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Che fine hanno fatto i rifugiati di Braq?
22 settembre 2010
Il rientro in patria e, nei casi più gravi, la pena di morte. È questo il destino al quale vanno incontro i rifugiati eritrei che a luglio erano stati liberati dai penitenziari di Misurata e di Braq (Libia) grazie alla mediazione italiana. Nonostante l’ottimismo espresso quest’estate dalle autorità italiane e da quelle libiche, la vicenda potrebbe così avere un esito negativo.
Vale qui la pena fare un passo indietro e ricostruire i fatti. A giugno, un gruppo di 245 eritrei che era riuscito a raggiungere la Libia cerca di prendere il largo verso l’Italia. Le loro imbarcazioni vengono però intercettate dalla Guardia costiera. I rifugiati vengono arrestati: quaranta sono imprigionati a Misurata; 205 sono deportati nel campo di internamento di Braq, in pieno deserto. Qui sono malmenati e torturati. Grazie ai telefoni cellulari (che vengono lasciati loro affinché possano farsi inviare soldi per corrompere le guardie), gli eritrei contattano i compatrioti in Italia e raccontano la loro storia. La notizia rimbalza sui quotidiani nazionali e internazionali e diventa un caso. Amnesty International, Fortress Europe, ma anche gli istituti missionari lanciano appelli affinché Italia ed Europa medino il rilascio dei detenuti. Di fronte alle molte pressioni (anche dell’Unione europea), il governo italiano, che vanta ottime relazioni commerciali e industriali con Tripoli, avvia un contatto con l’amministrazione libica. Il 7 luglio il ministro della Pubblica sicurezza, Younis Al Obeidi, annuncia la scarcerazione degli eritrei. A loro viene garantito un permesso di soggiorno e la possibilità di un lavoro «socialmente utile».
Il governo italiano, per bocca del ministro degli Esteri, Franco Frattini, esprime soddisfazione per il risultato ottenuto. Mentre il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, polemizza: «Il nostro governo non aveva nessuna responsabilità. Noi abbiamo accordi bilaterali con una trentina di Paesi. E allora, cosa vuol dire? Che l’Italia deve occuparsi di ciò che accade in ciascuno di questi trenta Paesi nel mondo?».
Da quel momento sulla vicenda scende il silenzio. «L’intesa – spiega padre Mussie Zerai, sacerdote che da Roma tiene ancora i contatti con gli eritrei imprigionati e ha lanciato diversi appelli per la liberazione dei rifugiati - prevedeva che i detenuti di Braq venissero liberati e a essi venisse rilasciato un permesso di soggiorno per tre mesi. Questi permessi di soggiorno sono scaduti a fine settembre. Il governo di Tripoli ha promesso un permesso di lavoro a chi avesse documenti in regola. Ma nessuno li possiede perché sono fuggiti di nascosto dal loro Paese, alcuni hanno addirittura disertato. E poi molti di questi rifugiati non si sa più dove sono. Dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno hanno lasciato Braq per Tripoli e Bengasi (dove è più facile trovare un lavoro anche se sottopagato). Alcuni sono fuggiti in Egitto».
L’ambasciata eritrea ha annunciato di voler mandare propri funzionari nella zona di Braq. Il loro compito dovrebbe essere il riconoscimento degli eritrei per fornire un documento valido. «Nessuno si fida dei funzionari dell’ambasciata – denuncia un eritreo che fa parte di uno dei movimenti di opposizione in esilio –, c’è il rischio che dopo aver riconosciuto gli eritrei scattino le rappresaglie nei confronti dei famigliari rimasti in patria. I rifugiati temono anche che l’ambasciata organizzi, con il governo di Tripoli, rimpatri forzati. In patria, rischiano il carcere e, in alcuni casi, la pena di morte. È indispensabile che intervenga la comunità internazionale. Solo un’ampia mobilitazione potrà salvare questi ragazzi».
Enrico Casale
© FCSF – Popoli