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Albania: l’ambiguità della «porta aperta»
29 novembre 2010
Al termine di una partita diplomatica giocata per due anni fra Tirana e Bruxelles nel silenzio mediatico più assoluto, l’Albania ha finalmente ottenuto la tanto sospirata liberalizzazione dei visti. Dopo quarantacinque anni di comunismo blindato e vent’anni di esodi clandestini e di visti consolari, dal 15 dicembre i cittadini albanesi avranno il diritto di circolare liberamente nello spazio Schengen per un periodo di 90 giorni ogni sei mesi.

Si tratta di un evento cruciale nella storia albanese, sognato fin dal 1945. Con la caduta del comunismo, il Paese sperava in una libertà di emigrazione che, invece, si è rivelata assai ardua da conseguire. Gli esodi del 1991 e del 1997 hanno portato circa un milione di albanesi a stabilirsi all’estero, ma la «completa libertà» che agognavano è rimasta condizionata da clandestinità, permessi di soggiorno e umilianti code nei consolati per ottenere un visto.
Ora, nella liberalizzazione appena ottenuta, i circa due milioni di albanesi ancora in patria vedono una libertà totale che stanno festeggiando con grandi manifestazioni di piazza, concerti e striscioni che inneggiano alla «conquista» dell’Ue. L'entusiasmo è incontenibile, mentre i sondaggi rivelano che la gente comune non distingue la liberalizzazione dei visti turistici dall’adesione all'Unione europea, che viene semplicemente identificata con la libera circolazione personale.
Negli ultimi anni, l’eliminazione dei visti è stata incautamente sbandierata dai politici locali come strumento propagandistico ed elettorale. In tal modo, si sono create nella gente aspettative esagerate, circondate da un’incredibile confusione riguardo ai diritti e ai doveri implicati dalla liberalizzazione.

Le istituzioni di Bruxelles accusano il governo di Tirana di non aver informato l’opinione pubblica sul reale significato dell’avvicinamento all’Europa, mentre le autorità albanesi stanno finalmente conducendo una campagna mediatica sui limiti temporali e sulla connotazione prettamente turistica della permanenza all’estero.
Gli albanesi pessimisti temono che la risoluzione di Bruxelles provochi quella che definiscono una «terza ondata» migratoria (dopo le due degli anni Novanta), che potrebbe riversare all’estero circa 300mila persone. Le sacche di povertà nelle aree rurali e nelle periferie delle grandi città albanesi giustificano il desiderio di tentare la fortuna altrove. L’opposizione albanese accusa il governo di non aver fatto nulla per rimediare alla miseria che affligge parte della società, ma nel frattempo il problema rischia di scaricarsi sui Paesi dell’area Schengen, Italia in testa. Non per nulla il primo ministro albanese, Sali Berisha, ha definito la liberalizzazione dei visti come una «trasfusione di sangue per la nostra economia».
I sondaggi denotano che il 64% degli albanesi crede di poter trovare migliori opportunità di vita fuori dal proprio Paese, mentre il 38% dichiara che vorrebbe vivere all’estero. Considerando che quasi un terzo degli albanesi ha parenti residenti nell’area Schengen, ecco spiegata la titubanza dell’Ue nel concedere la liberalizzazione dei visti all’Albania: si teme che migliaia di persone possano trasferirsi presso i familiari e tentino di trovare lavoro.
Grande artefice del fatidico evento albanese è stato il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che sin dal 2008 ha condotto una crociata diplomatica in favore della libera circolazione europea del popolo albanese. Il suo ex omologo di Tirana, Ilir Meta, ha infatti dichiarato che «il nome di Frattini è intimamente legato alla liberalizzazione dei visti per i cittadini albanesi. Ringraziamo Frattini di questa svolta cruciale». Gli albanesi sono consci della strenua azione condotta dal nostro ministro in loro favore, mentre in Italia la questione è rimasta avvolta da un misterioso silenzio stampa.
Con 466.684 presenze regolari (cfr Dossier Caritas 2010), gli albanesi rappresentano la seconda etnia straniera presente in Italia. Le donne costituiscono il 45% della comunità, mentre nelle scuole italiane uno studente su cento è albanese. Da due anni, gli albanesi percepiscono che i media italiani li ritengono «ben integrati». Si è notata la scomparsa delle notizie relative alla criminalità albanese in Italia, che al contrario occupano ampio spazio nei media di Tirana. Inoltre, le dichiarazioni di alti esponenti dell’Ue e di molti politici italiani inducono a pensare che l’Europa abbia davvero le «porte aperte» perché necessita disperatamente di un maggior numero di stranieri. Si ritiene dunque che, se una «terza ondata» ci sarà, i media italiani non ne faranno menzione. Se il rischio sia concreto o meno - sempre che di «rischio» si tratti, poiché nell’ultimo anno 305mila stranieri si sono stabiliti in Italia e il Paese non è certamente esploso -, si saprà a partire dal 15 dicembre.
Francesca Niccolai

© FCSF – Popoli