Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Calchi Novati: disagio profondo
13 gennaio 2011
«Il regime tunisino, come altri nel Nord Africa, ha sancito un’intesa tacita con il suo popolo: poca libertà, poca democrazia, poco sviluppo, in cambio di prezzi politici dei beni di prima necessità per soddisfare i bisogni basilari della popolazione. L’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità è stata l’occasione che ha fatto da detonatore alla rivolta, ma la protesta ha ragioni più profonde, in parte strutturali (come il mancato sviluppo e la disoccupazione), in parte congiunturali (come la limitazione dello sbocco dell’immigrazione che è variamente contrastata da tutti i Paesi europei riducendo questa valvola di sfogo)». L’analisi di Gian Paolo Calchi Novati, professore di Storia e istituzioni dei Paesi afro-asiatici presso l’università di Pavia, non si ferma alle notizie di cronaca, ma cerca di scrutare le ragioni profonde del malessere che sta esplodendo in Tunisia. «Certo - continua il professore -, alla lunga andrà verificato come e in che termini questa classe di disoccupati giovani riuscirà a rompere le incrostazioni del regime. Ciò avverrà o perché emerge qualcuno nella classe politica in grado di modificare l’attuale situazione oppure perché si scuotono i ceti medi. Alla fine sono i ceti medi che possono essere gli attori di un cambiamento profondo della realtà tunisina. La popolazione più povera, infatti, può fornire la massa critica per un cambiamento radicale, ma chi conta veramente sono i militari, la polizia, i commercianti del suk, gli insegnanti, i liberi professionisti, ecc. Solo loro possono operare un cambiamento profondo dei rapporti sociali e politici».

Quale ruolo gioca il fondamentalismo islamico?
Difficile dirlo. In altre occasioni ci sono state interferenze da parte di gruppi integralisti, come nel famoso e spesso citato moto del 1988 in Algeria. Quest’ultimo non fu organizzato dai gruppi fondamentalisti, ma da questi è stato sfruttato. C’è da dire che in Algeria i movimenti fondamentalisti erano già in qualche modo organizzati e avevano proprie strutture. In Tunisia, invece, gli integralisti non sono per nulla organizzati. Ciò è un po’ paradossale perché il presidente Zine El-Abidine Ben Ali è arrivato al potere per impedire a Abib Bourghiba di compiere qualche passo falso quando proprio Bourghiba si era ostinato a mandare a morte alcuni fondamentalisti. Ben Ali ha cercato di usare, almeno all’inizio, il guanto di velluto con loro. Attualmente il fondamentalismo tunisino è abbastanza controllato e controllabile. Certo alla lunga questi Paesi molto occidentalizzati pagano lo scotto di una cultura che è stata stravolta e quindi sono tentati da un ritorno alle origini che possa risolvere le ragioni della crisi. Ovviamente il ritorno alle origini è impossibile e comunque non risolve nulla, ciò non toglie che queste sono ragioni forti che hanno una certa presa nella popolazione. Soprattutto di fronte a situazioni politiche e sociali senza sbocco come avviene nel Maghreb.

Quale sostegno può avere il regime da Stati Uniti, Francia e Italia?
Non so fino a quanto siano positivi interventi paternalistici in stile neocoloniale da parte di Paesi stranieri. Io credo che se ci deve essere un confronto all’interno della Tunisia è giusto che se lo giochino le diverse parti sociali tunisine. Sperando che non sia un confronto violento. Il regime tunisino però è uno dei pilastri del «sistema di sicurezza» che i Paesi occidentali hanno creato in Africa per contenere il fondamentalismo e l’immigrazione. Europa e Stati Uniti continuano a chiedere a Tunisi di approvare riforme radicali che in realtà non vengono mai approvate. Poi certe riforme fatte sotto la pressione di organismi internazionali sono per certi versi controproducenti perché possono danneggiare il Welfare e quelle forme di assistenza di Stato che sono vitali per questi Paesi (anche se non sono in linea con l’ortodossia finanziaria).

L’economia tunisina è così fragile come viene descritta?
Negli anni è stata creata un’industria turistica e una tessile. Non si sa però quali ricadute abbiano avuto sull’economia locale. Per l’industria tessile, infatti, c’è stata un ridotto trasferimento di tecnologia e, per quanto riguarda il turismo, gran parte dei proventi sono stati assorbiti dai grandi tour operator stranieri che hanno lasciato le briciole ai tunisini. In ogni caso, entrambi i settori non hanno avuto ricadute occupazionali né sui giovani laureati disoccupati né sui poveri delle periferie. Forse ha avuto qualche effetto positivo sul Sud, dove il turismo nel deserto sembra funzionare, ma anche in questo caso non si può parlare di un vero sviluppo.

Questa rivolta si può estendere ad altri Stati?
La rivolta si è già estesa all’Algeria. Penso però che l’Algeria sia un Paese diverso dalla Tunisia. Intanto ha risorse naturali (gas e petrolio) anche se i proventi sono stati investiti in infrastrutture e in attività industriali che però richiedono un impiego ridotto della manodopera. Questo sistema industriale ha però creato l’illusione che si potesse avere un’occupazione ben retribuita. Quindi la gente non si accontenta dei lavoretti informali, ma chiede (pretende) un lavoro stabile. La situazione anche in Algeria è esplosiva. Il regime algerino poi non può neanche contare sull’appoggio occidentale. L’Algeria infatti, a differenza della Tunisia, è malvista dall’Unione europea e, in particolare, dall’ex potenza coloniale, la Francia, perché ha una politica molto gelosa della propria sovranità e non tollera interferenze.
e.c.

© FCSF – Popoli