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Cina, la lunga marcia
24 luglio 2012
Il più grande fenomeno migratorio mondiale degli ultimi decenni, il trasferimento dei contadini cinesi verso le città, è causa di discriminazioni. Ma alcune novità potrebbero migliorare le condizioni di vita di questa immensa forza lavoro. Anticipiamo l'inchiesta pubblicata sul numero di agosto-settembre di Popoli.

Un documentario intitolato in inglese Last Train Home (2009) racconta dell’incredibile esodo di 130 milioni di cinesi che, tra gennaio e febbraio, su treni e autobus affrontano il viaggio dalle città industriali verso i villaggi di origine della Cina interna per festeggiare con le famiglie il Capodanno lunare. Se freddo e neve paralizzano la rete ferroviaria, come accadde nel 2008, milioni di persone trascorrono giorni di attesa nelle stazioni. Il regista Lixin Fan racconta questo spostamento di massa attraverso le vicende di una madre che, partita dalla campagna quando la figlia aveva solo otto mesi, nelle brevi ferie del Capodanno trascorse a casa ritrova un’adolescente che la considera quasi un’estranea.
Concentrati su fenomeni più vicini a noi, ci si dimentica facilmente che i flussi migratori più imponenti degli ultimi decenni sono state le migrazioni interne della Cina. Al loro confronto, impallidiscono i dati della presenza cinese in Italia (210mila persone), ma anche fenomeni epici come 25 milioni di italiani emigrati nel primo secolo dall’Unità o il numero di tutte le persone che vivono nella Ue e sono nate in un Paese straniero: 47 milioni.
In Cina la scala numerica è molto diversa: secondo i dati emersi dal censimento del 2010, la popolazione, definita «fluttuante», di chi vive e lavora lontano dai propri luoghi di origine era di 230 milioni di persone, che quest’anno potrebbero salire a 250 milioni. L’ufficio statistico ha calcolato che più di un terzo dei 19 milioni di abitanti di Pechino sono immigrati dai distretti rurali. Le autorità avevano pianificato per la capitale una popolazione di 18 milioni nel 2020, segno che il controllo non è totale.
Gli enormi spostamenti di popolazione che il boom economico cinese ha provocato negli ultimi trent’anni cambiano il volto del Paese. Il censimento ha verificato il sorpasso della popolazione urbana su quella rurale; nell’epoca di Mao la prima era solo un quinto (vedi grafico). Questo movimento ha riguardato soprattutto i contadini delle province interne diretti verso i centri manifatturieri della regione costiera. Secondo uno studio Usa, solo dal 1990 al 2005 si sarebbero spostati oltre 80 milioni di persone. Così il Guangdong - la più dinamica delle province industriali - sulla costa Sud, e lo Shandong a Est, raggiunti rispettivamente i 104 e i 96 milioni di abitanti, hanno superato l’Henan (94 milioni), provincia più interna, tradizionalmente la più popolosa dell’«Impero di mezzo». Henan, come Sichuan, Hunan, Anhui hanno visto uscire in un quindicennio oltre 5 milioni di abitanti ciascuna, diretti verso l’«Eldorado» Guangdong, le costiere Jiangsu e Zhejiang e la metropoli di Shanghai, le zone con grandi complessi industriali orientati all’esportazione.

LA CINA DUALE
Le migrazioni riflettono enormi divari interni di ricchezza e sviluppo tra Cina urbana e Cina rurale. Nella prima, il reddito medio pro capite ha superato i tremila dollari annui, nella seconda arriva a malapena a mille. Nel 2010 in media un abitante di Shanghai era sette volte più ricco di uno del Guizhou. Disparità confermate dall’indice di Gini: quando alla fine dell’era maoista la Cina, pur nella sua miseria, era un Paese fortemente egualitario, l’indice era 0,28. Oggi l’indice è oltre quota 0,45. La repubblica popolare maoista concentrava nelle città il lavoro amministrativo e nell’industria. Riservava alla popolazione urbana alcuni privilegi e controllava i flussi di popolazione attraverso un sistema di registrazione (hukou). Gli spostamenti della popolazione rurale erano strettamente regolati. I controlli sono andati progressivamente allentandosi a partire dagli anni Ottanta, quando sono state smantellate le comuni popolari ed è cresciuto il fabbisogno di manodopera a buon mercato nelle «zone economiche speciali» della costa orientale.
Esistono comunque problemi enormi nello studio di questi flussi perché non tutti i fenomeni vengono registrati, i censimenti cambiano parametri nel tempo, sono innumerevoli i residenti «invisibili»: ufficialmente solo lo spostamento di chi ha l’hukou in regola è definito «migrazione». Gli altri tipi di spostamenti sono considerati movimenti di popolazione fluttuante, fatti da lavoratori che non hanno i documenti per trasferirsi stabilmente in un centro urbano. Di fatto, la Cina ha milioni di «extracomunitari» interni.
Così da oltre mezzo secolo Cina rurale e Cina urbana vivono separate. Quasi 800 milioni di cinesi sono trattati come cittadini di serie B, impossibilitati ad avere la residenza legale in città e accesso ai servizi sociali garantiti ai «cittadini». I posti nell’industria sono stati ricoperti dai contadini operai, ma senza abolire il sistema dell’hukou.
Oggi esistono città industriali del Guangdong abitate in maggioranza da «non-cittadini» con permessi di soggiorno temporanei (nongmingong). Gli operai non specializzati, addetti alle mansioni più umili, sono spesso soggetti a violazioni dei diritti del lavoro e ad abusi di vario genere. Non hanno accesso ai piani pensione degli abitanti delle città o all’edilizia popolare, anche se trascorrono lunga parte della vita in città.
Quando le tasse scolastiche sono proibitive, si cerca di rimediare con scuole «abusive». È significativa la vicenda della scuola «Stella rossa», demolita nel 2011 dalle autorità nella periferia a nord-ovest di Pechino. Questo istituto privato aveva rette a buon mercato accessibili per più di 1.300 alunni, figli di contadini immigrati dalle campagne. Con il pretesto di impedire l’uso di edifici sporchi e insicuri, le autorità hanno abbattuto la scuola e decine di altre rischiano di fare la stessa fine. Al di là degli interessi immobiliari per i terreni su cui sorgeva l’edificio, molti considerano la demolizione un modo brutale di controllare la popolazione.
È vero però che negli ultimi anni ci sono state alcune parziali riforme volte ad allentare le maglie del sistema dell’hukou e che hanno riguardato soprattutto i ricongiungimenti famigliari. Da parte loro, gli immigrati più abbienti dopo il 1992 hanno potuto comprare i documenti per essere cittadini.
La riforma del sistema dell’hukou è una delle grandi sfide della nuova leadership del Partito comunista cinese che prenderà la guida del Paese alla fine di quest’anno. Il tema si intreccia chiaramente con la spinta a un miglioramento dei salari, delle condizioni di lavoro e all’aumento dei consumi interni. Il Consiglio di Stato, cioè il governo cinese, se n’è occupato lo scorso marzo.

NOVITÀ RECENTI
Un immigrato che guadagna in media l’equivalente di cento dollari, ne manda a casa un terzo, consentendo alle famiglie contadine che hanno almeno un componente emigrato di superare la soglia di povertà. Le rimesse interne sono state calcolate intorno ai 45 miliardi di dollari annui, con benefici conseguenti per il livello di vita nei villaggi: migliori scuole, acquisto di bestiame, un aratro, un televisore di ultima generazione.
Con la crisi, solo tra il 2008 e il 2009, 23 milioni di immigrati rurali hanno perso il posto di lavoro. Il rallentamento economico dei mercati occidentali ha un impatto sulla produzione delle regioni costiere. Allo stesso tempo, però, accelera la crescita economica di zone continentali, grazie all’aumento della domanda interna.
Chengdu, capoluogo del Sichuan, sta diventando un nuovo polo di sviluppo, grazie a investimenti pubblici enormi che spostano verso il «Far west» cinese impianti produttivi alla ricerca di lavoratori più a buon mercato. Un caso noto è quello di un’industria taiwanese per produce componenti per la Apple che si è installata a Chengdu nel 2010 e prevede di assumere fino a mezzo milione di persone.
Anche nella vicina città-provincia di Chongqing nel 2011 le migrazioni interne al territorio hanno superato quelle verso altre province. Dal 2008 dei circa 20 milioni di migranti del Sichuan, quelli al di fuori dai confini provinciali sono scesi dal 58 al 52%. Del resto, il Pil di Chengdu è cresciuto del 15% nel 2011, quello di Chongqing del 16% e non a caso questi nuovi centri di sviluppo della Cina interna sperimentano nuove forme di accesso ai servizi per gli immigrati rurali paragonabili a quelli dei cittadini, riducendo le sperequazioni o eliminando del tutto le barriere. A questi ritmi ci sono i fondi per immaginare uno sviluppo sociale diverso.
Il fenomeno non riflette solo l’impatto negativo della crisi internazionale sulle esportazioni dei centri industriali costieri, ma modifiche più profonde sulla distribuzione del lavoro. La popolazione cinese invecchia: ormai il 90% dei giovani sotto i 30 anni non lavora più in agricoltura, riferiscono fonti ufficiali.
Ma il fenomeno demografico più inquietante è il ridursi del numero di donne rispetto agli uomini (sex ratio). Trent’anni di politica del figlio unico unita a una cultura fortemente maschilista hanno portato a uno sbilanciamento progressivo: se nel 1978 in Cina c’erano 106 uomini ogni 100 donne, oggi gli uomini sono 118. In alcuni distretti rurali ormai è quasi scontato dover partire per cercare moglie.
Francesco Pistocchini
© FCSF – Popoli
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