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Colombia, viaggio nell'ex capitale dei narcos
22 novembre 2011
Oggi ha poco più di mille abitanti, ma fino a sette anni fa era la capitale della guerriglia e della coltivazione della coca. Reportage da Miraflores, un villaggio che è un pezzo di storia della Colombia e specchio del suo presente inquieto.

Dalla piccola cornice del finestrino dell’aereo, il mio sguardo incontra solo la folta chioma verde della selva. Lì, da qualche parte, vivono i gruppi guerriglieri delle Farc. Potrebbero essere qui sotto, oppure là, oppure dietro di noi, chissà. È quello che probabilmente pensano anche i soldati colombiani quando si aggirano spaesati per queste terre sconosciute.
Manca poco a Miraflores, la mia meta. È un minuscolo paesino sperduto nel Guaviare, regione amazzonica del centro-sud colombiano e roccaforte del «Fronte primo» delle Farc. Oggi a Miraflores vivono 1.200 anime nel centro urbano e poco più di 4mila nella zona rurale, ma a metà degli anni Novanta il numero di abitanti era quattro volte superiore e si racconta che, in periodo di raccolta, la popolazione raggiungesse le 50mila unità. Miraflores, allora, era la capitale mondiale della cocaina, con 23mila ettari dedicati alle coltivazioni di coca e una decina di aerei che quotidianamente partivano carichi di droga e tornavano ricolmi di dollari.
La guerriglia conquistò il paesino il 3 agosto 1998 e lo amministrò fino al 2004, quando 800 paracadutisti si calarono dal cielo, ripristinando il controllo statale. Da allora le Farc si sono ritirate nella foresta e riaffiorano periodicamente dall’ombra.

IL PARROCO E LA GUERRIGLIA
Ho scelto l’opzione più comoda e sicura tra le due possibili: da San José del Guaviare, capoluogo della regione, si può raggiungere Miraflores con due giorni di navigazione lungo i fiumi o in 40 minuti a bordo di un aereo merci, che viaggia il sabato e il martedì. Quando atterriamo, l’aereo rimbalza due volte sulla pista, un prato fangoso che divide il villaggio a metà.
Tutto il villaggio è radunato dietro al filo spinato che circonda la pista, aspettando alimenti, vestiti e articoli vari commissionati al parente o all’amico proveniente dalla città. All’estremità è ubicata una base dell’esercito, mentre sul lato si intravede la chiesa ricostruita dopo essere stata spazzata via nel 1998, durante l’attacco delle Farc, in quella che fu ribattezzata «la presa della guerriglia».
Qualche giorno prima di partire ho incontrato Manuel Mancera, che fu parroco qui in quegli anni: «Arrivai nel 1995, la coca generava una grande ricchezza che si dissipava nell’alcol, in scommesse su combattimenti tra galli e nella perdizione. Ai confini del villaggio c’era un postribolo, il “Cilindrazo”, dove lavoravano studentesse che arrivavano da tutto il Paese per prostituirsi nei fine settimana e ripartivano con 5-6 milioni di pesos (2.000-2.400 euro, ndr). In quel periodo fu costruita una delle discoteche più moderne del Paese, Sodoma, che costò, si dice, un miliardo di pesos (quasi 400mila euro, ndr) e in cui un giorno bevve whiskey persino Tirofijo, il leader storico delle Farc, morto nel 2008».
Il giorno della «presa», padre Manuel si trovava in un’altra regione del Paese. Quando lo informarono, fece di tutto per tornare a Miraflores in tempo per confortare la sua gente. «Era proibito volare nella zona perché l’esercito cercava di colpire i guerriglieri dal cielo, ma incontrai un uomo che doveva assolutamente andare là e pagò i 5 milioni di pesos che servivano per affittare un volo charter. Così mi accodai. Per sfuggire all’aviazione militare procedemmo a motore spento seguendo il corso del fiume. Atterrammo a Barranquillita, un villaggio a diverse ore di navigazione da Miraflores. Le Farc mi bloccarono, ma dopo alcune ore mi permisero di proseguire. Era notte ormai e il fiume in quelle zone è sempre molto pericoloso per via dei mulinelli, ma i barcaioli lo navigano quotidianamente e lo conoscono a occhi chiusi. Decisi di andare. A metà percorso, incrociammo una barca coperta da una tenda: lì sotto erano nascosti i poliziotti e i soldati sequestrati dalla guerriglia. Mi pianse il cuore. Quando giunsi a Miraflores, il paese puzzava di morte. Andai dritto alla mia chiesa e dietro di me si formò un corteo di gente che usciva spaventata dai nascondigli. Quando giunsi nello spiazzo, vidi che la chiesa non esisteva più, distrutta dalle bombe dirette alle basi attigue di polizia ed esercito».
Ma Manuel non si diede per vinto, venne ospitato da una parrocchiana e si portò dietro i suoi altoparlanti. Negli anni dell’amministrazione delle Farc, gli altoparlanti di Manuel furono una voce costante di sostegno e informazione alla gente. La quotidianità era scandita da regole precise. «Le Farc - ci spiega il parroco - seguono il proprio motto, “la regola si rispetta o la milizia finisce”, e secondo lo stesso principio gestivano il villaggio. Era proibito l’utilizzo di droghe, le prostitute dovevano costantemente sottoporsi a esami del sangue, il martedì si puliva il villaggio e le infrazioni venivano punite con pene che prevedevano duri lavori nei campi o, nei casi più gravi, la morte».
La chiesa è stata ricostruita anche con i soldi guadagnati dal sacerdote vendendo dolci ed empanadas (fagottini di pasta fritta, ripiena solitamente di carne, ndr). Durante gli anni delle Farc, i soldi quasi non esistevano: «Tutto si scambiava in pasta di coca. Si compravano alimenti, alcolici, addirittura ricevevo le offerte in chiesa in pasta di coca».

DIETRO LA GUERRA ALLA COCA
Faccio un giro per Miraflores in cerca dei luoghi simbolo del suo «apogeo». Il Cilindrazo non esiste più e Sodoma è ora uno dei dormitori dell’esercito, nascosto dietro una fila di sacchi di terra, rimasti lì dal tempo in cui la guerriglia sparava e lanciava granate, appostata sulla sponda opposta del fiume. Ovunque un senso di abbandono. A Miraflores non sembra esistere il presente e il futuro non si immagina nemmeno. Non resta che imprecare, guardando al passato con molta nostalgia.
«Portiamo una stigmate - dice Juan, un contadino arrivato a Miraflores negli anni del boom della coca -, siamo isolati, in castigo. I terreni non ci appartengono perché la zona fuori dal centro urbano è considerata riserva forestale. Così non possiamo ipotecare la casa per ricevere il credito che ci consenta di avviare altre coltivazioni. Il suolo, poi, è tipico della selva, non permette di coltivare a lungo, solo un anno e mezzo o due, né di rivoltare la terra. Siamo lontani due giorni di navigazione da San José e tutto costa caro. Coltiviamo soprattutto riso, yuca, fagioli e cacao. L’unica pianta davvero redditizia è il caucciù, che qui produce il doppio del lattice rispetto al resto del Paese, ma ci impiega dai 5 ai 7 anni prima di dare risultati. E nel frattempo, che facciamo? I famosi programmi di sostituzione è come se non esistessero, sono limitati a una manciata di persone».
In Colombia, nonostante siano stati recentemente lodati da Yury Fedotov, direttore esecutivo dell’Unodc (l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine), i programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite sono guardati con diffidenza a causa di alcuni episodi controversi: in numerosi municipi beneficiati dai programmi in realtà non esistevano coltivazioni di coca; intercettazioni telefoniche hanno dimostrato che la regione dell’Urabá è stata destinataria dei programmi di sostituzione per consentire ai paramilitari di accedere ai fondi della cooperazione internazionale. Inoltre, la scelta delle zone per la sostituzione ha spesso privilegiato aree funzionali al controllo del territorio da parte dello Stato e, più in generale, ricche di risorse minerarie, in posizione strategica e utili alla produzione agroindustriale finalizzata all’esportazione.
Juan, quindi, si ritrova senza molte alternative e continua a coltivare coca, anche se ormai gli serve solo per sfamare sé e la sua famiglia. «Nelle zone rurali la pasta di coca è ancora la moneta per comprare viveri. Ma produrla implica una serie di spese, come il combustibile, gli erbicidi e il fertilizzante, che giungono qui a caro prezzo per via della distanza. In più, alcuni prodotti, come l’acido cloridrico per trattare l’impasto, costano tanto perché sono considerati illegali e devono superare vari posti di blocco. Dieci anni fa producevo una decina di chilogrammi ogni mese e mezzo e guadagnavo un milione di pesos (400 euro) al chilo, oggi devo aspettare dai tre ai sei mesi per raccogliere due chili, che scambio per il sostentamento mio e della mia famiglia. E poi fumigano e ti distruggono tutto».
La Colombia è l’unico Paese al mondo in cui si utilizzano fumigazioni aeree per colpire le coltivazioni illecite di coca. Il governo nega i danni all’ambiente e alle persone, ma indagini condotte da organizzazioni umanitarie hanno evidenziato come le fumigazioni erodano l’ecosistema e provochino, nei soggetti coinvolti, patologie alle vie respiratorie e alla pelle. «Paradossalmente - prosegue Juan - le piante di coca sono quelle che reagiscono meglio. È possibile riseminarle dopo 6-8 mesi. Il problema vero riguarda le coltivazioni lecite».
Andrés, che gestisce un bar nel villaggio, si aggrega alla conversazione. «Fumigano ovunque - attacca -, venti giorni fa hanno addirittura fumigato sopra una scuola. Se non sbagliano mira, ci pensano il vento e l’acqua a trasportare le sostanze nocive. E il suolo perde quel poco di fertilità che ha, diventando inutilizzabile».
Secondo l’Onu, nel 2010 per ridurre le coltivazioni illecite di 11mila ettari si sono dovuti fumigare 102mila ettari. Le fumigazioni contribuiscono così ad aggravare il problema dello sfollamento interno, che, specialmente a causa del conflitto, ha colpito milioni di persone in Colombia. «Molte persone che non coltivavano coca, ma prodotti leciti, se ne sono andate - continua Andres - perché le fumigazioni avevano distrutto tutto quello che avevano. Quelli che sono rimasti è perché non vogliono lasciare la loro terra o perché non sanno dove andare. In questo momento, la gente vive perché vuole vivere». «Triste», dico io. Juan mi ghiaccia il cuore: «La cosa più triste è la vita».   
Alessandro Rizzi



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