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Analisi di un fallimento: i gesuiti bocciano la politica migratoria Usa
11 aprile 2013

I gesuiti statunitensi, in collaborazione con il Jesuit refugee service e l’associazione Kino Border Initiative (Kbi), hanno pubblicato lo scorso 12 febbraio un rapporto che denuncia la situazione critica dei migranti latinoamericani respinti alla frontiera tra Usa e Messico e il fallimento della politica migratoria a stelle e strisce: Documented Failures: the Consequences of Immigration Policy on the U.S.-Mexico Border (Un fallimento documentato. Le conseguenze della politica anti-immigrazione lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti). Ecco una sintesi dei punti più controversi.

1) La separazione dei migranti dai familiari operata dalla polizia di frontiera statunitense. Il fenomeno è particolarmente grave per le donne che, nel 30% dei casi secondo il governo messicano, vengono separate dai propri accompagnatori e rispedite in centri di accoglienza in Messico dove rischiano di subire abusi.

2) Il dramma dei figli di immigrati nati negli Usa, che sono pertanto cittadini americani ma che devono subire spesso la deportazione del padre o della madre (o entrambi), privi invece di cittadinanza. Attualmente i bambini statunitensi che hanno almeno un genitore «clandestino» sono quasi 5 milioni.

3) La paura, spesso fondata, da parte dei migranti di subire violenze o ritorsioni nel caso di un rimpatrio nel Paese di origine; ed è proprio il desiderio di sfuggire a situazioni incandescenti che sta alla base di alcuni tentativi di emigrazione. Va notato infatti che in Messico e in altri Stati latinoamericani dilagano le faide dei narcos e i tassi di omicidi sono elevatissimi (oltre che in Messico, anche in Honduras, El Salvador e Guatemala).

4)  L’abuso del ricorso alla forza da parte della polizia di frontiera americana nei confronti dei migranti. Si tratta di un fenomeno tutt’altro che marginale secondo il rapporto: un sondaggio della Kbi rivela che il 25% degli immigrati lamenta violenze di vario tipo, per lo più fisico (5,6%) o verbale (13,4%, tra le donne il 17,6%), ma si registrano anche alcuni casi di furto (3%). La polizia di frontiera, inoltre, tende a negare con facilità ai messicani il diritto di contattare il propria ambasciata negli Usa (il 18% dei clandestini si è trovato in queste condizioni; va detto che ben il 20% ignorava tale possibilità).

5) L’abuso del ricorso alla forza da parte della polizia di frontiera messicana nei confronti dei migranti rispediti nei centri di permanenza temporanea del Messico. Circa il 14% dei clandestini ha denunciato al Kbi casi di maltrattamenti, in particolar modo i cittadini di stati del Centroamerica non messicani, che presentano un tasso di violenze subite da tre a cinque volte superiore rispetto ai cittadini messicani.

I curatori del rapporto avanzano poi una serie di proposte concrete per risolvere la difficile situazione:
1) Limitare le separazioni durante le procedure di rimpatrio, in primo luogo imponendo alle autorità di frontiera l’obbligo di accertare gli eventuali legami di parentela tra gli immigrati che si muovono in gruppo, con riguardo particolare per le donne e i bambini. Viene richiesta una certa attenzione anche a parenti meno prossimi, come zii e cugini, che non dovrebbero essere separati da persone non strettamente legate alla propria famiglia, se queste sono donne o minorenni. Si chiede inoltre di sospendere i processi penali a carico degli stranieri sorpresi nel tentativo di entrare illegalmente negli Usa, anche perché simili provvedimenti non fanno che aggravare le situazioni di separazione forzata.

2) Riunire le famiglie con cittadinanza «mista» e ridurre al minimo i casi di separazioni dal genitore non statunitense: nel caso in cui tali misure fossero inevitabili, il rapporto domanda che chi si prende carico dei bambini (siano altri parenti o amici di famiglia) ottenga lo status ufficiale di tutore legale; viene anche richiesto al governo americano di stabilire presso gli uffici delle frontiere un certo numero di difensori civici, per garantire il pieno rispetto della legalità nelle procedure riguardanti gli immigrati.

3) Proteggere gli immigrati dalle violenze dilaganti nel proprio Paese di origine favorendo il diritto di asilo per coloro che manifestano forti preoccupazioni di subire violenze in patria, o quantomeno fare in modo che i rimpatri avvengano in località sicure per l’immigrato. Si propone anche di incrementare la collaborazione tra Messico e Usa per assicurare giustizia alle vittime di violenza a opera di sfruttatori o narcotrafficanti.

4) Limitare il ricorso alla forza da parte della polizia statunitense promuovendo una maggiore accuratezza nella selezione del personale di sorveglianza e assicurando contestualmente agli immigrati il diritto di sporgere eventuali denunce senza timore di ritorsioni; si deve inoltre procedere a informare gli stranieri detenuti per immigrazione clandestina in maniera completa e precisa dei loro diritti, specie in materia di ricorso al consolato del proprio Paese negli Usa. Si suggerisce inoltre di istituire una «detention hotline», linea verde telefonica apposita per i migranti detenuti.

5) Limitare il ricorso alla forza da parte della polizia messicana, anche attraverso una più esatta applicazione delle leggi messicane e la limitazione delle misure detentive per i migranti espulsi dagli Usa; si rivolge infine un appello alla Commissione messicana per i diritti umani affinché pubblichi relazioni dettagliate sui casi di abusi e coordini in modo efficace le eventuali  azioni disciplinari.

Qui il rapporto integrale, in lingua inglese.

Gabriel Louisetti
© FCSF – Popoli