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Aung San Suu Kyi sul grande schermo. Ma la Birmania cambia?
24 ottobre 2011

Oxford, 1988. È il momento iniziale di The lady, il film del regista francese Luc Besson presentato il 27 ottobre al Festival del cinema di Roma. Aung San Suu Kyi (interpretata da Michelle Yeoh, nella foto) vive in Gran Bretagna con il marito, Michael Aris (l’attore David Thewlis) e i due figli. Una telefonata cambia la sua vita: la madre è gravemente malata e ha bisogno di lei. Il ritorno avviene nell’anno in cui il generale Saw Maung prende il potere a Yangoon e instaura il regime militare. Comincia così la lunga battaglia di Suu Kyi per i diritti del suo popolo, che le costeranno l’allontanamento dagli affetti familiari e molti anni di arresti domiciliari.
A vent’anni dall’assegnazione del Premio Nobel per la pace alla leader dell'opposizione, cosa è cambiato in Birmania? Lo abbiamo chiesto a Cecilia Brighi, esponente della Cisl attiva nell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che da anni si occupa delle condizioni del lavoro e dei diritti umani nel Paese asiatico, cui ha dedicato un libro, Il Pavone e i generali (Dalai 2006).

Oggi quanto è popolare Aung San Suu Kyi in Birmania?
È il punto di riferimento morale e politico di tutti i Birmani, anche se le è stato impossibile candidarsi alle ultime elezioni. Secondo le regole vigenti nel paese, i partiti che vogliono registrarsi alle elezioni devono giurare fedeltà ad una costituzione anti democratica ed eliminare dai propri candidati tutti i condannati politici. Queste norme, di fatto, soffocano l’espressione dell’opposizione nel Paese.

Recentemente la popolazione si è ribellata alla costruzione di alcune dighe che porterebbero alla distruzione di vaste zone. Le autorità hanno interrotto i lavori dell’enorme impianto di Myitsone. Contemporaneamente il governo ha liberato 120 detenuti politici e promesso l’amnistia a oltre 6mila. Questi fatti possono essere interpretati come un segno di debolezza del regime?
Più che per debolezza, il governo deve aprirsi ai diritti civili se vuole che le Nazioni unite riducano le sanzioni a cui è soggetto. Nonostante ciò, l’apertura è solo parziale, e difficilmente il governo decide di dare maggiori diritti ai cittadini. È stata recentemente varata una legge sulla libertà dell’organizzazione sindacale, ma è ambigua e presenta molti punti oscuri. Il sindacato in Birmania, deve essere autorizzato e viene controllato direttamente dal governo, cosa che, di fatto, limita il pluralismo sindacale. Non esiste una vera e propria contrattazione collettiva, ma solo una consultazione in negoziati individuali. Il diritto di sciopero è fortemente limitato. Per questi motivi non si può parlare di una svolta, ma solo di un piccolo cambiamento. Ricordiamoci che un altro grande problema della Birmania restano il ricorso ai lavori forzati.
Noi dell’Ilo chiediamo che ci sia una revisione dei conti pubblici in modo che le risorse del Paese vengano utilizzate per infrastrutture utili alla popolazione e non in armamenti.

C’è una sufficiente pressione internazionale sulla giunta birmana?
No, la comunità internazionale è pervasa da forti contraddizioni: Paesi come l’Italia e la Germania vorrebbero poter investire in Myanmar per non lasciare l’egemonia economica alla Cina e considerano adeguate le misure prese dal governo, anche se non lo sono. L’amministrazione Obama, d’altra parte, sostiene che debbano permanere le sanzioni fino a che non ci sarà una vera svolta nei diritti civili. Per fare questo occorre mantenere i riflettori puntati sull’operato del governo birmano: le parole chiave per il cambiamento sono «dialogo» tra società civile e istituzioni e «sanzioni» per le politiche discriminatorie e che violano i diritti umani.

Stefano Ciardi

© FCSF – Popoli