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Che sia una sola Pasqua
15 aprile 2011
Quest’anno cattolici, ortodossi e riformati festeggeranno insieme la Resurrezione. Non è una scelta, ma una coincidenza dei diversi calendari. Perché, invece, le Chiese, dimostrando un’apertura al dialogo e all’incontro, non si accordano su una data sempre comune? Di seguito l’articolo di Guido Dotti, monaco di Bose ed esperto di dialogo ecumenico, pubblicato sul numero di aprile di Popoli.

«Il nuovo anno appena iniziato è un tempo quanto mai propizio per testimoniare insieme che Cristo è la via, la verità e la vita. Avremo modo di farlo e già si delineano spunti promettenti. In questo 2001, ad esempio, tutti i cristiani celebreranno la resurrezione di Cristo nella medesima data. Ciò dovrebbe incoraggiarci a trovare un consenso per una data comune di questa festa». Così si esprimeva Giovanni Paolo II il 25 gennaio 2001, chiudendo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura la «Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani». Da quell’auspicio sono passati dieci anni in cui, purtroppo, nessun passo avanti è stato fatto per giungere a che i cristiani celebrino sempre nello stesso giorno la solennità fondante la loro fede comune. Neanche la rara circostanza, propria al 2010 e 2011, di due anni consecutivi in cui la celebrazione della Pasqua cade nella stessa data per i cristiani d’Oriente e d’Occidente (quest’anno il 24 aprile), ha portato a un accordo che trasformi in convergenza questa coincidenza occasionale di calendario.
Ma è così importante celebrare insieme la Pasqua? È significativo che fin dai primi secoli i cristiani abbiano faticato a trovare un accordo su questo tema e che solo un concilio - quello di Nicea nel 325 d.C. - abbia posto fine a una lunga diatriba, riapertasi poi con la differenziazione nel XVI secolo tra calendario giuliano e calendario gregoriano. Questo segno di contraddizione che è la Pasqua in date diverse - con i cristiani che, specie nei Paesi in cui sono minoritari, si sentono incompresi o derisi dai non cristiani perché alcuni di loro digiunano e contemplano la passione e morte del loro Signore, mentre altri ne celebrano con gioia la Resurrezione - costituisce uno snodo ecumenico nel terzo millennio. Ed è anche una chiave di lettura dello stato di salute del dialogo tra le Chiese d’Occidente (termine con cui si indicano la Chiesa cattolica e le Chiese e comunità nate dalla Riforma) e d’Oriente (Chiese ortodosse), ma anche tra le diverse Chiese ortodosse che, pur convergendo quasi tutte su un’unica data, sono ancora divise sul calendario liturgico nel resto dell’anno.

ECUMENISMO IN STALLO
La situazione attuale dell’ecumenismo non è certo incoraggiante: sono lontani i tempi delle grandi attese aperte dal Concilio Vaticano II e delle concrete realizzazioni rese possibili dai pazienti e fraterni dialoghi teo­logici bilaterali e multilaterali che ne sono scaturiti. Oggi sembra quasi che la messa in pratica della preghiera di Gesù - «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17, 21) -, attraverso la piena comunione visibile, sia stata accantonata come irraggiungibile e ci si accontenti di una pur lodevole intesa su una «diversità riconciliata» che non anela ad andare oltre, ma si compiace quasi di accordi fraterni che non disturbano più di tanto lo status quo delle diverse Chiese e confessioni. Assistiamo a un ripiegamento identitario, con anche tensioni interne alle confessioni stesse: si pensi, per esempio, alle gravi lacerazioni nella Comunione anglicana, al recente fallimento nei lavori della commissione preparatoria per il Sinodo panortodosso o alle diatribe interne alla Chiesa cattolica sull’uso della forma ordinaria o straordinaria dell’unico rito latino.
Paradossalmente, i cristiani sembrano più disposti a una sorta di «Santa alleanza» pragmatica per far fronte comune a una realtà sociale e politica che avvertono come ostile - soprattutto in Europa -, che non a perseguire un reciproco riconoscimento del proprio desiderio di servire con «un cuore e un’anima sola» il loro unico Signore. Il Consiglio ecumenico delle Chiese - che raccoglie le Chiese ortodosse e quasi tutte le Chiese e comunità nate dalla Riforma, ma del quale non fa parte la Chiesa cattolica - si costituì a partire dall’unione di due movimenti ecumenici: «Vita e azione» e «Fede e costituzione». Ora, se con l’aprirsi conciliare di Roma all’ecumenismo, la riflessione e il dialogo sulle questioni dogmatiche, teologiche e di compaginazione ecclesiale - proprio di «Fede e costituzione» - conobbe un periodo di estrema vitalità e fecondità, ben presto si preferì ripiegare su aspetti più propri a «Vita e azione» e meno impegnativi per la vita interna delle Chiese stesse: l’impegno per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato e - più recentemente - la difesa di valori etici cristiani in un mondo (occidentale) sempre più secolarizzato.
Non è un caso, allora che, mentre il dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse segna il passo e conosce difficoltà nel giungere a un esame concorde della prassi di comunione, di sinodalità e di esercizio del primato petrino nel primo millennio, si moltiplicano per altro verso le iniziative convergenti - in particolare tra Roma e Mosca - per fronteggiare una cultura secolarizzata su tematiche sensibili come etica familiare, difesa della vita nascente e morente, bioetica, visibilità pubblica dei segni distintivi della religione cristiana. Questioni di importanza rilevante, certamente, ma che, se isolate dalla loro linfa spirituale, rischiano di mostrare un volto delle Chiese troppo simile a quello di gruppi di pressione analoghi a quelli mondani.

RIPARTIRE DALL’ANNUNCIO
In questo senso, l’«ecumenismo spirituale» di cui frequentemente si parla, soprattutto in campo cattolico, non è un ripiegamento sull’astratto e sull’intimistico, data la stasi patita dal cammino verso la piena unità visibile, ma piuttosto il tornare al cuore - allo Spirito appunto - dell’istanza ecumenica, l’appellarsi nuovamente alla volontà dell’unico Signore che ha legato indissolubilmente l’unità dei suoi discepoli all’efficacia del loro annuncio del Vangelo: «Che tutti siano uno, perché il mondo creda» (Gv 17, 12); «Dall’amore che avrete gli uni per gli altri, riconosceranno che siete miei discepoli» (Gv 13, 35). Suscitato alla fine del XIX secolo dallo «scandalo» della divisione che rendeva non credibile l’annuncio cristiano nei Paesi di missione, il movimento ecumenico si trova oggi a dover nuovamente fare i conti con la questione decisiva della credibilità del proprio annuncio: come potranno credere quanti non condividono la fede cristiana se l’immagine che i discepoli di Gesù offrono è quella di una tunica lacerata, di una comunione ferita?
Ritorna qui la questione, apparentemente marginale, posta all’inizio: celebrare insieme il mistero della Pasqua sarebbe un segno forte offerto non solo ad extra, ma anche all’interno delle singole Chiese. A nulla è servita una convergenza teologica in occasione di un’apposita commissione nel 1997 che suggeriva di tornare ai criteri fissati da Nicea per stabilire la data della Pasqua, tenendo conto delle più accurate conoscenze astronomiche moderne e scegliendo Gerusalemme come meridiano su cui calcolare l’equinozio di primavera. Timori di ulteriori divisioni e difficoltà pastorali hanno frenato le Chiese dal dar seguito a questo accordo.
A questo punto vorremmo allora fare nostra una proposta presentata dalla delegazione delle Chiese svizzere - cattolici e riformati insieme - alla III Assemblea ecumenica di Sibiu nel 2007 (un altro anno in cui la Pasqua venne celebrata insieme): vista l’impossibilità pastorale per le Chiese ortodosse di cambiare i criteri per fissare la data della Pasqua, perché le Chiese d’Occidente, a cominciare da quella cattolica (che non è solo occidentale), non assumono almeno provvisoriamente la data ortodossa per la Pasqua? Nella maggior parte delle ricorrenze sarebbe meno esatta astronomicamente, ma cosa è più importante? Avere ragione nel fissare un calendario o poter dare una testimonianza comune del mistero della passione, morte e resurrezione dell’unico Signore di tutti i cristiani? Il villaggio globale nel quale viviamo oggi attende una risposta.
Guido Dotti

© FCSF – Popoli