Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Birmania: il pogrom dimenticato dei rohingya
28 agosto 2012

Alla metà di agosto il governo del presidente riformatore Thein Sein, oltre ad annunciare una svolta rispetto alla censura sui media imposta per decenni in Birmania, ha istituito una commissione di inchiesta sulle violenze scoppiate in giugno nello Stato occidentale di Rakhine tra la maggioranza rakhine (buddhista) e la minoranza rohingya (musulmana, circa un quarto della popolazione). Gli scontri interetnici, in cui sono morte ufficialmente 87 persone, sono esplosi dopo lo stupro di una giovane buddhista da parte di tre uomini della minoranza musulmana. Il delitto ha scatenato tensioni che covano da tempo. Numerosi villaggi sono stati dati alle fiamme, omicidi e incendi di abitazioni hanno colpito sia buddhisti sia musulmani.

Secondo l’Acnur, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, circa 80mila persone sono sfollate nella zona costiera più occidentale della Birmania, al confine con il Bangladesh. L’Onu ha accolto con soddisfazione la decisione del governo.La commissione è costituita da 27 membri, tra cui sei musulmani, due cristiani, nonché alcuni leader dell’opposizione democratica ex prigionieri politici. Tuttavia non ci sono rohingya e un’alleanza internazionale di associazioni rohingya ha espresso perciò forti dubbi sul futuro operato della commissione.

Questa minoranza si trova da anni in condizioni drammatiche. Prevalentemente musulmani perché anticamente originari  di zone del Bengala (oggi parte del Bangladesh), i rohingya legalmente sono senza patria. Si considerano da generazioni abitanti dello Stato birmano del Rakhine, ma sono giuridicamente apolidi per una legge birmana del 1982 che li priva della cittadinanza. Il regime militare per decenni li ha trattati come «intrusi» provenienti dal Bangladesh, mentre la legge considera cittadini solo le popolazioni già presenti nello Stato all’inizio dell’Ottocento, prima della dominazione britannica.

I rohingya hanno perso ogni legame storico con il Bengala. Spesso negli anni Novanta il regime birmano ha favorito le ondate di violenza anti rohingya, spingendone un gran numero, si dice 250mila, oltre confine, dove vivono in condizioni critiche come immigrati illegali. Dal 1992 il governo di Dhaka impedisce all’Acnur di registrarli come rifugiati. Dopo i pogrom di giugno, il loro numero è aumentato, ma molti che hanno cercato riparo in Bangladesh via mare sono stati rimandati indietro dalle guardie costiere, come altre migliaia negli ultimi anni respinti anche dalla Malaysia e dalla Thailandia.

Il Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) da tempo cerca di soccorrere i rifugiati rohingya. La storia di Mohammad è quella di un giovane che ha affrontato una lunga fuga ed è riuscito a chiedere asilo in Cambogia. «Le autorità spesso mi fermavano sulla strada verso scuola - ha raccontato al Jrs in Cambogia - e mi costringevano ad andare a lavorare nei campi militari, mi facevano cucinare, pulire o trasportare materiali pesanti. Mi punivano se non lavoravo bene. Spesso le nostre madrase venivano chiuse. Diverse volte sia io che mio padre e mio fratello siamo stati arrestati e picchiati».

I lavori forzati imposti alle minoranze sono stati per anni una pratica diffusa nelle regioni frontaliere della Birmania. Quando a Mohammad si è presentata all’improvviso l’occasione di scappare per mare verso la Thailandia, non ha avuto tempo di avvertire la famiglia. Con una trentina di altri ha affrontato 18 giorni in mare e attraversato nella foresta il confine, ma è stato subito catturato dalle guardie thailandesi e rinchiuso per sei mesi in un campo di detenzione presso Mae Sot. La paura di essere rimandato in Birmania ed essere ucciso come suo padre lo ha spinto a fuggire e con i pochi soldi rimasti ha raggiunto la Cambogia.

Se la commissione d’inchiesta vorrà andare a fondo, anche i lavori forzati, la confisca delle terre, le limitazioni alla libertà di movimento e di espressione religiosa che subiscono i rohingya da anni dovranno essere messi in discussione. E soprattutto la questione della cittadinanza, con tutti i diritti che ne conseguono.

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli