione religiosa e confessionale. Tuttavia, prendere il cristiano come bersaglio a causa della sua religione, anche se si tratta di un fenomeno nuovo e contingente per le nostre società, può essere molto pericoloso». L’ospite musulmano ha poi denunciato due fatti gravissimi che stanno dietro le derive radicali islamiche: «Un tentativo di lacerare il tessuto delle nostre società nazionali, di demolirle e di sciogliere i legami del loro complesso tessuto costruito da molti secoli, in secondo luogo un tentativo di mostrare l’Islam sotto una luce diversa rispetto a quella reale, in contrapposizione con ciò che esso professa e in contraddizione con ciò su cui esso si basa essenzialmente, cioè la concezione delle differenze tra i popoli come uno dei segni di Dio nella creazione e come espressione viva della volontà di Dio».
Infine, Al-Sammak ha lanciato un appello sulla necessità della presenza cristiana in Medio Oriente speculare a quello del rabbino Rosen: «La presenza cristiana in Oriente, che opera e agisce con i musulmani, è una necessità sia cristiana che islamica. (…) Io posso vivere il mio Islam con qualunque altro musulmano di ogni stato e etnia, ma in quanto arabo orientale, non posso vivere la mia essenza di arabo senza il cristiano arabo orientale».
Parole chiare quelle dello studioso musulmano, pronunciate - come ha sottolineato lui stesso - non solo in questa occasione: «Queste cose che dico a voi – ha precisato Al-Sammak – le ho appena dette alla Mecca».
Stefano Femminis
© FCSF – Popoli