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Caritas-Migrantes: la crisi non ferma l’immigrazione
30 ottobre 2012
Con lo slogan «non sono numeri», il dossier statistico Immigrazione 2012, curato da Caritas Ambrosiana e Fondazione Migrantes, giunto alla 22a edizione e presentato oggi a Milano, fotografa lo stato degli stranieri che hanno scelto di vivere in Italia. Dai dati emerge una crescita degli immigrati nel nostro Paese, con una cifra che per la prima volta oltrepassa i 5 milioni nel 2011 (5.011.000), pari all’8,2% della popolazione. Marocco (506.309), Albania (491.495) e Cina (277.570) sono i Paesi non Ue più rappresentati, mentre è il 32,9% degli immigrati a professare la religione musulmana. La Lombardia in testa tra le regioni italiane con 1,17 milioni di immigrati regolarmente residenti, pari a uno straniero su quattro: a Milano un residente su sei è immigrato.

Ma il dato più interessante riguarda l’occupazione: ci sono 170mila nuovi occupati tra i nati all’estero, a fronte di una diminuzione di 75mila tra i nati in Italia. Nonostante un tasso complessivo di disoccupazione del 12,1%, circa 4% in più rispetto agli italiani, gli stranieri dimostrano una maggiore capacità di adattamento e ritrovano un lavoro più facilmente. E aumentano anche gli imprenditori stranieri passando a quasi 250mila (dato raddoppiato negli ultimi sette anni). Interessante anche il dato delle rimesse che tornano a salire rispetto al 2010 raggiungendo i 7,4 miliardi di euro.

«Gli stranieri dimostrano di reggere alla prova della crisi economica - ha dichiarato don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana -. La seconda considerazione è che gli stranieri sono sempre meno singoli individui». Maurizio Ambrosini, docente di sociologia alla Statale di Milano e curatore della rubrica Multitalia su Popoli, riassume il nuovo fenomeno con una battuta: «Volevamo delle braccia, sono arrivate delle famiglie». Appare chiaro che il futuro delle politiche migratorie nel nostro Paese non potrà prescindere da un maggiore ricorso ai ricongiungimenti familiari e dal cambiamento della legge sulla cittadinanza. È uno scenario che non piace ai governi perché, continua Ambrosini, «la famiglia straniera comporta maggiori costi sociali, istruzione per i figli e sanità per individui non produttivi. Inoltre i nuclei familiari possono essere visti come realtà culturali chiuse, persino “ostili”. È invece proprio grazie alla famiglia che aumentano le interazioni tra gli immigrati e la società ricevente». E che si può immaginare un percorso di vera immigrazione.
Danilo Elia
© FCSF – Popoli
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