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Al via le Olimpiadi nel groviglio del Caucaso
3 febbraio 2014

Volgograd è molto lontana da Soci, la località russa sul mar Nero dove Putin sta per inaugurare le XXII Olimpiadi invernali che si svolgono dal 7 al 23 febbraio. Ma gli attentati terroristici della fine di dicembre che hanno sconvolto la ex Stalingrado (la città simbolo della resistenza russa) e hanno causato decine di vittime si collegano all’attività di gruppi militanti caucasici, ceceni o daghestani. Già in ottobre una giovane daghestana si era fatta esplodere su un autobus della stessa città. Gli attacchi dei guerriglieri caucasici sul territorio russo accorciano le distanze e portano le forze di sicurezza a concentrare tutta l’attenzione sui Giochi invernali geopoliticamente più esposti da quando furono istituiti novant’anni fa.

Il Grande Caucaso, la catena montuosa più alta d’Europa - sette cime superano i 5.000 metri, tra le coste del Mar Nero e del Mar Caspio -, rappresenta un mosaico etnico e linguistico unico, conquistato a fatica dagli zar nell’Ottocento e di nuovo frazionatosi con la fine dell’Urss nel 1991. La linea di spartiacque costituita dalle montagne ha diviso il versante nord, rimasto con Mosca, dai nuovi Stati indipendenti a sud (Georgia, Armenia e Azerbaigian). Il conflitto più lungo e sanguinoso nella Russia post-sovietica ha avuto come epicentro le valli e le città della Cecenia. Qui Mosca ha combattuto due guerre con tutte le armi, anche illecite, a disposizione, per fermare le spinte indipendentiste. La prima durante la presidenza di Eltsin (1994-1996) e la seconda con Putin (1999-2000). La lunga normalizzazione cecena è proseguita fino al 2009 con mano pesante, come denunciò più volte la giornalista Anna Politkovskaja, scomoda testimone assassinata a Mosca nel 2006.

Lungo il versante settentrionale del Caucaso, una collana di repubbliche russe, ma dotate di autonomia, inerpica sulle montagne: l’Adighezia, abitata da adighi e russi; la Karacievo-Circassia, dove convivono i carachi turcofoni con i circassi linguisticamente caucasici; la Cabardino-Balcaria, che vede fianco a fianco i balcari turcofoni e i cabardini caucasici; l’Ossezia del Nord, dove gli osseti parlano una lingua iranica (indoeuropea); l’Inguscezia e la Cecenia, abitate da caucasici nakh, epicentro dell’indipendentismo; infine, a est, il Daghestan, il cui nome turco significa solo «Stato delle montagne» perché la sua complessità etnica non può essere riassunta nel nome di un popolo.

La varietà religiosa approfondisce la complessità: diverse popolazioni del versante nord sono musulmane sunnite, delle scuole hanafi e shafiita. Sciiti sono in maggioranza gli abitanti dell’Azerbaigian. Il cristianesimo a sua volta è rappresentato dalle Chiese ortodossa georgiana e apostolica armena, oltre che dall’ortodossia russa. Un’importante presenza ebraica sulle montagne azere si è ridotta negli ultimi vent’anni con le migrazioni verso Israele. Infine, i calmucchi in riva al Caspio sono di tradizione buddhista. Ma se Mosca tende a collegare il terrorismo dell’area a una matrice islamico-sunnita, bisogna riconoscere che i conflitti del Caucaso sono soprattutto etnopolitici e territoriali.

Lo scenario linguistico è a macchia di leopardo: secondo l’Atlas géopolitique du Caucase (Parigi 2009), oltre a russo, armeno, georgiano e azero (lingue ufficiali dei quattro Stati della regione), si contano 26 lingue del gruppo caucasico nordorientale, 6 del gruppo nordoccidentale, 3 del gruppo nakh (ceceno) e altre due 2 caucasiche meridionali. Si parlano, poi, 7 diverse lingue del ceppo turco e 6 indoeuropee. Il leopardo, mascotte dei Giochi olimpici, sembra il simbolo più appropriato della geografia locale.


IL VICINO ABCASO
A una trentina di chilometri da Soci, lungo il fiume Psou, passa un confine che ufficialmente separa Russia e Georgia, ma che nei fatti nessuno considera tale: oltre il ponte, infatti, si estende l’Abcasia, un territorio grande come l’Umbria e poco abitato, che dalle coste del Mar Nero si inerpica sulle pendici caucasiche. L’Abcasia sogna una indipendenza impossibile, perché la comunità internazionale la considera parte della Georgia e la Russia la controlla come una provincia. Sulla sua autonomia de facto grava la memoria storica delle pulizie etniche di vent’anni fa. Insofferenti al nazionalismo della Georgia diventata indipendente nel 1991, gli abcasi (come l’altra minoranza, gli osseti del Sud) arrivarono allo scontro armato con Tbilisi, appoggiati indirettamente da Mosca.

Gli abcasi, che parlano una lingua caucasica propria (così complessa da avere adattato a sé 55 lettere dell’alfabeto cirillico, mentre il georgiano ha un suo alfabeto originale), negli anni Trenta erano stati costretti da Stalin a unirsi alla Georgia. La guerra separatista terminata nel 1993 ebbe come esito la pulizia etnica: i georgiani residenti in Abcasia furono in gran parte cacciati o uccisi e la popolazione si dimezzò. Di circa mezzo milione di abitanti presenti vent’anni fa in Abcasia, la metà ha lasciato questa costa, luogo di villeggiatura e cure termali in epoca sovietica, che oggi è costellata di centri abbandonati. A fatica l’Onu è riuscita a far rientrare alcune migliaia di sfollati, perlopiù mingreli, un sottogruppo georgiano che vive con difficoltà un reinserimento «mimetizzato».

Nell’estate del 2008 è riesplosa la guerra, ma il tentativo di Tbilisi di riconquistare l’Abcasia è fallito, così come quello di riportare sotto controllo l’altra regione ribelle, l’Ossezia del Sud, che insieme all’Ossezia del Nord (russa) controlla il principale valico del Caucaso centrale. Nella guerra del 2008 la Georgia ha avuto dall’Occidente sostegno diplomatico, ma è stata sconfitta sul piano militare: Mosca ha riconosciuto l’indipendenza delle due piccole repubbliche separatiste che da essa dipendono in tutto. Di fatto le ha annesse.

Nonostante gli investimenti record riversati su Soci, è improbabile che le Olimpiadi organizzate dal potente vicino abbiano ricadute economiche utili agli abcasi: la Russia ha annunciato che chiuderà il passaggio sul fiume Psou, impedendo anche a qualche turista coraggioso di visitare le bellezze naturali della regione. «Da quando si è aggiudicata le Olimpiadi nel 2007, la Russia si dà da fare per evitare che i Giochi vengano permeati dagli effetti dell’instabilità regionale - osserva Marilisa Lorusso, esperta di questioni caucasiche e autrice di Georgia vent’anni dopo l’Urss (Aracne 2011) -. Con il governo di Tbilisi si cerca una distensione, anche se l’irrigidimento delle frontiere di Abcasia e Sud Ossezia crea nuove tensioni. Mosca ha promosso una ripresa del dialogo tra azeri e armeni. Sono tutti elementi che vanno ascritti al tentativo russo di non permettere che questo gigantesco investimento di soldi e immagine si trasformi in un boomerang».

Ma se da un lato si cercano normalizzazioni, «congelamenti» di tensioni attraverso attori statali, con cui si può negoziare una tregua, dall’altra, soprattutto nel Caucaso nel nord, operano attori non statali che rappresentano la maggiore incognita. «Per quelli la Russia ha già avviato una campagna di controllo e repressione - continua Lorusso -, ma Soci offrirà visibilità per un eventuale attentato e fino all’ultimo giorno non si abbasserà la guardia».


GIRO DI VITE CONTRO I RIBELLI
Il fenomeno ovviamente non si esaurisce con Soci: il rischio di una spirale della violenza è dietro l’angolo anche nel Caucaso meridionale, soprattutto nel Karabakh, potenziale focolaio di guerra tra armeni e azeri. E nel Caucaso del Nord, le questioni intorno a sovranità, controllo del territorio e monopolio dell’uso della forza restano perennemente aperte.

Doku Umarov, leader dei ribelli ceceni e uomo tra i più ricercati della Russia, ha incitato in un video dello scorso luglio a mettere a repentaglio la sicurezza dei Giochi. Autoproclamatosi «emiro» del Caucaso settentrionale, è stato ministro durante l’indipendenza de facto della Cecenia tra il 1996 e il 1999. È accusato di essere coinvolto nell’attacco alla scuola di Beslan, in Ossezia del Nord (2004), nel quale morirono 385 persone. Inoltre, per reprimere focolai di rivolta presenti anche in Daghestan, Inguscezia e Cabardino-Balcaria, le forze di sicurezza russe sono intervenute più volte, decapitando i vertici dei gruppi ribelli. I colpi inferti ai guerriglieri hanno ridotto le insurrezioni e portato a un ripiegamento su tattiche difensive. La miriade di gruppi armati non formano un movimento organizzato in grado di costituire un vero Stato indipendente e diversi combattenti caucasici hanno preso la via della Siria, in appoggio agli estremisti sunniti che combattono Assad, alleato di Mosca.

La vicenda dell’indipendenza abcasa è altrettanto irrealistica, se si pensa che il riconoscimento di Abcasia e Ossezia del Sud come Stati è arrivato, oltre che da Mosca, da pochi Paesi latinoamericani o microstati del Pacifico, in cambio di favori economici russi (anche San Marino ne è stato tentato). E sostenendo l’integrità territoriale della Georgia, l’Occidente spinge inevitabilmente le due piccole repubbliche verso l’abbraccio con la Russia.

Non è dato sapere se Putin abbia fortemente voluto queste Olimpiadi invernali per rilanciare l’immagine e il prestigio internazionale dell’ex potenza russa o per rimarcare i valori di pace e fratellanza tra i popoli che la retorica olimpica porta con sé. Ma certo lo spirito ellenico della tregua olimpica non sembra aleggiare sulle nevi caucasiche.

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli