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Bangkok non è un porto sicuro
24 febbraio 2011
«La vita in Pakistan è diventata un inferno, centinaia di ahmadi sono stati uccisi per la loro fede», spiega Iftikhar Ayaz, che è un membro della comunità e console a Londra per il piccolo arcipelago di Tuvalu, nel Pacifico. Il console si è recato a Bangkok, dove lo scorso 14 dicembre la polizia thailandese ha effettuato una serie di retate nelle case di rifugiati ahmadi. I pakistani, compresi donne e bambini, sono stati portati nel centro di detenzione per immigrati della capitale, in attesa di processo per avere violato le leggi sull’immigrazione: in Thailandia è considerato irregolare qualsiasi straniero privo di visto, anche quando l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur) riconosce lo status di richiedente asilo.

Gli ahmadi sono una minoranza religiosa islamica del Pakistan, considerati eretici e non musulmani dagli ortodossi. Lo Stato li ha dichiarati ufficialmente estranei all’islam perché non credono che Mohammed sia stato l’ultimo profeta mandato da Dio a guidare l’umanità. Questo li espone sempre più agli attacchi degli integralisti e molti cercano protezione all’estero.  
Negli ultimi tre anni oltre 450 ahmadi sono arrivati a Bangkok. Ma, dopo le retate, molti hanno preferito tornare in patria e oltre cinquanta restano in attesa di giudizio. «Chi è tornato in Pakistan - spiega un membro della comunità -, preferisce correre questo rischio piuttosto che rimanere nel centro di detenzione, date le condizioni di vita da lager. È dura per noi vivere a Bangkok, per fortuna la nostra comunità è salda e affrontiamo insieme le difficoltà», aggiunge. Chi resta a Bangkok spera, grazie all’Acnur, di potere essere accolto in un Paese terzo. 

Simile è la situazione dei rifugiati dello Sri Lanka, dove la guerra civile durata 26 anni è terminata nel 2009 con il suo strascico di sofferenze, soprattutto per la minoranza tamil.  
Nathan è fuggito dal Paese con la famiglia, dopo essere stato rapito a scopo di riscatto da un gruppo di guerriglieri filogovernativi. Quando è arrivato a Bangkok è ricominciata una dura lotta per sopravvivere in un Paese che si rifiuta di riconoscergli lo status di rifugiato. Nathan e i famigliari possono essere arrestati in ogni momento, anche se l’Acnur dichiara che sono richiedenti asilo. La storia di Nathan è stata raccolta dal Jrs, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che a Bangkok aiuta i rifugiati urbani. Questi, per sopravvivere, dipendono completamente dall’aiuto delle Ong. Nathan ha chiesto di essere trasferito negli Usa, ma la domanda è stata respinta, secondo lui perché molti Paesi temono di accogliere ex membri del gruppo terrorista delle Tigri tamil. «Possiamo vivere ovunque, tranne che in Sri Lanka - aggiunge Nathan -. Anche in Thailandia, se almeno ci riconoscessero come rifugiati e ci permettessero di lavorare».

© FCSF – Popoli