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Bielorussia, occhi puntati sulle elezioni
17 settembre 2012
Non c’è da aspettarsi grandi novità dalle elezioni parlamentari di domenica prossima in Bielorussia. Eppure l’attenzione dei media internazionali per l’avvenimento rappresenta un’importante occasione di visibilità per chi si oppone al regime di Aleksander Lukashenko. Le aspettative che le opposizioni ripongono nella consultazione sono magre sia perché il partito del presidente già detiene 103 seggi su 110 e nulla lascia presagire cambiamenti, sia per il ruolo puramente di facciata in cui è stato relegato il parlamento dall’uomo forte di Minsk. «La parola d’ordine è infatti boicottare - dice a Popoli.info Anastasiya Matchanka, direttrice dell’Osservatorio sulle elezioni di Belaruswatch, una Ong bielorussa in esilio a Vilnius, in Lituania. - I partiti d’opposizione stanno cercando di fare una campagna per dire agli elettori di non andare a votare, ma c’è un sacco di gente che non sa nemmeno che ci saranno le elezioni e si ritroverà direttamente al seggio con la scheda in mano». Succede, perché le scuole, le fabbriche, i kol’khoz organizzano bus gratuiti per accompagnare gli elettori alle urne. «L’opposizione non ha le risorse per fare una campagna capillare, così alcuni partiti hanno deciso di ritirare i propri candidati, come hanno fatto il Fronte popolare e il Partito civile unito. L’obiettivo è cercare di invalidare le elezioni».

La Bielorussia è comunemente indicata come l’ultima dittatura in Europa. È un’etichetta che stigmatizza efficacemente il precario rispetto delle libertà politiche e dei diritti umani. Ma che nasconde dietro la sua laconicità una situazione in mutamento. Verso il peggio, sembrerebbe. «Esistono partiti di opposizione - continua Matchanka -, ma non hanno alcuna possibilità di prendere parte alla vita politica, sono marginalizzati e sotto continua pressione da parte del Kgb».

Lukashenko, il padre della patria, guida il Paese ininterrottamente da 18 anni a colpi di riforme costituzionali che hanno dapprima esteso il mandato presidenziale da cinque a sette anni e poi rimosso ogni limite al numero di mandati consecutivi. Potrà così governare la Bielorussia a vita.

Quello che è l’incubo peggiore dell’opposizione è al momento anche lo scenario più probabile. La sua politica, un misto di populismo e nazionalismo panrusso, non potrebbe da sola giustificare l’amplissimo consenso che emerge dalle urne (l’82,6% alle ultime presidenziali del 2006) senza chiamare in causa il sospetto di brogli.

L’avvicinarsi della tornata elettorale non sembra preoccupare più di tanto il presidente, che ha anche invitato gli osservatori dell’Osce - guidati dall’italiano Matteo Mecacci, parlamentare dei Radicali italiani - a vigilare sulle operazioni. «La decisione di consentire l’ingresso degli osservatori Osce è una mossa di facciata - continua Matchanka -. Se Lukashenko non avesse acconsentito sarebbe stato come dire all’Europa che c’era qualcosa che non andava in Bielorussia. E poi l’occasione è buona: le elezioni politiche non sono così movimentate e offrono meno rischi. Una legittimazione internazionale gli farebbe comodo. Naturalmente se gli osservatori riporteranno dati negativi il risultato sarà ben diverso».

Eppure la morsa sulla libertà di stampa si è stretta ulteriormente nelle ultime settimane, con una serie di arresti e intimidazioni a blogger e giornalisti. In particolare il web, che fino a ieri non era stato nelle mire del Kgb e rappresentava una finestra sull’azione degli attivisti politici in Bielorussia, ha subito duri colpi da parte degli organi di censura e dei servizi segreti. Dall’inizio dell’estate sono stati arrestati Paval Yeutsikhiyeu e Andrey Tkachou, amministratori del gruppo «Siamo stufi di Lukashenko» (37mila membri sul social network Vkontakte), Raman Pratasevich, un attivista di soli 16 anni, e Anton Surapin, colpevole di aver postato una foto sgradita su internet: raffigurava un orsacchiotto di peluche che inneggiava alla libertà di parola.

«L’azione dimostrativa di Tomas Mazetti è stata un'ottima occasione per mostrare come si può parlare dei diritti civili in modo creativo», aggiunge Matchanka riferendosi all’attivista svedese che col suo ultraleggero il 4 luglio scorso ha sorvolato illegalmente la Bielorussia gettando su Minsk 800 orsetti di peluche. «E quegli arresti non hanno senso, dimostrano solo che il regime può avere paura persino di un orsacchiotto».

Intanto l’Europa si limita a guardare. Se non è più il tempo in cui un presidente del consiglio vola a complimentarsi con Lukashenko per i risultati elettorali, non si può certo dire che la diplomazia europea si stia impegnano per favorire il percorso della Bielorussia verso la democrazia. L’occasione delle prossime elezioni è, in un certo senso, già un’occasione sprecata.
Danilo Elia

© FCSF – Popoli
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